RACCONTI EROTICI
il meglio di
it.sesso.racconti


  HOT LINKS  Home Page

  L'ULTIMA NOTTE DEL COMMISSARIO FREGNI [TERZO E ULTIMO] Autore: Eyo

Raffaele Greco contava con gesti rapidi le banconote da 50, spalleggiato dai
due scagnozzi intossicati da coca e anfetamine che, tronfi e stonati,
tenevano ben in vista o'fierro, la pistola, nella tasca dei jeans.

Nella scarsa luce del capannone, tra casse di materiale industriale,
l'acquirente lo fissava teso, nelle mani una valigetta nera. A un tratto si
udì un rumore secco, due fari si accesero potenti e un fragoroso rumore di
passi di corsa si levò da tutte le direzioni: - Polizia! Mettete le mani in
alto e non vi muovete!
La sagoma del commissario Fregni comparve controluce come un enorme fantasma
nero: - Le mani in alto ho detto, stronzi! Fermi dove siete!

O'fierro proprio int'a'mmano destra lo teneva, Raffaele, insieme alla pila
delle banconote già contate. Si raccomandò l'anima a domineddio, ma solo col
pensiero, ché non c'era tempo, poi d'impulso si gettò a terra lanciando le
banconote in aria e fece fuoco, una, due, tre volte contro il bersaglio
grosso.

L'uomo alto e magro, fisso in una postura pulita da istruttore di poligono,
sparò un solo colpo, e Raffaele, colpito alla spalla, girò su se stesso e si
accasciò a terra, la pistola volata via dal braccio tarantolato per lo shock
dei nervi recisi.

- Ma puttana eva, mormorò il commissario.
Tutti erano perfettamente immobili, svanito l'orgasmo del combattimento. I
cattivi con le mani in alto, i poliziotti nelle posizioni tattiche della
manovra a tenaglia appena eseguita.

- No, dico, puttana eva, e che caz..., disse ancora il commissario Fregni,
con una voce flebile, strana, e lentamente si piegò sulle gambe, rantolando
mentre collassava sotto il suo enorme peso, per finire prostrato in avanti
come un mussulmano, immobile, la guancia sinistra schiacciata a terra.

Si fece un silenzio assoluto e l'uomo alto e magro gli si avvicinò, si piegò
su di lui, gli pose una mano sul collo e rimase un istante lì, come nella
replica trash di una pietà rinascimentale. Poi si rialzò continuando a
fissare il corpo del suo capo, senza dire una parola, rigido e cupo.
Si udì un gemito, Raffaele Greco si contorceva a terra tenendosi la spalla
danneggiata.

L'uomo alto e magro si voltò, si diresse verso di lui con passi gravi, e gli
si fermò davanti, una sagoma lunga e nera, scarpe da ginnastica davanti al
suo viso a livello del suolo.
- Mi arrendo..., disse Raffaele.
L'uomo alto, senza alcuna espressione sul viso, gli puntò addosso la calibro
9, e quando Raffaele gli vide gli occhi ebbe molta paura.
- Guaglio', cazzo fai, mi arrendo. Mi arrendomarrendomarrendo...,
salmodiava.

Poi la calibro 9 fece fuoco e un ginocchio del noto latitante esplose sotto
lo squarcio dei jeans. Un grido acuto, da vitello scannato. Un altro sparo.
La spalla sana inchiodata a terra in un istantaneo rimbalzo di tutto il
corpo, scrollato come un pupazzo dall'impatto del piombo. Grida da vitello.
Un altro sparo. Un altro. Un altro ancora. Silenzio.

- Portate una barella, chiamate l'ambulanza, che cazzo!, gridò l'agente
scelto Molinari.

In un capannone industriale nei pressi dell'uscita Modena Sud, nel caldo
umido e soffocante di una notte d'agosto.




La scena si offuscò e tornò nitida. Un improvviso sguardo a volo d'uccello,
dal soffitto del capannone: tra casse e container dieci piccoli poliziotti
in piedi, come soldatini, tre uomini con le mani in alto, e un tizio alto
con la pistola fumante in mano, sotto di lui un macello in una pozza di
sangue. E contro una parete, sullo sfondo, una specie di grosso animale
inginocchiato, e sangue, altro sangue intorno a lui. Ma che cazzo, pensava,
mentre guardava la scena quasi con indifferenza, e provava una strana
sensazione, come di non avere più un cuore nel petto.

