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  BERGSON Autore: Eyo73

- Signorina, le faccio ancora una domanda per la lode: mi può parlare del
concetto di tempo in Bergson?
- Oh, sì... Ecco, Bergson è noto per essere il filosofo del tempo...
- ...
- Sì... Il filosofo del tempo, per cui... Cioè, tutte le cose sono nel
tempo, e il tempo...
- ...
- ... e il tempo è tutto.
- Mmm, beh, capisco... Se il professore è d'accordo, mi fermerei al 30.

Il professore, ossia Luciano Belloi, titolare di cattedra.

- Solieri, per cortesia, non sia severo come al solito, e oserei dire
ottuso!, sbottò nella sua ben nota vitalità l'anziano barone. Alcuni
studenti, nelle prime file, risero nel brusio.
- Solieri: permetta a questa splendida allieva della nostra Facoltà di
completare la sua risposta, suvvia, andiamo. La signorina ci stava dicendo
che il tempo, secondo Bergson, filosofo che oltre a lei ben pochi continuano
comunque a leggere, ah ah, significa... quella cosa che hanno le Duracell,
ad esempio:
- Durata, rispose prontamente la zoccoletta con la camicetta trasparente.
- Benissimo. Benissimo. Durata, quindi il tempo come ciascuno di noi lo
percepisce, lo sente, o per meglio dire...
- Il tempo vissuto, ebbe un lampo di genio la zoccoletta, cui si era
riattivato un binario mentale dismesso: - Il concetto di tempo, per Bergson,
consiste precisamente nella durata, ossia nel tempo vissuto da ciascuno di
noi, per cui...
- Signorina, per carità, si fermi pure: è evidente che lei ha studiato e la
sua preparazione non ha tralasciato neppure i filosofi minori. Lei si merita
la lode. Solieri: scriva! Un bel trenta e lode per la signorina.
Dalle prime file, tra i lazzi, si semiudì la parola "pompini". Enrico
Solieri, rosso in viso, compilò il libretto dell'infame troione, lasciando
Belloi a complimentarsi, gigioneggiando impareggiabilmente.





- Non venire.
La voce di lei era calma e perentoria, solo lievemente alterata dalle
sensazioni che li percorrevano. Seduto sulla sedia Enrico gemeva piano, il
respiro spezzato, mentre Giulia proseguiva il gioco, centellinando il tempo
in piccoli movimenti rotatori del bacino, sopra di lui, il glande
inghiottito per metà dall'inconcepibile tessuto del suo sesso.
- Non venire ancora, mantienilo duro, amore, sì, così, così.
La sedia scricchiolava per la tensione dei suoi muscoli, e quasi si schiantò
quando Giulia decise che era tempo e lo inghiottì definitivamente
avvinghiandolo a sé, le caviglie attorcigliate ai suoi polpacci, un
movimento flessuoso a inarcarle la spina dorsale facendo fremere le natiche
nude, mentre la frizione aumentava e il massaggio della cervice sulla
cappella conduceva Enrico a un overflow di sensazioni che infine gli lasciò
la mente cancellata, per alcuni attimi in cui seppe dire soltanto: - Ahn -,
la bocca spalancata, miele elettrico nelle vene, fino a che non si afflosciò
esausto sotto di lei che continuava piano a cavalcarlo.
Enrico la guardava con occhi opachi, ancora sconvolto dal flash
dell'orgasmo, poi prese a baciarle delicatamente il viso, tenendole la testa
tra le mani, e rimasero così, mentre lei gli parlava con quella voce da
bambina che lo faceva impazzire, nelle lunghe telefonate clandestine che si
scambiavano di notte, o nei loro incontri come questo disperatamente fugaci.






Giulia.
La prima volta che avevano fatto l'amore era l'alba, e il mattino presto lui
aveva fatto una passeggiata in centro, così, senza meta, e in centro c'era
il mercato, le stradine piene di gente, i colori, l'odore del pane. Non
c'era mai stata tanta luce, intorno.

Poi era tornato alla routine. L'università, gli studenti, gli esami. Il
corso di lezioni che aveva preparato procedeva, sarebbe terminato a marzo.
Nel frattempo lavorava al libro che stava scrivendo, e che avrebbe potuto
aprirgli qualche porta nei concorsi. Qualche porta: diciamo che quel libro
era tutto il suo futuro, l'unica possibilità di iniziare una carriera
soddisfacente prima che il contratto di ricercatore scadesse.





