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  UN CASO DIFFICILE PER IL COMMISSARIO FREGNI Autore: Eyo

Tutti i muscoli del corpo tesi nella stanza buia, divincolandosi invano dal
negro che lo bloccava alle spalle in una presa ferrea, da lottatore: ottusi
mugolii nell'aria e sudore, sudore soffocante che rendeva l'aria greve e
faceva scivolare pelle sulla pelle.
Non vedeva che nero e rosso, Aldo Ferri, per il sangue colato sui suoi occhi
dal pestaggio ricevuto, per l'oscurità che lo circondava, mentre la mano che
gli serrava la bocca gli impediva di gridare l'orrore e lo schifo che
provava, condensandoli muti nelle lacrime che gli rigavano il viso. La
stanza era minuscola, una sorta di cubicolo che doveva servire da
ripostiglio.
Nessuno sapeva che erano lì. Nessuno scampo.
Appena fuori della stanza, il corridoio triste del primo braccio. Carcere di
Sant'Anna, periferia della città di Modena, in una bellissima giornata
splendente di primavera inoltrata.






Seduto alla scrivania dell'ufficio, le maniche della camicia bianca
arrotolate, una mano a reggere la fronte sudata, il commissario Fregni
leggeva i documenti del caso che gli era piombato addosso la settimana
prima, torpido ma attento come un qualunque altro impiegato statale di medio
livello. Di fianco a lui un dossier con ritagli di giornale. La Gazzetta di
Modena: Anziano ucciso in un gioco erotico. Il Resto del Carlino: Suicidio o
gioco sessuale? 79enne trovato soffocato dalla moglie.
Un telefono squillava, da uno degli uffici accanto, senza che nessuno
rispondesse. L'uomo alto e magro, in borghese, fumava una sigaretta dietro
l'altra appoggiato allo stipite della porta, i capelli che ricadevano sul
viso patibolare e tre bottoni aperti sul petto nudo, una sorta di Slash
senza Guns'n'Roses ma con la pistola ben evidente nella fondina.
Si udì un rumore di tacchi in corridoio, e l'uomo alto si fece da parte. Una
poliziotta coi capelli a caschetto mise la testa dentro: - Si può?
- Hrumpf, ringhiò il commissario.
- Hanno fatto l'autopsia del vecchio Melandri. Ci aspettano alla medicina
legale.
- Ok. Ci sono novità?
- Pare di sì, commissario. Il suicidio è escluso, il vecchio era stato
legato, e sicuramente non era in grado di stringere i nodi da solo.
- E sulla posizione di questo Aldo Ferri?
- Rimane il principale sospettato. Domani lo interroghiamo in carcere,
trillò.
- E che può avergli fatto? Di cosa lo sospettiamo, diosanto?, si ravvivò il
commissario, manifestando acume. - Il vecchio era nudo dalla cintola in giù,
sdraiato sul letto con un foulard legato al collo, nessun segno di lotta...
- Forse lui e il Ferri avevano una relazione, tentò la Molinari, e lo ha
masturbato fino alla morte dopo avergli legato i polsi.
- Certo, come no. Fanculo, vattene via, Molinari, io ti mando in comunità.
La Molinari girò sui tacchi e uscì dall'ufficio, lo sguardo ancor sognante
per la fantasia di poc'anzi. L'uomo alto e magro la seguì guardandole il
culo e scomparendo, lui pure, dalla vista.






Il corpo del negro era caldo, elastico e duro, la morsa che lo stringeva non
si allentava un attimo e il Ferri aveva da tempo rinunciato a lottare contro
quella forza superiore, pregando come non aveva mai pregato prima che tutto
finisse al più presto, senza ormai più chiedersi come mai, e perché proprio
lui, che era innocente, innocente, innocente.
La lingua rossa del negro, la sua grande bocca ghignante, comparivano al
margine del suo campo visivo, e nel dolore che gli offuscava la percezione
del corpo un nuovo allarme gli fece spalancare gli occhi, mugolare forte,
mentre la penetrazione iniziava e duro e caldissimo il negro entrava in lui.
Nessuno sentiva, nessuno vedeva o avrebbe mai detto niente. Cercò di
immaginarsi di essere in un film, pensò a come si sentono le donne quando
vengono prese così, con una forza cui è inutile resistere, e conviene farsi
morbidi, piegarsi sotto il peso della bestia e attendere che finisca. La
sensazione che più lo ripugnava era questo sentirsi riempito, impalato,
frugato dentro, più profondamente di quanto avrebbe immaginato, e questo gli
fece dimenticare il dolore e la paura di morire, gli fece dimenticare tutto,
per l'orrore.
L'orrore di riconoscere in sé la sensazione consueta del proprio cazzo che
diventava duro, ondeggiando vanamente nell'aria, dritto, come di pietra,
mentre la muscolatura del negro guizzava, lucente di poderosa eleganza nella
penombra, e il suo bacino pompava e pompava il culo sempre più sottomesso e
accogliente. Poi la vergogna avvolse il Ferri come un liquido rovente,
mentre il negro, con la sua tremenda voce da negro, esclamava ridendo: - Tu
vais jouir, ah? Oui, tu vais jouir, c'est bon... La mano che gli serrava la
bocca scese a impugnargli il pene, dando brevi strattoni sotto la punta, e
mentre sentiva il seme risalirgli irresistibile dal profondo e piangendo non
voleva, richiuse gli occhi stringendo forte le palpebre, come a voler
cancellare per sempre se stesso e il suo pensiero del mondo.
Lo trovarono soltanto la sera, in stato di confusione, nudo e rannicchiato
sul linoleum dello sgabuzzino. Lo portarono in infermeria, poi di nuovo in
cella, tra le risate di alcuni dalle inferriate sotto ai neon sempre accesi
del corridoio.