Tup. Si sentì urtare da qualcosa sul fianco. Si voltò: un pallone da calcio,
di cuoio, terminava i suoi rimbalzi sul pavimento - ma c'era un pavimento,
lì dov'era ora?
Lo prese in mano, come se racchiudesse chissà quale significato. Lo lasciò
cadere e provò a palleggiare. Uno, due palleggi: quanti anni erano passati?
E improvvisamente li vide. Dall'alto, come nella scena di prima.
Un campo d'erba con due porte da calcio, in una splendida giornata di sole.
Ragazzini di dieci o undici anni che correvano indiavolati alla caccia del
pallone. Bianchi contro rossi. Un ragazzino tarchiato con la maglietta rossa
fuori dai pantaloncini, che si muoveva sicuro ma un po' più lento degli
altri, in mezzo al campo. Ma che cazzo, ma che cazzo. Forse è proprio quel
giorno che...
E in quel momento tornò a essere quel ragazzino, sentiva il suo corpo
infinitamente più leggero, il sudore e il vento sulla pelle, mentre le sue
gambe correvano, correvano come il vento. Una, due maglie bianche gli
sfilarono di lato, mentre avanzava a tutta velocità, attendendo quel
passaggio che arrivò puntuale, da destra, il pallone morbido a mezza altezza
pronto per l'impatto, e lui provò con rinnovata intensità quella sensazione
indimenticabile di essere tutt'uno con la vita, ogni cellula del suo corpo
in armonia col resto dell'universo e con la palla stessa, che senza doverci
pensare colpì in pieno, con tutta la coordinazione necessaria, e fece
'thud', un thud secco e nettissimo contro il collo del piede, partendo
veloce, una bomba, dal basso in alto, senza giro, per infilarsi con
traiettoria rettilinea proprio sotto la traversa, goal, gooal... Raffaele
Greco undicenne in porta, sorpreso, non aveva accennato neanche
l'intervento.
- Beh, li ho segnati anch'io i miei goal da fuori area, disse il commissario
fra sé e sé, pensieroso, mentre la scena si dissolveva davanti ai suoi
occhi.


- Commissario, si udì una voce.
Fregni sobbalzò, cercandone la provenienza.
- Sono qui, non mi vedi?, rise. - Proprio davanti a te.
- Annunziata...
- Sì, sono proprio io. Il mio povero commissario...
- Annunziata! Sei proprio tu? Sono contento di vederti, sai?
- Anch'io. Sono davvero felice di esserti vicino ancora.
Il suo sorriso brillava nel corpo leggero che le aveva attribuito nel
ricordo.
- Sono un po' confuso, sai, non capisco bene dove sono...
- Non devi aver paura, commissario. Sarò qui con te, ci sono sempre stata.
- Prima ho visto delle cose... cazzo era, un dvd? Ne avete altri, da queste
parti?
- Un... cosa?
- Lascia stare. Senti, c'è modo di bere qualcosa da queste parti? Mi
andrebbe una birra, davvero.
- Beh, se lo desideri, siediti pure a tavola, la cena è quasi pronta.
Un lunghissimo tavolo nella stanza illuminata da candele. Il commissario
prese posto a un estremo, Annunziata all'altro. Di fianco al tavolo, un
lunghissimo pianoforte a coda. L'uomo alto e magro, elegantissimo nel suo
smoking, fece un leggero inchino, sorridendo coi denti guasti. Poi si
sedette davanti al pianoforte, sputò sopra ai tasti e iniziò a suonare. Note
come gocce di cristallo.
- Suona da dio. Non sapevo che avesse fatto il conservatorio.
- E' passato tanto tempo, commissario...
- Sì. Ehi, quasi non ti sento da questo capo del tavolo! Ah ah. Sai, ti
trovo bene... Non ti ho mai vista così vestita... volevo dire, così
elegante.
- Grazie, rispose Annunziata.
- E poi quello squarcio sul collo quasi non si vede più, lo noto solo
adesso.
- Purtroppo non sparirà mai del tutto. E' molto profondo, vedi?
- Lo abbiamo preso, sai, quel bastardo?
- Lo so, ho visto tutto, sei stato splendido -. E aggiunse, con una voce
molto triste: - Sai, mi dispiace davvero tanto...
- Dispiace anche a me... Eh, sì, sicuro. Ohi, ma ci vuole ancora molto per
mangiare qualcosa da queste parti?, esclamò, facendo tintinnare una
forchetta sul calice davanti al suo piatto.
L'uomo magro continuava a suonare, indifferente a tutto, dita secche e
sicure sui tasti.
Note come gocce di cristallo.