Alla periferia della città, lungo il viale deserto, l'uomo del Camerun
ritornava a casa. Se si poteva chiamare casa il capannone dove dormiva
insieme ad altri dieci o dodici disgraziati. Beh, lui lo chiamava casa.
Aveva venduto molti orologi, sotto al portico, per oggi non poteva
lamentarsi. Quando lo circondarono, quelle cinque ragazze, si fermò sul
marciapiede incuriosito.
- Perché non vieni a trovarci, Uomo nero?
- Dai, fermati un momento.
A fatica le capì. Non gli sembrava che volessero rapinarlo, o che comunque
ne fossero in grado. Avanzò di qualche passo, passando in mezzo a due di
loro, ma le cinque lo seguivano come uno sciame: - Allora, sei muto?, -
Capire italiano?, - Dai, vieni con noi, ti facciamo vedere una cosa.
- No, no..., aveva un bel rispondere lui. Ma che volevano queste? E perché
gli si strusciavano contro in quel modo?
Poi vide balenare i coltelli ed ebbe un po' di paura.





Capitolo secondo, scrisse Enrico. Non male come giornata lavorativa: due ore
passate a pensare a Giulia, altre due a decidere di scrivere "capitolo
secondo". Non male davvero. Poi entrò il professor Belloi, portando una
ventata di vivacità presenile.
- Solieri! Sempre al lavoro? Bravo, bravo. Senta bene: lei da adesso deve
assolutamente occuparsi di organizzare il convegno di Milano, questa è la
scaletta. Ci sono sale da prenotare, colleghi da contattare
urgentissimamente. Lasci stare ogni altro lavoro che sta facendo: si dedichi
solo a questo.
- Va bene, professore.
- Sa, Solieri, lei non deve sottovalutare l'importanza di queste attività: è
dalla fedeltà che manifesta che si determina il suo futuro, lei non si deve
sentire, come dire, male utilizzato, perché l'Università è così, e sa
ripagare le fatiche, ah ah, non so se mi spiego. Stava lavorando alla sua
pubblicazione?
- Sì, professore.
- Bene. Lavora proprio giorno e notte, lei. Un esempio per tutti, il nostro
Solieri. Ah, a proposito, volevo anche dirle..., aggiunse mentre stava per
andarsene.
- Dica.
- In futuro, caro Solieri, non mi contraddica mai più, e sottolineo mai più,
in pubblico. Intesi?





- Intesi, negro? Siediti su quella sedia.
- Cazzo, guarda che spalle!...
- Apri le finestre, puzza di selvaggio!
- Ma è vero? Si può toccare?
Risate. - Adesso giochiamo, Uomo nero. Facciamo un gioco che ti piacerà, non
aver paura.
Nel salone della villa megagalattica, l'Uomo nero aveva ancora paura, ma ora
era soprattutto curioso. La ragazza strillava a mezzo metro dalla sua
faccia, e lui la fissava negli occhi, inclinando un po' la testa, come se
fosse un animale mai visto prima, incontrato da vicino nel silenzio della
savana piena di sole.
- Alzati.
Quando gli furono attorno per abbassargli i pantaloni, le sue grandi braccia
fecero un gesto istintivo per allontanarle.
- Che cazzo fai, stronzo? Alza le braccia. Mi capisci? Alzale!
Restò lì, con le mani in alto, a farsi abbassare i pantaloncini e togliere
la maglietta.
- Ecco a voi l'Uomo nero!
- Cazzo, che corpo, però...
- E quello cos'è? L'anaconda?
Tra le risate pazze, quella che dava gli ordini gli prese in mano l'uccello,
come per soppesarlo. Lui scattò indietro e lei strinse il pugno. - Lascia
fare, Uomo nero. O vuoi che ti stacchi le palle?
Queste sono matte, pensava. Che cosa vogliono farmi?





Enrico tornò a casa per il pranzo e accese il computer. C'era una mail di
Giulia. La lesse e la stampò, come faceva sempre. Si sedette sul divano e
pensò alla loro storia impossibile, fece per chiamarla, ma pensò che era
meglio di no. Poi guardò fuori dalla finestra e all'improvviso si innamorò.
Cioè, si innamorò davvero di Giulia in quel momento, così, senza motivo,
seguendo chissà quale remota associazione di idee, e decise che tutto
sarebbe cambiato.





