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  MARIA SCHIATTI IN ANGRISANI Autore: Haimle

Maria era la donna di servizio ad ore che ogni mattina, col sorriso
sulle labbra, ci salutava incrociando me e mia sorella che, direzione
opposta, ce ne andavamo a scuola.

E mai il concetto di direzione opposta fu più calzante perché, mentre
Maria s'inerpicava dal suo alloggio, in basso, verso il nostro a mezza
collina, noi calavamo, dal nostro eremo, per guadagnare il centro di
Napoli dove erano ubicate le nostre scuole.

Tutti sanno che Napoli è città collinare, a semicerchio sul golfo ma
solo i napoletani, e non tutti, sanno che a Mergellina inizia
un'arteria, in verità strettina ma snodata lungo tutto un percorso che,
da quota zero la porta, gradualmente, sotto la collina del Vomero, per
correrle attorno ed in piano per un po' e poi ridiscendere verso il
centro storico, il Museo archeologico, piazza Dante e la famosa via
Toledo, già via Roma ma, ancor prima, a simbolo della costante
mutevolezza politica della città, via Toledo.

Quest'arteria, che è senza soluzione di continuità si chiama, nel tratto
da Mergellina a piazza Mazzini dove ridiscende verso il museo, Corso
Vittorio Emanuele, o il Corso, da non confondere col corso Umberto1°
che dovrete chiamare, o in tal modo o Rettifilo, per la sua struttura
inconsuetamente diretta, in una città che più sghemba non si può,
nemmeno a farlo di proposito.

Noi qui abitavamo, al parco Eva e dal Corso un'ulteriore ascensione
attraverso una strada privata e, valicando palazzi intermedi,
arrivavamo al nostro paradiso, un bel 18 piani più su dell'accesso a
livello strada,

Dal Corso, s'irradiano verso il basso una serie di stradine, vicoli,
scalinate, rampe e gradoni che, congiungendo la collina col centro,
attraversano i vecchi quartieri spagnoli, una sorta di casbah partenopea
costituita da palazzi nobiliari del Barocco ma anche da vecchie case
cadenti che restano su, più per inerzia che per pregi particolari,
abitate da una popolazione variegata e socialmente molto trasversale.

A quei tempi, non molti anni dopo la guerra, molte case erano ancora
giù, complete di macerie, o pericolanti coi barbacani che servivano a
puntellamenti reciproci, puri castelli di carte pronti al crollo,
autentiche scommesse col destino o con San Gennaro.

In una di queste abitava Maria col marito Geppino ed un paio di
ragazzini in età prescolare, sempre col moccio al naso, frignanti e
petulanti.

Maria faceva i servizi perché da qualche anno il marito, cuoco
cardiopatico, era a casa, invalido e depresso, indigente e rancoroso
verso il mondo, il destino, la guerra che, a sentire lui, lo aveva
fregato.

In realtà il cuoco aveva fatto la guerra, credo, alla Cecchignola,
cucinando per la truppa e senza troppe strippe, dato che Roma, rispetto
ad altre città, Napoli compresa, se l'era passata molto meglio.

Poiché però era in attesa di una dichiarazione d'invalidità per cause
di servizio, adduceva ai bollori delle cucine il proprio malanno.

Maria, tipica matriarca napoletana, aveva preso in mano la situazione e,
tramite un'amica che faceva la cameriera da una zia di mia madre, aveva
trovato posto da noi.

Era una donna, alta e formosa, che procedeva con un passo che dovette
poi ispirare la Loren in Matrimonio all'italiana di De Sica, una specie
di sbirressa o di guappa che col ruotare dei fianchi, muovendo in
sincrono il culo faceva girare la capa a tutti gli uomini del vicolo,
del quartiere, della città.

Bella non era, ma il corpo era assolutamente prepotente ed invadente, e
così le si accreditava più avvenenza di quanta non meritasse
obbiettivamente, mentre chi la incrociava non mancava di buttare lì dei
commenti, pesanti come macigni che, a noi ragazzini, ingenui e poco
edotti del dialetto, suonavano fra il misterioso, l'iniziatico e
l'osceno.

Ogni tanto mi accadeva di restarmene a casa per qualche disturbo, più o
meno passeggero, che la mia salutista ed ipocondriaca madre gratificava
con lunghe astensioni da scuola, lasciandomi da solo con Maria, dato che
mammà insegnava al Conservatorio e, quasi tutti i giorni li passava
lì, fra allievi dotati ed altri, più paraculi che artisti, che poi
sarebbero finiti a suonare in complessi partenopei. Avete presente
Peppino di Capri ed i suoi musicisti? I professori che accompagnavano,
anni dopo, Sergio Bruni? Beh qualcuno di quelli era fra le nostre
vergogne familiari!

Io mi annoiavo da matti e seguivo Maria per casa, come un cagnolino,
come lei stessa mi commentava. Il fatto è che era molto gentile con me,
parlavamo e parlavamo, non so più di cosa ma ricordo che mi piaceva
ascoltarla e seguirla, guardarla e cominciare a comprendere, suo
tramite, che il corpo femminile è una bellezza.