La forchetta tintinnava sul bicchiere.
- Smettila, su, stai composto sulla sedia.
La casa dov'era nato. Riconobbe la piccola cucina dai mobili di legno
accanto alla stufa.
- Mamma! Sei davvero tu?
- Sì, sono qui, tesoro mio. Allora, che ti succede, non hai fame?
- Oh, mamma, quanto tempo era che...
- Sì, tantissimo tempo, lo so. Non dirmi che ti sono mancata, eh, che non ci
credo mica!, sorrise dolcemente.
- Beh, io... Mi hai fatto proprio una bella sorpresa, sai? Cioè, ultimamente
sto avendo una sorpresa dietro l'altra, davvero. Ma sono così contento di
vederti, davvero, mamma... Non credo di aver molta fame, però.
- Oh, piccolo mio, non dirmi che mi fai di nuovo i capricci! Guarda, guarda
cosa ti ho preparato stavolta!, disse la mamma del commissario Fregni
sollevando il coperchio dal piatto di portata.
- Beh, ma... Oh dio dio dio, ma è il mio...
- Certo, tesoro mio, è il tuo cosino. Cotto a puntino con tutti gli odori,
senti che profumo?
Un grosso pene, non ricordava che il suo fosse così grosso, era steso in
mezzo al piatto, gonfio e arrossato per la cottura, con tutto l'umido del
sugo e patatine e spinaci intorno.
- Vuoi dire che quello è il mio?...
- Certo, caro. Non senti che non ce l'hai più, tra le gambe?
- Io..., con un brivido si passò una mano tra le cosce.
- Sai, a un certo punto bisogna levarlo. Mica vorrai pensare di poterci fare
tutto quello che vuoi, vero?
- E adesso?
- Proprio come a tuo padre. Ricordi papà? A un certo punto lo feci anche a
lui, sai. Con gli uomini è necessario, altrimenti sai te dove possono
arrivare... uh!
- Ma io, come...?
- Adesso ce lo mangiamo. Su, piccolo mio, ti dò io il primo boccone. Ecco
qui, apri la bocca... Am! Senti com'è saporito? Am!


