Ricordo perfettamente, in tutti i dettagli, la prima volta che Carla mi ha
toccata in un modo diverso dai contatti casuali dell'infanzia.
Accadde nella casa al mare, col vento che faceva muovere le tende bianche
della piccola camera dei ragazzi.
Era impacciata ma, allo stesso tempo, curiosa e compiaciuta forse del suo
coraggio. Una ragazzina sudata che mi esplorava con le dita incerte,
sfregando le piccole labbra con delicatezza, andando poi a massaggiare la
clitoride, ma senza troppa decisione
Diventò più sicura solo quando mi ritrovai inondata quasi all'improvviso di
liquido denso e cominciai a pulsare sotto i suoi movimenti irregolari.
Continuò e continuò senza pensare, fino in fondo, con una tranquillità da
adulta.
Da quel giorno aspettai piena di desiderio che quelle mani tornassero a
cercarmi. Ma quell'estate non lo fece spesso, almeno non lo fece quanto
avrei voluto.
Accadeva di solito nella cabina dello stabilimento, dove si sentiva più a
suo agio.
Carla ci arrivava dopo mangiato, quando tutti gli altri erano a riposare a
casa. Sgusciava fuori dalla villetta e arrivava di corsa sulla spiaggia dove
la mattina aveva costruito castelli coi fratellini o giocato a racchettoni
con la mamma, e si rifugiava in quel piccolo mondo dipinto di azzurro
chiaro. E allora mi chiamava con quel suo sussurro già rauco: `Camilla--'.
Erano momenti speciali, sempre uguali, caldi e piacevoli nel silenzio del
primo pomeriggio. Soffocava i gemiti nell'accappatoio appoggiato sul
pavimento. Non riusciva a non gemere, un gattino in amore.
Quanto mi manca quella sua inesperienza e quella curiosità di allora, quanto
è lontana oggi, in questo appartamento troppo freddo, dove l'unico ambiente
che amo è il bagno, solido e accogliente, disseminato di candele profumate.
Ma Carla non le ha più accese da quando è rimasta sola. Lui se ne è andato
senza sbattere la porta, senza alzare la voce, una sera d'autunno.
Tra i suoi uomini era stato il migliore in assoluto. Era il più istintivo e
anche il più elegante.
Mai una reazione scomposta dal primo momento fino all'ultimo.
Quando Carla gli aveva detto: `Ecco la mia Camilla', lui mi aveva baciata
subito, senza una parola, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Aveva baciato me per prima, e lo aveva fatto a lungo, con naturalezza. E
quando Carla protestò, dicendo che toccava a lei, che la sua bocca aveva la
precedenza, lui aveva obbedito e mi aveva lasciato.
Baciò quindi per un po' le labbra di Carla, per poi tornare alle mie e
continuò nell'alternanza a lungo Quando venne il momento, fu il suo cazzo
che infilò prima fra le mie labbra e poi fra le labbra di Carla.
E per venire scelse la sua bocca, come era giusto.
E' durata un anno: poi il maledetto amore di Carla per il suo lavoro, quella
voglia di affermarsi che le fa mettere in secondo piano tutto, ha rovinato
una bellissima storia.
Come al solito Carla ha reagito male, mangiando troppo, piangendo troppo,
dormendo poco e niente. Dimenticandosi anche di me.
Ma stasera sento che qualcosa è cambiato, mi cercherà. Mi chiamerà di nuovo,
e non manca molto.
Ormai, dopo tanti anni so com'è fatta, riesco a intuire cosa le succederà.
Avverto il suo cambiamento da oggi, da quando ha comprato la camicetta rosa
nella boutique preferita, provandosela senza reggiseno e facendo le mosse da
donna fatale davanti allo specchio del camerino. Me ne sono convinta da
quando è passata all'enoteca sotto casa per quel Traminer che da qualche
giorno guardava nella vetrina ma che fingeva di non vedere.
Ora ne sta sorseggiando un bicchiere davanti ai titoli del Tg. Spegne, per
non guastarsi la serata, mentre l'acqua sta riempiendo la vasca. Accende le
candele una per una, si spoglia ed entra lasciandosi avvolgere dal profumo
orientale della schiuma.
`Camilla--' dice dopo pochissimo, sfiorandomi quasi con timidezza.
Lo sapevo, lo sapevo--Di nuovo Carla ed io, di nuovo noi due, di nuovo le
sensazioni che mi sa dare solo lei.
`Camilla, devo raderti un po' dopo il bagno. Voglio tornare in piscina
domani e sei diventata un cespuglio impresentabile. Camilla, Camilla--'.
Mi intenerisce sentirle ripetere il nome che mi ha dato fin da bambina, un
nome conosciuto dalla mamma, dalle amiche, dai fidanzati. Ma in fondo tutto
nostro.
Aveva rifiutato subito il termine ridicolo con cui mi chiamava sua madre,
Patatina, perché voleva che avessi un nome da bambola. E Figa, come
avrebbero poi detto i compagni di scuola, non le era mai piaciuto per il
tono con cui lo dicevano.
Da quando potevamo ricordare, io per Carla ero Camilla.
Coccolata dall'acqua e dalle sue dita che scorrono sui miei contorni, mi
sento di nuovo parte di lei. Carla prende con calma la candela più vicina e
la spegne sorridendo, socchiudendo gli occhi e venendomi a cercare. |