L'uomo alto e l'uomo grasso scesero dall'Alfa color panna davanti al
parcheggio del Policlinico, oltrepassarono le camere ardenti e si
incamminarono all'interno del basso casermone dove era l'obitorio. Profumo
di fiori dalle salme esposte per i parenti cinquanta metri più in là, misto
a un odore metallico di roba chimica cattiva. Il medico legale li aspettava
dentro un ambulatorio dove faceva un freddo d'inferno e una salma vizza
giaceva supina sul tavolo.
- Buongiorno, commissario.
- Buongiorno una minchia. Allora?
Lo guardò un attimo, sorpreso per la minchia. - Allora questo signore è
morto per strangolamento, ma non ci sono lesioni alle vertebre cervicali o
ai tessuti che denotino una stretta violenta. E' morto lentamente, nel giro
di quattro-cinque minuti, con le arterie del collo chiuse dal foulard.
- Le ripeto la domanda. Allora?
- Beh... esiste una tecnica per aumentare l'intensità dell'orgasmo, si
tratta di mettersi un cappio al collo o un sacchetto in testa per diminuire
l'afflusso di ossigeno al cervello... Ogni tanto qualcuno per l'emozione ci
rimane secco, e devo dire che questo mi pare proprio uno di quei casi.
- Che fosse un vecchio maiale s'era capito. Io voglio sapere se è morto da
solo o no, insistette il commissario.
- Beh, guardate qui, ecco: questi graffi sui polsi. Ha cercato di
divincolarsi da qualcosa che glieli teneva legati.
- Hm hm.
- Certo, può essersi trattato di un gioco. Molto probabilmente. Ma chi era
con lui non l'ha soccorso, tanto più che la morte non è stata immediata.
- Poi c'è un'altra cosa che mi rende perplesso.
- Che avesse tra le dita il portachiavi di un amico di famiglia, lo so. Lei
farà carriera, è un piacere sentirla parlare. Arrivederci.
Il commissario Fregni si voltò con uno scatto stizzito e uscì dalla stanza.
L'uomo alto lo seguì senza mai smettere di fissare negli occhi il dottore
basito, con uno sguardo acquoso dalle pupille a capocchia di spillo che
diceva "Ehi capo, che ti credi, guarda che il pazzo è lui".






- Beh, cosa abbiamo qui? Un bel tossicino Findus.
Risate.
- Tieni le mani sul muro, ho detto. Larghe, le gambe. Larghe, ho detto! - E
con una ginocchiata all'interno della coscia il commissario Fregni sbilanciò
il ragazzino ebbro, che con un grido cadde bocconi sul pavimento della
camera di sicurezza.
- Che ha combinato questa testa di cazzo?
- E' fatto, commissario. Duro. Chiedeva le monetine ai passanti, davanti al
Duomo, s'immagini un po'.
- Da non credere, ostentava stupore il commissario rivolto all'uomo alto e
magro, che con un braccio nodoso sollevò da terra il giovane in confusione.
- Andate a fare in culo, sbi-, sbirri di merda, provava a dire quello, rauco
e impastato, e una spinta lo gettò di nuovo a terra.
Altre risate. La scarpa del commissario sulla tempia del ragazzo. Entrò la
Molinari, di corsa. - Commissario.
- Cosa c'è?
- Ferri è morto.






- Come cazzo si fa a suicidarsi in carcere? Nel due-mi-la! Gli psicologi, ci
sono, diocane. Cazzo fanno gli psicologi?, imprecava il commissario
nell'Alfa color panna, lanciata col lampeggiante acceso lungo la Via Emilia,
direzione Bologna. L'uomo alto taceva, la sigaretta tra le labbra,
concentrato nei sorpassi a destra e sinistra delle auto che davano strada.
Si fermarono all'altezza del parco Ferrari, davanti a un'elegante casa a due
piani dal portone di lusso. Suonarono al campanello. - Signora Melandri? Il
commissario Fregni.
La signora Melandri li fece accomodare in salotto senza un sorriso, con
addosso ciabatte e vestaglia. I capelli neri, venati di grigio, ricadevano
scarmigliati sulle spalle incorniciandole il viso stanco dalle guance
appesantite, mentre li squadrava con occhi di fuoco.
- So già tutto, commissario.
- Mi dispiace.
- Meno male che è morto. Era un uomo malvagio.
- Può essere, signora. Ma non era stato lui.
- E questo come fa a dirlo?
- Suo marito è morto strangolato. Un buon motivo per sospettare del signor
Ferri, che l'aveva già minacciato più volte, come lei ci ha detto. Un
tentativo fallito di farlo passare per morte accidentale, con tutta la
pantomima del foulard e i pantaloni calati: come piano poteva starci. Ma suo
marito era legato, quando è successo. E non c'erano segni di colluttazione
in casa. Il signor Melandri non avrebbe mai aperto la porta ad Aldo Ferri:
lei mi ha detto che non erano in confidenza, anzi, che lo detestava. Un buon
motivo per non farsi legare i polsi da lui senza ribellarsi, non crede?
- E con questo che intende dire?
- Che suo marito si è lasciato legare da qualcuno che conosceva bene.
- Ancora la storia del gioco erotico!... Ma se mio marito dopo l'ictus manco
riusciva a stare in piedi da solo!
- Che fine ha fatto la badante, signora Melandri?
Tic. Un piccione sul davanzale beccava sul vetro, nel sole rosso arancio del
tramonto. La signora Melandri chinò lo sguardo e si fermò a fissarsi un
piede nudo e stanco, imprecise pennellate scarlatte sulle unghie.