Si svegliò come da un incubo. Era sul divano di casa sua, completamente
nudo. Beh, adesso vediamo che succede, pensava. Si passò una mano
circospetta tra le gambe. C'era tutto. Mai più mezzo chilo di polenta
pasticciata, prima di andare a letto. Mai.
- Stai per ricevere visite, ricordi?
- Cosa..., si guardò intorno, sentiva la voce ma non vedeva Annunziata.
Dov'era finita? A un tratto suonò il campanello, andò ad aprire. - Chi è?
- Massaggio.
- Ok, salite pure.
Salite?, pensava. Perché ho parlato al plurale? Poi capì, le vide sul
pianerottolo, minigonna e tacchi altissimi, una bianca e una mulatta. -
Accomodatevi, signorine.
- Stasera ti facciamo un regalo, gli disse la mulatta. L'altra rise
sguaiata, bellissimi denti bianchi tra le labbra scarlatte. - Un regalo, sì.
Non è che se la sentisse molto, le lasciò fare, seduto sul divano, e quelle
tirarono fuori tutto il repertorio, accanto a lui, una a destra e una a
sinistra, accarezzandolo con mani esperte fino a procurargli una consistente
erezione. Poi si alzarono in piedi davanti a lui, gli sguardi di fuoco, gli
tesero una mano e anche lui si alzò, come ubriaco.
- Sei capace di resistere, mentre ti metto questo?, disse la massaggiatrice
mulatta mentre armeggiava rapida intorno ai suoi fianchi, accarezzandogli
l'uccello sussultante. Le due risero di nuovo, e appoggiandosi a lui coi
loro corpi sodi e flessuosi lo fecero ricadere seduto, una sensazione strana
intorno ai fianchi e al culo. Si guardò e vide il pannolone, enorme,
bianchissimo.
- Ma che bravo, il nostro piccolino, che è riuscito a non venire mentre gli
mettevamo il pannolone..., sussurravano le due troie, le bocche a cuore in
una sensuale finzione di tenerezza. - Facciamogli le coccole, sì, dai...
Le loro mani gli percorrevano il corpo con gesti efficaci nel farlo
sobbalzare, deglutire, ansare inavvertitamente. Non è che non potesse
reagire, non aveva energia, non se la sentiva. Le loro cosce strusciavano
contro le sue, morbide e roventi sotto il nylon nero, risalendo e scendendo
giù, aprendogli le gambe in modo da esporre le parti più sensibili. Ogni
tanto un bacio gli solleticava il collo, una lingua lo titillava sul petto,
e le mani passavano e ripassavano soffermandosi di quando in quando sul
tessuto morbido che gli avvolgeva i fianchi, un leggero rigonfiamento in
corrispondenza dell'uccello, mai come allora presente e rigido.
- Ma sentilo, sta proprio per venire, che carino, guarda che occhi...,
dicevano, cominciando a spogliarsi senza smettere di toccarlo, aprendosi le
camicette a rivelare i seni sodi, che presero a fargli scivolare sul viso.
Si trovò un capezzolo molto grosso all'altezza della bocca e iniziò a
succhiare avidamente.
- Ma che fai..., rise la mulatta con un brivido, - Così mi fai uscire il
latte...
Gli occhi del commissario si dilatarono stupiti mentre il liquido caldo gli
inondava la bocca. Iniziò a bere, mentre la troia lo incoraggiava: - Oh, sì,
proprio così, bravo, piccolo... Succhia, succhia tutto quello che c'è...
L'altra si posizionò tra le sue gambe, accarezzandogli i polpacci e le cosce
con un dito. Gli parve di vedere due piccole corna spuntarle tra i capelli.
Nello stesso momento, quella cui stava succhiando la tetta gli leccò un
orecchio con una lingua più lunga e affilata di quanto avesse mai visto. -
Lo stai facendo bere troppo, gli scapperà la pipì, disse ridendo.
- Eh, sì, deve imparare a farla nel pànnolo, vero? Su, amore, non
trattenerti, psss... Psss...
Il bisogno di pisciare diventò fortissimo, ma lui faceva resistenza, non
cedeva, per quanto i gesti delle due padrone continuassero inesorabili a
procurargli lo stimolo, a far risalire pipì e sperma da dentro di lui, e
stava per arrendersi completamente quando vide in fondo alla stanza entrare
l'uomo alto e magro, che lo guardava con un sorriso di scherno.
Questo gli ridiede forza: - E basta, cazzo! Andate a farvi fottere!, gridò
spingendole via, cacciandole a manate.
Le puttane se ne andarono così com'erano, seminude e con ancora i tacchi a
spillo indosso, mentre l'uomo alto, sghignazzando, le pigliava a calci in
culo. Continuarono a maledirlo mentre si precipitavano in fuga giù per le
scale.
Sospirò di sollievo. - Meno male che sei arrivato... Hai visto cosa mi
stavano facendo?
Ma intorno a lui non c'era più nessuno.


Note come gocce di cristallo intorno alla lunga tavola imbandita. - Ehi!
Cazzo, oh cazzo. Annunziata, ricordami di non mangiare più pesante, la sera.
Rise allegra. - Oh, lo farò, senz'altro!
- Scusa se controllo un attimo..., riprese, toccandosi brevemente tra le
gambe.
- C'è tutto, stai tranquillo.
- E tu come sai che...?
- Capirai tutto, a suo tempo capirai, mio povero commissario. Senti:
ricordi? Ricordi i fiori che mi avevi regalato, quel giorno che ti avevano
appena passato di grado?
- Oh, beh, sì, come no... Avevo appena ricevuto la promozione. Che periodo,
Annunziata, mamma mia...
- Perché non balliamo? Dai.
La musica dell'uomo alto si fece più forte e cadenzata, e un valzer che non
si era mai udito prima risuonò nella sala. Si alzarono, incontrandosi a metà
del tavolo, lui prese tra le braccia il corpo minuto di lei e iniziarono a
ballare.

Innumerevoli rose rosse cadevano dal soffitto, tutto intorno.

- Ricordo ancora com'eri pieno di gioia, e forte, in forma, quel giorno.
- Sì, era stato proprio dopo l'intervento alla manifestazione.