- Quello non è un culo, è una poesia.
- Uffa, puzza di negro, puzza proprio, questo.
- Vuoi che te le faccia vedere, negro? Le vuoi, ti piacciono?
Cominciava a rilassarsi, a sorridere, l'Uomo nero. Se le cose stavano così,
poteva diventare molto piacevole la giornata. In piedi in mezzo alla stanza,
nudo, fece per allungare la mano verso il petto della ragazza che gli stava
davanti in reggiseno, un piercing lucente all'ombelico nudo.
- Cazzo credi di fare?, partì uno schiaffo, secco, forte.
Strabuzzò gli occhi, la guancia gli doleva e tentò di reagire, ma in due gli
presero le braccia, e una terza ragazza alle sue spalle gli premette la lama
sul collo. Queste sono matte.
- Credeva di potermi toccare, la merda.
- Sì, il porco aveva proprio capito male.
- Fatelo sedere.
Seduto sul divano, la pelle non più luminosa ma opaca, lo sguardo
preoccupato nel viso sempre muto. La lama sempre sul collo. Meglio stare
fermi, e vediamo che succede.
- Faglielo diventare duro, voglio vederlo diventare duro.
- Cosa c'è, non ti piacciamo? Dove le trovi delle ragazze come noi, che ti
spogliano e te lo prendono in mano gratis?
- Guarda che non capisce.
- Sì che capisce, disse mentre cominciava ad accarezzarlo. - Sì che
capisce...





Una così non l'aveva mai incontrata, sicuro. E non l'avrebbe incontrata mai
più. Mentre si avvicinava la sera, ripercorreva i dettagli dei loro
incontri. Ridicolo, perdersi così per una conosciuta appena un mese prima.
Ma stasera aveva una gran voglia di essere ridicolo: e allora? Qualcuno
aveva qualcosa in contrario? Un po' di soldi ce li ho, pensava Enrico, posso
anche cambiare mestiere, cambiare città. Posso farlo. Non lascio niente che
meriti di ripensarci su, non se lei verrà con me, pensava. So che lei verrà
con me.





- Beh, o non gli piacciamo o è impotente...
- Aspetta, aspetta, shhhh...
L'Uomo nero chiuse gli occhi e rinunciò a ogni resistenza, facessero pure
quel che volevano. A cavalcioni su di lui, faccia a faccia, la ragazza
cominciò a strusciarglisi in grembo. - Ecco, così, vedi?
- Cazzo.
- Beh, è vero quello che dicono, allora.
Risate. - E non ridete che a questo poi gli si ammoscia, poverino!
- Cazzo com'è grande però!
- Lascia fare, lascia fare.
Discese da lui e si posizionò tra le sue cosce aperte, davanti all'anaconda
che ora si ergeva, privo di ogni difesa, di fronte a lei.
- Che cazzo di arnese! Fallo venire, dai.
- Fallo venire, voglio vedere.
Le mani della ragazza sembravano ancora più piccole mentre risalivano la
pelle sensibile dell'organo. L'Uomo nero oramai cercava solo di
accontentarla, di concentrarsi, una goccia di sudore comparve sulla sua
fronte.
- E' a mezz'asta.
- Se ti si ammoscia ti ammazzo, gli disse mostrandogli di nuovo il coltello.
- Ma guardala...
- Giulia, cosa fai, che cazzo ti sei calata?
- Taci tu, soffiò Giulia, alzando la gonna e scostandosi le mutandine con
una mano, mentre saliva di nuovo su di lui, la lama del coltello a premere
sulla carne del suo petto.
- Ma che cazzo...
Queste sono matte, sono matte. La lama penetrò leggermente, e lui ne avvertì
il dolore, ma con gli occhi chiusi non vide il piccolo rivolo di sangue
rosso uscire dalla ferita. Il pene dell'Uomo nero prese a pulsare e a
indurirsi con inconsulto vigore, mentre Giulia si lasciava cadere su di
lui: - Cristo di Dio, entra piano. Me la stai spaccando...