- Spasibo.
Dalla vetrata della suite dell'Hotel Fini si vedevano le auto in coda sulla
via Emilia, nella maledizione quotidiana del traffico delle ore di punta.
Quattro uomini sedevano al tavolo di mogano in mezzo alla stanza, con le
carte in mano e la risata facile. Allungavano le mani tra mucchi di fiches
colorate e tre bottiglie di vodka, due ormai cadaveri e una ancora piena.
Boris Mikhatilo aveva una camicia di lino bianco aperta sul petto e un
sorriso stampato sul volto nel bel mezzo di una mano molto tesa. I tre
amici, facce rubizze da contadini russi, reggevano le loro cinque carte, i
visi seri, gli sguardi concentrati. Nella stanza una miscela greve di
dopobarba costosi e sigari fumati da poco.
Boris prese una pila di fiches quadrate e le spinse al centro del tavolo. A
un tratto chiuse gli occhi, come liberato in un sollievo interiore che lo
fece respirare profondamente per alcuni istanti. Al suo fianco, uno degli
amici distese le labbra in un sorriso di scherno, ma Boris riprese presto il
suo gelido sguardo da poker, scrutando le intenzioni del giocatore
successivo.
Il successivo gettò le carte sul tavolo. Toccava al terzo, quello seduto di
fronte a zar Boris che ostentando noncuranza versava vodka nei quattro
bicchieri.
Mormorò qualcosa in russo, tenendo le carte in una mano e accarezzando le
sue fiches con l'altra, indeciso se accettare il rilancio al buio. L'attesa
si prolungò, mentre rifletteva, sogguardando gli avversari. A un tratto,
senza apparente motivo, il quarto giocatore fece una sorta di esclamazione
soffocata, - Uhh -, e gli altri tre scoppiarono una risata, dandosi di
gomito, esprimendo lazzi nella lingua madre con voci nient'affatto sobrie.
Subito dopo bussarono alla porta. - Chi è? Disse Boris, in un italiano
pesante, mentre all'unisono tutti si portavano le mani alla cintura dei
pantaloni. - Polizia.
Un secondo dopo le mani dei giocatori armeggiavano ancora freneticamente
sotto al tavolo. Un altro secondo dopo un calcio buttava giù la porta e con
un rapido balzo l'uomo alto e magro si portava al centro della stanza, le
braccia tese e convergenti nel puntare la calibro 9. Altri due poliziotti
completarono l'irruzione, armi in pugno, disponendosi ai lati del primo.
- Che puzza, puoi aprire la finestra, caro Boris?, iniziò a dire il
commissario Fregni quando era ancora fuori dalla stanza, e con passi pesanti
e inarrestabili proseguì il suo cammino, entrando e dirigendosi verso
l'amico zar.
- Commissario, si aprì quello in un sorriso, ma Fregni era già a un metro da
lui, sorrise a sua volta e lo afferrò con una mano al collo, levandolo da
terra mentre scalciava e bicchieri e bottiglie cadevano infrangendosi, e
inchiodandolo alla parete vicina come una farfalla rara.
Boris si dimenava e gorgogliava paonazzo, le mani lottavano disperatamente
contro la morsa del commissario, che dopo qualche istante lo scaraventò al
centro del pavimento, sotto gli occhi dei compagni e dei poliziotti in
posizione di tiro.
- Caro Boris, ripeté, e lo ghermì mentre a quattro zampe, scivolando come
Gatto Silvestro, quello tentava di allontanarsi da lui. Con le braccia
possenti se lo pose a contatto dell'enorme pancia, per poi lanciarlo in alto
con gesto da pallavolista, e catapultare, - Caro Boris -, il suo corpo
disarticolato contro un armadio mandando fuori squadra due ante.
- Caro Boris, dicevo, riprese il commissario con un sorriso cattivo, aprendo
lentamente la finestra, - Vedo che te la passi bene con gli affari. Alzati,
vah, stai pure comodo. Oh, guarda, ti si sono slacciati i pantaloni. Hai una
brutta cera, posso fare due chiacchiere con te?
- Quando vuole, commissario, rispose quello rialzandosi, occhi duri come
diamanti e un leggero fremito sul volto.
- Sei sicuro? Vuoi che ripassi più tardi, è un brutto momento?
- Sono... a completa disposizione, commissario. Posso offrirle qualcosa da
bere?
- Lo sai che sono completamente astemio, Boris. Comunque grazie per la
gentilezza.
- Non c'è di che, rispose. Un rivolo di sangue cominciò a fuoriuscirgli dal
naso.
- Sto cercando una persona che conosci, sai. E' scomparsa, poverina. Ti
faccio vedere una foto segnaletica.
Estrasse dal taschino una foto e la esibì a un centimetro dal viso di Boris,
che si piegò all'indietro, con un gemito di dolore, per metterla a fuoco.
- Olga Shiskina. Vi conoscete bene, voi due. O sbaglio?
- Lei non sbaglia mai, commissario, rispose quello senza la minima
espressione negli occhi freddi. - Credo che faccia le pulizie nei condomini.
Per una cooperativa, direi. Prima faceva la badante con gli anziani.
- Allora puoi dirmi, caro Boris, in quale delle tue gloriose cooperative
lavora questa signorina, per cortesia? Tieni il fazzoletto, dai, pulisciti
la faccia, che fai schifo.
- Grazie, commissario. Signora, credo. Ha un marito in Ucraina. Lavora alla
GR, mi pare. Vuole l'indirizzo?
In quello stesso momento l'uomo alto e magro con un sorriso da lupo si
avvicinò al tavolo, mise una mano sotto e si udì un grido di donna.
La trasse fuori per un braccio, di peso, se la mise in piedi al suo fianco,
come in posa per una fotografia. Completamente nuda, capezzoli rosa pallido
sul piccolo seno che nascondeva con una mano, lo sguardo terrorizzato sotto
le sopracciglia sottilissime e bionde. Respirando forte girò gli occhi
cobalto, spalancati, a destra e a sinistra, si toccò un angolo della bocca
con la lingua e con uno scatto si pulì con la mano uno sbaffo madreperlaceo
di sperma, che le correva lungo tutta una guancia,
dall'orecchio al rossetto sbavato delle labbra.