L'intervento alla manifestazione si materializzò in lui e intorno a lui,
ancora una volta. Era lì, ora, il commissario, sentiva le sirene dei
cellulari e le voci concitate dei colleghi, di fronte al fragore della folla
che gridava... Il suo corpo fasciato dalla tuta della Celere, cui il
personale del suo comando era stato chiamato in aiuto. Il giorno dopo alcuni
giornali avrebbero parlato con scandalo del comportamento della polizia,
altri dei vandalismi dei manifestanti. Al suo fianco il questore, con
indosso la fascia bianca rossa e verde. Squilli di tromba, un rumore d'altri
tempi, e via. La carica.
E via, a ranghi serrati, correre, correre fendendo l'aria dietro al guscio
protettivo dei caschi e delle tute, il tonfa levato pronto a colpire,
nell'impeto, chiunque si fosse trovato davanti; e i ragazzi, i suoi ragazzi
al suo fianco e dietro di lui, a far massa nella potenza della corsa diretta
a colpire e disperdere l'obiettivo. C'era qualcosa in tutto questo, in
questa pura esaltazione del corpo, che lo stordiva, lo faceva ritornare
bambino, in armonia con tutto ciò che esisteva: magliette bianche che
sfilavano a destra e a sinistra, il pallone davanti a lui pronto per essere
calciato... Calciò forte, con lo scarpone, la schiena di un uomo a terra,
avvolto in una bandiera rossa. Gridavano, gridavano forte di eccitazione e
paura i suoi ragazzi intorno a lui, uniti, tutti con lui che amministrava la
potenza del suo corpo in lunghe falcate con le ali ai piedi, il vuoto che si
formava davanti come a risucchiarlo.

- Sono un avvocato. Mi faccia vedere un documento di riconoscimento.
- Mi segua in questura.
- Conosco i miei diritti. Mi mostri un documento, rispose il manifestante in
stato di esaltazione, sicuro di spuntarla con gli strumenti della legalità
non-violenta.
Fece per afferrarlo a una spalla per trascinarlo in questura. Appena lo
toccò quello si gettò a terra, gridando: - Non può toccarmi! Mi tocchi e la
denuncio!, e stava per ripetere: - Mi mostri un documento!, quando Fregni lo
colpì con un calcio al viso, e poi un altro, e un altro ancora, mentre
quello impazziva letteralmente, non tanto per il dolore, quanto per l'essere
soggetto a un sopruso che non credeva possibile, nell'idea sbagliata che si
era fatto del mondo.
La carica era finita. Il commissario Fregni si tolse il casco e aiutò i
ragazzi a caricare sul cellulare il manifestante in lacrime dal volto
tumefatto: - Prendete anche questo. E' un avvocato, disse ridendo con una
felicità tutta fisica inconsueta per il suo corpo cinquantenne, ogni muscolo
in armonia con la terra e il sole nel cielo.


- Madonna quante gliene avevo date..., disse ad Annunziata che lo guardava
molto seria, girando assieme a lui nel rapido ritmo del valzer.
- Eri così contento, vero?, gridò un'altra voce alle sue spalle, e la musica
finì all'improvviso.
- Ma che..., esclamò lui sentendo Annunziata scomparire tra le sue braccia
come una nuvola di fumo. Poi riconobbe la voce.
- Elisa! Che cosa ci fai qui?
- Sono qui per fartela pagare, brutto pezzo di merda, rispose Elisa. Non
c'era più il salone intorno a loro. Solo buio e un senso di freddo. La
sagoma di Elisa, di fronte a lui, come illuminata, e nient'altro.
- Dov'eri finita? Ho fatto tanta fatica senza di te, sai? Perché non torni a
casa?
Per tutta risposta ricevette uno schiaffo. Una manata violentissima su una
guancia, che bruciava e lo fece vacillare.
- Era così che picchiavi la mamma, bastardo?
- Non parlarmi così, sono tuo padre, dai, rispose lui cercando di parare i
colpi senza portarne altri in risposta, come fanno gli uomini quando una
donna tenta di picchiare.
Poi lo raggiunse un pugno violento alla bocca dello stomaco, non seppe
evitarlo, lo piegò in due.
- Cazzo... Elisa, ma perché fai così?
Un calcio di violenza inaudita lo fece volare all'indietro e ricadere per
terra. Provò a reagire ma non aveva forza. Sua figlia gli afferrò un polso e
gli piegò un braccio dietro alla schiena, provocandogli un dolore acuto.
- Ahhhh. Ho letto la tua lettera, piccolina. Mi hai fatto male, sai, abbozzò
mentre cominciava a temere che gli si sarebbe spezzato l'omero.
- La lettera non era niente, per quello che hai fatto.
Lo gettò a terra di nuovo e si preparò a colpirlo.
- Ma basta! Che ne sai di tua madre, eh? Che ne sai?, disse lui mentre una
gragnuola di colpi imparabili lo raggiungeva al viso.
- Stai zitto!, rispose Elisa continuando a colpire con una forza sovrumana.
Quando finì, il commissario era sicuro di avere qualcosa di rotto, e si
stupì molto di essere ancora in grado di rialzarsi. Le disse, appena un po'
alterato: - Ascolta, adesso finiscila! Sono stato la maggior causa dei tuoi
problemi? Ti ho rovinato la vita? Ok, mi dispiace. Ammazzami, se vuoi. Mica
le risolvi così, le cose, che ti credi?
Poi pensò: ecco, ora mi ammazza davvero.
- Tu sei già morto, imbecille, imbecille, non l'hai ancora capito! Non
vivrai ancora per pagare quello che mi hai fatto!
- Cos'è che sarei io?...
Morto, sì.
Rivide la grossa sagoma inginocchiata nella pozza di sangue, dentro al
capannone.
Non gli venne in mente nulla da dire. Elisa continuava a gridargli che era
un bastardo, uno sbirro assassino, che lo odiava, ma a lui non interessava
più. La vide deformarsi dalla rabbia, farsi frenetica e bestiale nelle sue
grida, gli occhi diventare giallastri e il viso mutare in quello di un
animale dalle lunghe zanne, finché la bestia che non era più sua figlia,
contorcendosi e girando su se stessa ringhiando, non scomparve, come
assorbita dal suolo, ricacciata in un eterno incubo.
- Anche 'sti effetti speciali, ci volevano... Mi hai fatto male, mi senti?
Dove sei?