Vodafone, messaggio gratuito. Ma vaffanculo, pensò a voce alta Enrico. Beh,
Giulia l'avrebbe sentita dopo, certo. Ma gli serviva di parlare un attimo
con lei per trovare il coraggio di aprire la porta dello studio di Belloi:
erano quasi le otto, a quell'ora ci voleva comunque del coraggio per
disturbarlo. Impossibile andare avanti così. Impossibile la loro storia.
Beh, avrebbe sfidato l'impossibile. Tanto, per quel che valeva. Per quel che
valeva la sua vita per come l'aveva vissuta, senza mai un sussulto, una
passione, l'avrebbe fatto, eccome se l'avrebbe fatto.

Il professor Belloi era rimasto basito quando il suo pupillo l'aveva mandato
a cagare. Per di più in presenza del professor Neri, esimio e detestato
collega di facoltà. Gli aveva risposto qualcosa, ma aveva una voce diversa,
ed Enrico stava già uscendo dalla porta. Anche Enrico aveva parlato con una
voce diversa dal solito, gli era sembrato.
Bene, questa era fatta. Un lavoro non ce l'aveva più. Uscì dalla facoltà,
col suo manoscritto sottobraccio: quello se lo sarebbe portato via. E ora,
da Moe's. Da Giulia.





L'Uomo nero uscì dal giardino del villone megagalattico che le gambe un po'
gli tremavano. Camminò per alcuni isolati, poi si fermò seduto sul bordo del
marciapiede. Ormai era sceso il buio. Una macchina della polizia passava
lentamente, si fermò davanti a lui. Poco dopo scesero gli agenti e gli
chiesero i documenti. Lui si alzò in piedi avvertendo l'ansia di sentirsi
colpevole, in qualche modo, di qualche cosa. Gli mostrò il permesso di
soggiorno. Dopo un breve controllo in centrale se ne andarono via.





L'aveva aspettata fino alle undici, aveva desiderato la morte della vocina
della Vodafone. Niente. Era la prima volta che Giulia mancava a un
appuntamento con lui. Si incamminò lungo i viali della periferia, con un
presentimento sgradevole, che sconfinava nella sensazione di essere
perduto. La strada sotto i suoi piedi non era la stessa di sempre, si
sentiva leggero, leggero e spaventato, consapevole che qualcosa sarebbe
dovuta accadere.
La strada era deserta. Enrico non ricordava l'ultima volta che aveva pianto.
Passò a fianco di un extracomunitario, un nero, seduto sul marciapiede. Era
l'unica anima viva. Stava fumando. Enrico aveva smesso da anni ma decise che
quello era il momento di ricominciare, così a gesti gli chiese una
sigaretta.
L'Uomo nero gliela diede e lo fece accendere. - Grazie, disse Enrico.
- E' stata una dura giornata, aggiunse, pensando che quello era lì, solo
come lui, e aveva l'aspetto perso. Ci si specchiò, in qualche modo.
- Quel livre est-ce que vous lisez?, lo sorprese il nero, indicando le carte
che aveva sottobraccio.
- Ah... C'est une monographie sur Bergson, rispose Enrico col Francese dei
suoi studi.
- Bergson, le philosophe, ah oui, je l'aime beaucoup. "Il faut agir en homme
de pensée et penser en homme d'action".
E così si incontrarono l'uomo bianco e l'Uomo nero, e si fermarono seduti a
parlare, nella notte ormai inoltrata. Quello che si raccontarono non ha
importanza..





L'alba del mattino dopo si stagliava sui muri della megavilla. Nella camera
da letto, stirandosi tra le lenzuola, Giulia lentamente si svegliò.
A piedi scalzi scese al piano di sotto per fare colazione, passando di
fronte alla collezione di trofei di rally vinti da papà. La domestica doveva
essersene andata, era tardissimo. Entrò in sala da pranzo. Un pacchetto di
carta dorata era sul tavolo assieme a un biglietto colorato. Papà doveva
essere passato da casa mentre lei dormiva.
Sapeva già, perché lo conosceva bene, che il pacchetto umoristicamente
conteneva un altro pacchetto più piccolo, e che all'interno ci sarebbe stato
un altro pacchettino minuscolo con dentro qualcosa di molto brillante e
molto costoso.
Aprì il biglietto.
"Alla mia principessa nel giorno del suo tredicesimo compleanno, Papà".



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