Tornò a casa sentendo addosso una stanchezza primaverile. Alle sette il sole
doveva ancora tramontare.
Andò direttamente a fare una pisciata, entrando senza salutare. Da subito
avvertì una strana sensazione. Uscì circospetto dal bagno, i sensi
allertati.
Elisa aveva messo tutto in ordine, la casa aveva un aspetto completamente
nuovo, arioso, splendente. La tovaglia era cambiata. Rimanevano pochissimi
soprammobili sulle mensole, e la disposizione così elegante di tutti gli
oggetti gli provocò una sensazione ambigua di stupore e allarme. Girò il
collo taurino verso la tavola libera da oggetti inutili. C'era un foglio, in
bella vista.
"Caro Papà,
questa mattina mi sono svegliata e devo aver sognato, dato che ho avuto un
ricordo nettissimo e nuovo di quando ero bambina, avevo tre anni e la mamma
c'era ancora. Nel ricordo ero in ginocchio per terra e giocavo con una
bambola col vestitino rosso e i capelli biondi, fatta di un materiale
strano, una gomma profumata. Poi sei comparso tu, eri più giovane ma eri già
grasso, e davanti a me eri alto come una montagna. Eri una furia, Papà, mi
hai guardata e io non ho osato dire una parola, poi sei uscito dalla porta
sbattendola come un pazzo e mi hai lasciata sola, e nell'altra stanza la
mamma ti insultava e piangeva. Io allora ho deciso di far finta che tu non
fossi mai passato davanti a me guardandomi in quel modo, e che la mamma non
stesse piangendo, così ho continuato a giocare e non sono nemmeno andata a
chiederle che cos'aveva. Ho continuato a giocare con la mia bambola, perché
se fossi andata di là lei mi avrebbe detto che cosa le avevi fatto, con chi
eri stato, dov'eri andato. Ma io ho continuato a giocare, perché tanto
domani sarebbe stato un giorno uguale a questo, quindi l'avrei fatto domani,
non oggi, di mettermi a piangere anch'io insieme alla mamma, di maledirti
per sempre, Papà.
Sono cresciuta al tuo fianco senza più volerti conoscere, e non ho mai
capito che cosa mi trattenesse accanto a te, dopo la morte della mamma,
visto che non ho mai sperato neppure per un momento che uno come te potesse
diventare diverso. Davvero non so come mai ti ho accudito per tutti questi
anni. E tu non potrai mai capire quanto io abbia avuto paura di te. E' un
miracolo se non sono diventata pazza, credo, e ci sono riuscita vivendo di
nascosto, non lasciandoti mai sapere nulla di quel che facevo la sera quando
uscivo.
Beh, ora te lo posso anche dire. Andavo al cinema o uscivo con le amiche.
Qualche volta a teatro. Capisci quanto erano inutili le tue preoccupazioni e
i tuoi interrogatori, stronzo? Tu che mi consideravi una specie di puttana.
Invece è grazie a te se ho sempre tremato e la mia pelle si è sempre fatta
ghiaccio, quando gli unici due ragazzi che ho avuto in vita mia appena mi
sfioravano.
Ho messo in ordine casa, Papà. Spero che ti piaccia. Non ti dico dove sono
andata, sappi solo che non tornerò mai più. Non vado a nascondermi, so che i
tuoi amici sbirri non avrebbero difficoltà a trovarmi, visto che è il vostro
mestiere, ma so che non glielo chiederai mai.
Ricordati di annaffiare le piante. Nel forno c'è un pollo alla cacciatora da
scaldare, ho cucinato per te tutto il giorno. Papà, spero che tu invecchi e
crepi da solo, dentro le mura di questa casa maledetta. Spero che tu campi
qui dentro ancora a lungo, senza nessuno intorno tranne i tuoi fantasmi,
pisciandoti e cacandoti sotto quando avrai i capelli bianchi e ti tremeranno
le mani, e che un giorno i vicini trovino il tuo cadavere marcio, sfondando
la porta per il cattivo odore, e lo spàzzino via, per sempre.
La tua piccola Elisa".
Rimise il foglio sul tavolo, si sedette. Si rialzò immediatamente, andò ad
aprire il forno. Lo richiuse e rimase alcuni istanti a guardare attraverso
il vetro il suo piatto preferito. Poi, quasi in punta di piedi, come se non
volesse mettere nulla fuori posto spostandosi con la sua mole, rimise la
giacca, aprì la porta e uscì.