Non che fosse la prima volta, anche la maestra, pur anzianotta, ma col
suo corpo alto e flessuoso da veneta raffinata, mi dava sensazioni
inesplicabili, indescrivibili, segretamente torbide.

Maria però era più concreta, meno evanescente ed inarrivabile, ogni
tanto in bagno, mentre se ne stava col busto nella vasca per lavarla in
profondità, le passavo dietro e, sempre speranzoso in un suo movimento
inavvertito che mi mostrasse di più o che ci facesse scontrare,
osservavo questa maestosa rotondità che, pur in sformati abiti da
lavoro, mostrava la divisione delle due mezzelune che tanto avrei voluto
maneggiare ma che mai avrei osato.

Una volta, era una fredda mattina di febbraio, la pioggia batteva con la
ferocia che solo a Napoli, paese del sole, è nota, con costanza ed
abbondanza tale che Maria, ovviamente scherzando, mi disse che sarebbe
stato impossibile per lei tornarsene a casa e che avrei dovuto
ospitarla, quella sera, nel mio letto.

Io ero tanto ingenuo, allora, che la presi sul serio e mi preoccupai per
il resto della mia famiglia, non comprendendo la piccola provocazione
che la donna esercitava così con me, che aveva già colto, in più di un
caso, a fissarle la scollatura abbondante ed il posteriore .

Quella volta lei, vedendomi confuso, arrossito per l'imbarazzo e quasi
febbrile mi disse: "Ma tu a vuo' ben a' Maria?" e, senza altre
chiacchiere, mi portò in salotto dove la furia degli elementi sul golfo
era visibile in Vistavision Panasonic oltre che in effetto dolby,
ante litteram .

Mi tirò in braccio, dopo essersi stravaccata sulla bergere di mio nonno
e, slacciatosi il reggiseno, mi offrì da baciare le incredibili sfere,
bianche e sode come mai avrei potuto nemmeno sognarmele.

Essì, perché io mica sapevo cosa farmene di quel po' po' di femmina che,
a suo modo, mi si offriva, consapevole dei miei turbamenti prepuberi!

Per fortuna la matriarca anche stavolta prese la situazione in mano
anzi, nelle mani e cominciò a strusciarmi sul viso le sue poppe,
colpendomi quasi a schiaffo con le zinne, mostrandomi come succhiarle
i capezzoli, incitandomi a morderla perché "core mio, nun me fai male,
me piace, accussì" e mentre io ciucciavo e mordevo lei mi aveva preso
il pispolo, lo aveva sfoderato e fra un "comm'è piccirillo," ed un com'è bellillo,
è bell' comm, a tte!" con l'altra mano si smanazzava fra le cosce,
ben allargate e olezzanti di femmina in calore.

Che solo qualche anno dopo, alla prima vera esperienza, feci "due più
due quattro" e rimisi il tutto in sesto, collegando le smanezzate e
l'odore pungente coi suoi sospiri affrettati e con quella cosa che seppi
poi chiamarsi orgasmo.

L'episodio rimase isolato anche perché, per un po' ne mancarono i
presupposti; la mia salute era di ferro ed io troppo ingenuo per
inventare qualcosa.

L'estate arrivò, torrida, quell'anno, insieme alle vacanze scolastiche.
Rosa era cambiata, più distratta ed assente con me, meno gentile e
disponibile, con tutti.

Un giorno non venne al lavoro.

Mia madre, sempre premurosa verso le malattie ed i malati, s'informò,
temendo per il cardiopatico.

Maria stava male. Molto male. Anzi, era morta. Ammazzata dal marito.
Anche lui non stava troppo bene, ricoverato all'ospedale Loreto.

Sembra che da tempo Maria avesse avviato una losca relazione con un
vicino di casa, guardiano notturno, che viveva in un basso ai piedi
della casa di Maria e Geppino.

Lui, il cardio, non usciva più per timore che 4 piani da risalire a
piedi potessero fargli male e lei, libera come una colomba s'infrattava
nel basso, nelle prime ore del pomeriggio al risveglio di Ciro Coppola,
detto Ciro tre cosce.

Cardio sì, ma non cieco, lui dalla finestra vedeva la moglie entrare nel
basso di tre cosce ed uscirne un'oretta dopo, e la febbre lo divorava.

Fino a quella sera in cui, cucinò una zuppa di cipolle per lei e
spaghetti ca pummarola, per gli altri.

Ai bambini disse d'andare a cercare compagnia nel vicolo, per un po'
mentre la zuppa, col sonnifero, faceva il suo dovere. Perché una come
Maria mica l'accoppi così, è troppo forte, troppo vitale.
Invece, una volta addormentata, un sacchetto di plastica a coprire il
capo ed in poco tempo cessa il respiro.
A quel punto basta sporgersi dalla finestra e si vola giù.

Si volerebbe, perché a Napoli, nei vicoli, è tutta una ragnatela di
corde per i panni che attutiscono la caduta e che preservano il cuoco
dal cimitero di Poggioreale ma lo indirizzano, ormai tetraplegico ed
invalido incontestabile, al carcere. Che, a Napoli, stessa ubicazione e
denominazione comune, anche lui, Poggioreale, si chiama.



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