Gli rispose la voce di Annunziata: - Non può sentirti ora, commissario. Non
c'è più tempo, adesso non c'è proprio più tempo.
- Oh Nunzia, sapessi... 'Sti giovani non vogliono proprio capire, io non so
che farci.
- E' ora, commissario. Addio, addio per sempre.
- Come addio, ehi, dove sei? C'è nessuno qui?
Buio, soltanto buio e silenzio. Camminò un poco, senza capire in che
direzione stesse andando, senza pensare più a niente. Comparve una luce in
lontananza, prima fievole, poi sempre più forte, una luce calda che non
abbagliava. Effetti speciali, pensava, e si fermò a pisciare contro non
sapeva che cosa, visto che non ci si vedeva un cazzo. La luce era immensa,
ora, intorno a lui. Una voce, da tutte le direzioni e da dentro le sue
stesse fibre, lo chiamava, e lui se lo stava ancora sgrullando e si chiese
se non avesse per caso offeso qualcuno; poi, visto che nessuno sembrava
lamentarsi, fece finta di nulla e rispose semplicemente: - Arrivo.



L'uomo alto e magro smise di suonare, richiuse il pianoforte e andò ad
affacciarsi alla finestra. La Molinari si alzò dal divano, posando il libro,
e si mise di fianco a lui, accarezzandogli piano i capelli.
- A cosa stai pensando, amore?, gli chiese.
- Era un personaggio, quello. Un personaggio da romanzo, disse lui con un
sorriso malinconico, mostrando i denti bianchissimi.



Gli altri racconti

Sul letto...
Sgallettata
Due giorni di nascosto in montagna 5
Sesso virtuale multimediale
Racconti Amatoriali
Il professor Andrea
Silvano Superstar (lui)
Silvano Superstar (lei)
Trichechi
Monica
Sara
Due giorni di nascosto in montagna 4
Due giorni di nascosto in montagna 3
Due giorni di nascosto in montagna 2
Una moglie inaspettata
Due giorni di nascosto in montagna 1
La governante
Canale della Giudecca
Sogno o son desta?
Finalmente addio
L'ultima notte del commissario Fregni [terzo e ultimo]
Brutta (racconto grottesco)
Cerveja
La rosa di Creta
Fedeltà
Un caso difficile per il commissario Fregni
La stella e le candele
Leòna
244
Compulsione sessuale
Agenzia immobiliare
Il colore dell'innocenza
Carla e Camilla
70 - seconda parte
Il commissario Fregni
70 - prima parte
Che bel lavoretto
Madame
Tre cuori e una capanna
Contagio
Matrimonio



Attenzione: la visione di questo sito è adatta ad un pubblico adulto.
Non possono accedere a questi racconti gli utenti di età inferiore agli anni 18. Questo sito è etichettato con ICRA.
Si declina ogni responsabilità relativa al contenuto dei siti accessibili tramite link.
Questo non è un mirror del newsgroup ma una selezione dei racconti, a nostro giudizio, più interessanti.