Finì una bottiglia di bourbon alla Vecchia Scarpa, sotto lo sguardo
dell'oste amico, moderatamente preoccupato nella sua sapienza. Prese la
macchina, guidando piano, un gomito peloso fuori dal finestrino, e percorse
tutta la Via Emilia Centro, passando sotto la Ghirlandina, sbirro più che
mai in quell'assurdo pattugliamento notturno, molti giovani a passeggio nei
portici alla sua destra. Proseguì verso Piazzale Sant'Agostino, si diresse
verso la periferia, e a fari spenti parcheggiò sotto un certo palazzo che
conosceva, appartamento per appartamento.
Salì e bussò alla porta che ricordava, - Chi sei?, - Fammi entrare.
- Sei ubriaco, rispose la puttana dallo spiraglio dell'uscio. Lui per tutta
risposta con una spallata lo spalancò, facendola quasi cadere a terra e
vedendo lo spavento emergere in lei e colmare i suoi occhi.
Un paio di banconote pesanti le fecero passare la paura, nonostante la tarda
ora e l'improntitudine dell'ospite. Pochi istanti dopo, mani sapienti e
unghiute lo manipolavano tra le cosce, un culo sudamericano a un palmo dal
suo viso stranamente cupo e concentrato nel palparlo, accarezzando
centimetro per centimetro la superficie liscia del trionfo curvilineo di
carne soda.
- Stai tranquillo, tesoro, rilassati, diceva lei con voce meccanica,
abituata a far fronte con successo alle più ostinate défaillances. Lui
continuava a maneggiarle il culo mentre lei gli poggiò in grembo tutto il
peso e il calore della sua quarta naturale, risucchiando con le labbra, nel
suo timido protrudere fra le tette brunite, la cappella vizza e umiliata dal
preservativo floscio che la copriva, nella vana attesa di essere riempito.
Improvvisamente il commissario, come un manager che picchietta la scrivania
e abbandona una riunione colto da un'idea improvvisa, le diede una piccola
pacca sulla schiena nuda, levando contemporaneamente il culo dal divano, e
portò avanti il suo corpo enorme e grasso a passettini per via delle braghe
abbassate, come una sorta di Frankenstein Junior più brutto e triste, sicché
lei, che tutto sommato ne aveva viste di peggiori, non disse nulla e non
stette manco a guardarlo mentre lo sentiva uscire e scendere le scale.
- Ohi, però la porta la paghi, disse poi il pappone nel cortile allo zombie
grasso e ubriaco che gli passava a fianco senza fermarsi, diretto alla
macchina. Fu la sua insistenza a perderlo, visto che provò a inseguirlo,
estrasse il coltello troppo corto, e Fregni controvoglia dovette reagire,
così in una frazione di secondo gli bloccò il braccio armato, lo avvicino a
sé e con una secca testata gli sfondò il setto nasale e l'osso frontale del
cranio, lasciandolo privo di coscienza sull'asfalto: danneggiato gravemente,
ma non in modo critico, sul piano delle funzioni neurologiche.






- La relazione tra il Ferri e questa Olga durava da molto tempo?
- Oh, sì, commissario. Lui la aiutava a trovare lavoro, diciamo così. Fu lui
a presentarcela, rispose la Melandri, seduta sul divano con indosso la
stessa vestaglia del giorno prima, i polpacci pesanti che si intravvedevano
in fondo alle gambe accavallate, un'ombra di apprensione nello sguardo nero
che una volta doveva esser stato bello.
- Quindi, se ho capito bene, volevate licenziare Olga, il suo fidanzato Aldo
Ferri non era d'accordo ed è nato un diverbio, per cui...
- Commissario, io devo rivelarle una cosa.
Lo sguardo di Fregni emerse interrogativo dalle nebbie del mal di testa che
lo attanagliava.
- Ecco... In realtà temo che questa Olga e il mio povero marito...
- Che avessero una relazione?
- Sì, temo di sì. In un certo senso.
- Alla sua età?
- Posso parlare liberamente, vero? E' una storia che è cominciata alcuni
mesi fa, poco dopo che abbiamo assunto Olga come badante. Lei capisce, io
non ce la facevo più, dopo la malattia mio marito era diventato una larva,
camminava col deambulatore, passava tutto il giorno in poltrona, a
lamentarsi... Per questo ho deciso di assumere una donna che mi desse una
mano a gestirlo, una di quelle ucraine. Era diventato capriccioso, mio
marito, come tutti gli anziani, non ne potevo più.
Il commissario Fregni mise una mano davanti al viso in atteggiamento
attento, trattenendo uno sbadiglio a bocca chiusa.
- E le dico, commissario, dopo una prima settimana così così, pensai a un
miracolo! Non che Olga fosse particolarmente d'aiuto nei lavori di casa, sa.
Ma mio marito ebbe un cambiamento straordinario. Da lei si lasciava
imboccare come un bambino, mai una lamentela, mai un'opposizione. Bastava
che lei lo guardasse seria, con quegli occhi azzurri, che lui si metteva
subito buono buono, come se ne avesse paura.
- Perché mi racconta tutto questo, signora?
- Aspetti. Vede, sembrava proprio che Olga avesse assunto un'autorità su mio
marito, ormai, ridotto così, capirà... Come se fosse stato un bambino. Io lì
per lì ero contenta, sollevata, le mie giornate erano molto meno faticose.
Ma poi, una notte di dieci giorni fa... Oddio, commissario, lei mi prenderà
per matta.
- Dica, la rassicurò Fregni, ormai risvegliato dal torpore.
- Ecco... Io lo ricollegherei al modo in cui è morto mio marito, se
veramente... Insomma, sì, io credo che tra lui e Olga ci fosse in effetti
una relazione, una relazione strana. Strana e malata, anche - Agitò le mani
in un impeto di rabbia -, Una notte, saranno state le due, mi sono alzata
dal letto per bere un bicchier d'acqua. Passando per il corridoio, ho visto
la luce accesa nella camera di mio marito. Dormivamo in camere separate,
dopo l'ictus, aveva bisogno di uno di quei letti speciali. Ecco, mi sono
avvicinata, la porta era socchiusa, e ho sentito la voce di Olga venire da
dentro. Una specie di sussurro, in una lingua incomprensibile. Russo,
immagino. Beh, pensai, si vede che mio marito si è svegliato e lei è andata
a vedere, camera sua era proprio di fronte... Insomma, dalla porta socchiusa
vedevo lo specchio del comò. E dallo specchio si vedeva il letto.
Commissario, io non so...
- Vada avanti.
- Era lì, seduta sul letto dov'era mio marito. Nuda. Senza camicetta, voglio
dire, coi seni di fuori, quei suoi seni grandi e bianchi, da balia. Era nudo
anche mio marito. Oh, Signore, pensai, ma che gli sta facendo? Poi guardai
meglio e vidi che mio marito era legato, con le cinghie che questi letti che
dà l'Usl hanno incorporati... Insomma, mio marito era immobile, aveva la
bocca aperta, e io guardavo dalla porta e mi infiammavo di rabbia, e
quella... quella puttana, scusi la parola, signor commissario, cioè Olga, lo
stava toccando... sì, lì, insomma, tra le gambe, e il coso, il pene, di mio
marito era grosso e gonfio come non avrei mai pensato che potesse diventare,
dopo la malattia. Olga era chinata verso di lui, i seni gli sfioravano il
petto, e gli parlava all'orecchio, con un tono strano, di comando, sempre in
russo. Poi cominciai a sentire i gemiti di mio marito, come se stesse
soffocando, e pensai, ma questa lo ammazza. Lei lo accarezzava in un modo
strano, leggerissimo, molto lentamente, e mio marito, che già faticava a
muoversi per la malattia, si inarcava nel letto, sollevava i fianchi, la
bocca spalancata come se gridasse. Ogni tanto lei si fermava, toglieva la
mano e gliela metteva davanti al viso con l'indice puntato, dicendogli altre
cose con un sussurro più secco, mentre mio marito tremava. Poi ricominciava
daccapo. Io non sapevo che dire, ero bloccata, commissario, e rimasi a
guardare fino alla fine. Dopo vidi che con l'altra mano Olga gli stringeva
il collo. Cioè, non so se stringesse, aveva le dita attorno al suo collo,
diciamo. Mio marito aveva gli occhi fuori dalle orbite, e quella lo toccava,
lo massaggiava lentamente, coi polpastrelli. Poi mio marito divenne
paonazzo, violaceo, e pensai: ecco, gli viene un colpo, e rimase così per un
intero minuto, con la mano di Olga quasi ferma sopra il suo, sì, tra le sue
gambe. Ebbe un sussulto forte, come delle scosse, non finiva mai, poi
ricadde sul letto immobile, gli occhi aperti, e la guardava negli occhi, o
nei seni. Ansimava forte, io non sapevo se il suo cuore avrebbe retto. Alla
fine Olga prese una salvietta, usiamo quelle bagnate dei bambini, e gliela
passò sul ventre, lui non reagiva più, e lo pulì completamente. Lo slegò e
si mise a rivestirlo. Io tornai a letto, non ebbi il coraggio di far nulla.
- Come non fece nulla?
- Commissario, io avevo paura, non so, non me la sentii. Il giorno dopo la
presi da parte, le dissi: senti, ho visto che cosa fai a mio marito, di
notte. Lei negava tutto, ma si capiva che non diceva la verità, così io le
dissi: vattene e non tornare mai più.
- E lei se ne andò?
- Sparita. Non l'ho mai più vista. Il giorno dopo venne Aldo Ferri come una
furia, minacciò me e mio marito, che gridava, e io non capivo se mio marito
insistesse a voler licenziare Olga per farmi piacere, perché aveva capito
che io sapevo, oppure... Ora non lo saprò mai.






Pomeriggio di domenica al parco davanti al teatro Storchi. Su ogni panchina
tre, quattro donne di ogni età, perlopiù sopra i quaranta, corporature
robuste, visi larghi e ridenti, abiti semplici. Altre donne, in piedi, ferme
in bicicletta davanti alle altre, in un picnic collettivo fatto di
chiacchiere in russo e nostalgia di casa, con tanto di interrogazioni in
consiglio comunale per le cartacce e il disturbo alla quiete.
- Eccole qua. Centinaia. I mariti sono tutti in Ucraina, a casa, non fanno
un cazzo tutto il giorno e bevono vodka perché non c'è lavoro.
L'uomo magro annuiva, grave, incedendo stonato nel suo completo di jeans.
I due si fermarono di fronte a un terzetto di ucraine giovani, sedute sui
gradini del teatro. Potevano sembrare due testimoni di Geova ben lontani
dalla rivelazione.
- Olga Shiskina?
Nessuna risposta.
In genere le clandestine che hanno questo fisico non vanno a pulire il culo
ai vecchi, pensava il commissario, fanno l'altro dei due mestieri che
possono fare.
- Polizia. Deve venire con noi. Lei, sì, proprio lei, disse con tono fermo
puntandole contro un dito grasso.
Olga, o come si chiamava, si alzò in piedi, levando il mento con fierezza e
tradendo un sottofondo di paura nel suo sguardo di sorpresa e odio. Una
delle amiche si fece il segno della croce e baciò un ciondolo, mentre i due
individui la scortarono alla macchina, quello magro senza toglierle gli
occhi di dosso, e la fecero salire.
La macchina partì con i flash del lampeggiante blu.






La luce del pomeriggio, dalle vetrate della casa lussuosa sulla Via Emilia,
si spandeva intorno accecante.
- L'abbiamo condotta in questura. E' sotto interrogatorio, deve spiegarci
molte cose.
- Perché l'avrà fatto, commissario?, chiese la Melandri in piedi accanto a
lui, il lampo di una pietra preziosa sulle mani flessuose, segnate dal
tempo.
- Non ne ho idea. Me lo dica lei, ammesso che sia stata Olga.
- Sono certa che sia stata lei. Dopo quello che ho visto, ne sono certa.
- Secondo lei perché l'avrebbe fatto?
- Non lo so, non lo so. Forse mio marito le aveva... promesso qualcosa, non
so. Non fanno così gli uomini quando hanno un'amante?
- E quel portachiavi?
- Beh, gliel'avrà messo lei, tra le mani, per depistare. Per far ricadere la
colpa su Aldo.
Rimase un attimo a pensare, guardandola negli occhi, il suo corpo grasso e
stanco fasciato da una camicia anonima, da poliziotto.
- La ringrazio per la disponibilità, signora. Ci sentiremo presto.
- Grazie a lei, commissario... Oh, aspetti: le verso il caffè in un'altra
tazzina, le ho dato una tazzina sporca.
- Non è nulla, capita.
- Certo, capita. Beh, sa che cosa significa questo, commissario?
- Non so, esitò lui.
- E' la solitudine.
La solitudine. Si congedò un minuto più tardi, la piccola mano della
Melandri tra le sue enormi dita pelose in un saluto imbarazzato.






Rientrò nei locali illuminati a neon della questura, scese al seminterrato.
- Abbiamo fatto una chiacchierata, commissario, disse la Molinari uscendo
dalla camera di sicurezza. Conduceva per mano Olga, gli occhi bassi, il viso
arrossato, le guance rigate di lacrime.
- E' venuto fuori qualcosa?
La Molinari sollevò il mento della ragazza con una mano dalle unghie
affilate, le accarezzò il collo mentre quella rovesciava la testa
all'indietro, sospirando e chiudendo gli occhi terrorizzata: - Sentito la
domanda? Su, digli pure cos'è venuto fuori, sussurrarono le labbra rosse a
due centimetri dal suo orecchio.
- Io... Katja, mi chiamo Katja.
- E' già un risultato, no?, trillò la Molinari.
- Hai controllato le schedature delle prostitute?, si permise di suggerire
il commissario, non senza rispetto.






Si muovevano in silenzio, coperti dalle lenzuola, uno di fianco all'altra, i
respiri profondi, come in sincrono.
La notte era tiepida e umida, dalla vetrata aperta entrava una brezza
piacevole, e il commissario Fregni non sapeva più com'era finito lì.
Non era la voglia di chiavare, non era quello. Voglia di natiche sode e seni
ventenni, bocche abili nel trarre il seme dai suoi lombi,
irresistibilmente... No, non era quella carne cui si trovava a contatto,
questa notte. Questa carne, che ora premeva contro la sua, era stata
altrettanto presa a calci dalla vita, passata attraverso il vaglio crudele
del tempo.
Qualcosa era nuovo, tutto questo gli piaceva di un piacere dimenticato. Lo
guardava negli occhi, la signora Melandri, esplorava una solitudine simile
alla sua, e non si vergognava più, di sembrare stupida, come quando gli
aveva detto: - La luce accesa no, non voglio che mi guardi.
Lui l'aveva accontentata, le sue grandi mani leggere sulle sue spalle, in
una carezza dolce, prolungata, mentre i loro bacini si incontravano, i sessi
uniti, senza bisogno di dirsi nulla, nulla da scoprire, nessun bisogno di
drogare il piacere con tecniche particolari, ma solo un uomo e una donna, un
uomo grasso e imperfetto che stringeva a sé quella che era
inequivocabilmente una donna, un corpo pesante, dalle forme ottuse, più
fragile e leggero di ogni altro tra le sue carezze.
Altre mani avevano toccato quelle braccia dalla carne non più soda ma
morbida, cedevole. Altri occhi si erano immersi nei suoi, nell'istante del
piacere, così poco importante in sé, così breve e leggero. I loro corpi
avevano la saggezza degli anni, e sapevano esattamente quali gesti compiere,
quale soddisfazione cercare. Ad ogni lunga spinta un sospiro, un sospiro ad
ogni spinta. Poi un fremito prolungato, lento e ritmato come la risacca.
Il sonno li accolse fianco a fianco, il capo di lei sul suo petto, un
singhiozzo leggero, di quando in quando, per l'ansia di chissà quale sogno.






- Il fermo scade questa sera, commissario.
- Ci sono novità?
- Continua a negare tutto. Dice che Aldo Ferri l'aveva scaricata pochi
giorni prima, non si era più fatto vedere.
- Un motivo in più per farlo passare per assassino... Certo, può essere.
- Ho controllato in archivio, non corrisponde a nessuna scheda. Stiamo
verificando presso le altre questure della regione.
- Ha detto qualcosa del portachiavi?
- Non sapeva neanche di che stessi parlando..., si morse un labbro la
Molinari, - Tra l'altro le impronte digitali che ci abbiamo trovato sopra
non sono sue.
- Vado a farle qualche domanda io, ora.
Uscì dall'ufficio, pensieroso. L'uomo alto e magro si sedette al suo posto,
con la sigaretta tra le labbra, allungando i piedi sulla scrivania.







Alle prime luci dell'alba si alzò dal letto, accese la televisione in sala
da pranzo e fece colazione. Il posacenere era pieno, la casa sporca e in
disordine.
Uscì nell'aria ancora fresca, prese la macchina e guidò per tutta la città,
attraversando il centro storico a passo d'uomo. Erano già le otto quando si
diresse verso il parco Ferrari e suonò al campanello della casa a due piani.
- Ciao. Non ti aspettavo così presto.
Fece passare la sua mole attraverso la porta e andò a sedersi in salotto.
- E' successo qualcosa?, disse la Melandri sedendosi di fronte a lui.
- L'abbiamo lasciata andare, non c'entra.
- Olga? Come non c'entra? E' stata lei! Altrimenti chi altro?...
- Non si chiamava Olga. Katja, o qualcosa del genere.
- Sarà stato il nome che usava quando batteva i marciapiedi.
- Li avrà anche battuti ma nessuno l'ha mai schedata. Non risulta. Ho fatto
una ricerca in archivio, molto approfondita.
- E non hai trovato niente?
- No, qualcosa ho trovato.
Le allungò una foto, formato tessera.
- Mio dio..., disse la signora Melandri con un tono di sorpresa immensamente
triste.
- Già.
Continuava a scuotere la testa, affranta, la foto tra le mani.
- E' una donna bellissima, lo so. Credo si facesse chiamare Lola. Anche
Vivian, a volte. Ma ti parlo di trent'anni fa.
- Tu... eri stato con lei?
- Sì, ci sono stato.
- Te la ricordi ancora?
- Sì, me la ricordo bene. E' stato ieri sera.
- Ed è stato... bello?, chiese lei preparandosi a piangere.
- E' stato molto bello, disse il commissario.
- Grazie, rispose Lola, con voce appena udibile. Non una sola lacrima le
usciva dagli occhi, solo un sospiro interminabile, come se tutto il tempo
della sua vita stesse uscendo in un filo da dentro di lei.
- Sulla scheda ci sono anche le impronte digitali della donna della foto.
Sono le stesse che abbiamo trovato sul portachiavi di Aldo Rossi.
- Lo so, mormorò lei, lo so.
- Io credo che lei debba seguirmi, signora. Mi dispiace molto.
- Era un pezzo di merda, quel vecchio, voglio che tu lo sappia. Gli piacevo,
quando ero giovane e lui faceva l'imprenditore. Ci siamo sposati, credevo
che sarei stata felice, cambiando vita, credevo che avrei avuto tutto,
capisci?
- Non c'è fretta, può raccogliere con calma i suoi effetti personali.
- Trent'anni d'inferno, mi ha fatto passare. Tu hai un'idea di che cosa
voglia dire? Hai un'idea della paura di tornare indietro, di precipitare di
nuovo nello schifo dove vivevo prima, se solo mi fossi permessa di alzare la
voce? Hai un'idea di quanto mi sia costato fargli da serva per trent'anni?
- Penso che lei sarà accusata di omicidio volontario: se non ha un avvocato
di fiducia, il tribunale gliene assegnerà uno d'ufficio.
- Non voglio che tu pensi che ho fatto l'amore con te per interesse. Ho
fatto l'amore tutta la vita per interesse. Ti prego, dimmi se pensi che sono
venuta a letto con te solo per sviare le indagini. Dimmi solo questo.
- Mi dispiace molto, signora. Ci attendono in questura tra quindici minuti.



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