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  244 Autore: Ioimbe

Presi Marianutella per la mano mentre stava andando via.
C'eravamo appena baciati al centro di quell'atrio bigio, che
univa il corridoio con le scale dei binari. Era stato un
bacio doppio, posato sulle guance e timido, perché, infondo,
solo quello ci potevamo permettere in quell'istante, prima
che lei s'avviasse a scomparire sul lato nord, fra la flotta
di umani con le valigie, ed io a sud, nella flotta speculare
ed ugualmente caotica.
E la guardai così, che andava via con il suo corpo di
calamita, che trascinava a se fin'anche il suo stesso
profumo e dissi "hei, Marianutella", raggiungendole il polso
e poi stringendole le dita, che si aggrovigliarono alle mie,
dando luce ad un sorriso. Mi sorrise, infatti ed io
"Aspetta", dissi. E lei mi guardò con occhi pieni e ricchi
e "dimmi", disse.
Marianutella la conoscevo da meno di un ora. O, meglio, non
la conoscevo, quasi. L'avevo vista prima, quand'era
dall'altra parte del binario, con intrecciata sulla testa
una fascia di stoffa grezza, verde limone ed opaca, ed uno
zaino grigio posato su una spalla. L'altra spalla, invece,
la usava per premere sul legno della porta sudicia della
stazione, mantenendosi così in equilibrio. Fumava calma una
sigaretta e veniva guardata da me, che ero dall'altra parte
del binario, a molti passi di distanza, col mio zainetto e
la schiena curva poggiata sulla borsona nera e l'album da
disegno sulle gambe da indiano e la mia aria d'artista, che
stava disegnando proprio quella porta nel mio disegno della
stazione. Poi apparve lei, che si posò con quella sua
spalla alla mia porta, come un colibrì che s'accosta ad un
fiore. S'adagiò, spostò una gamba ad incrociarsi sull'altra
e, trattenendola su una punta, sfoggiò la sua aria
distratta.
Aveva gli occhi persi che non guardavano ma pensavano. Era
affascinante quella donna, col suo vestito da uomo e la sua
aria un po' virile e un po' dolciastra, col suo profumo di
blues, che ti si insinuava nella pelle ed il suo profumo
d'erbe e sangue che lo scalzava, appena era di fronte a te.
La osservai, quindi, e la catturai, per distenderla sul mio
foglio, con tratti repentini di matita, tratti pressanti
eccitati e vogliosi. Poi scomparve per i lunghi istanti in
cui ingoiai la sua immagine, deglutendola fino all'abisso
dello stomaco mio, annegandola, come uno dei tanti desideri.
"Addio mia creatura", dissi guardandomi la pancia. Ma allora
eccola - cribbio - eccola che sale su per le scale, eccola
che viene verso di me, sinuosa e silenziosa sulle scarpe da
ginnastica consumate dalla moltitudine dei passi, silenziosa
col suo velo di solitudine, sinuosa col suo incedere da
principessa nera. Nera e bella, bellissima, ecco come sei;
ecco come pensai in quell'istante. E per questo trattenni il
respiro, liberai il foglio dal carnet, frenai il mio cuore
pigiando sull'immaginario pedale delle mie emozioni, e stesi
il braccio: quarantacinque gradi o poco più, per portare
quel foglio con la stazione, i treni, il capostazione e lo
sbirro ed il ritratto di lei, lì, fra le sue mani;
quarantacinque gradi per avvicinare la mia mano alla sua
carne, per infrangere l'alone della sua bellezza e stendere
un ponte fra me e lei. Un gesto e toc toc, cribbio, bussare
alla sua porta e sperare che, un giorno, prima o poi, sarai
proprio tu, Principessa Nera, sarai proprio tu a cercare me.
A stendere il tuo braccio a quarantacinque gradi, a spingere
il tuo indice su per aria, a mostrarmi la tua collezione di
farfalle o che ne so' manguste o magari pure tigri o
elefanti o iguane o pipistrelli impagliati o tirannosauri di
plastica o bottiglie della Coca-Cola, pennini o francobolli
di quale diamine di paese, piuttosto che semplici serpenti e
mamma mia, pensai, come mi batte veloce veloce forte il
cuore, porcavacca a me e la timidezza mia. Prendi lurida,
magica, eclissante negra; prendi questo foglio, ridi di me,
se vuoi, ma io t'amo e t'amerò per sempre, anche se tu ora
mi guarderai incazzata e arrabbiata e "vaffanculo brutto
ranocchio", ecco cosa mi dirai, be' se così dovesse accadere
io sarò ugualmente felice per averti incontrato.
Ma lei prese il foglio e lo guardò, alzò il viso a farmi
luce, riguardò il foglio come se fosse la mappa del Capitan
Baco e del suo tesoro, e scrutò la stazione cercando i suoi
orologi fermi a qualche dieci minuti fa, ed il capostazione
ed il tizio della polizia ferroviaria, che erano andati via.
Si guardò attorno con occhi grandi, individuando i due
punkabbestia, che erano arrivati da pochi minuti e che sulla
mappa proprio non c'erano; toc fece con l'indice sul foglio,
indicando i nuovi arrivati, toc e si vide il foglio
traballare e si vide lei, bella bellissima assorta, che ora
non stava là ma qua, e che, ancora senza guardarmi, m'offrì
l'amaca distesa e scintillante del suo sorriso. Fu in
quell'istante che il mio cuore si smontò e cadde a rotoloni
nell'intestino tenue.
"Lo posso tenere?", mi chiese.
Tonf, e mi cadde un altro pezzo. Che domande mi fai, mia
tenera Marianutella, mia donna dalla pelle di sesamo e
cioccolata, dama dalle linee profumate, tartufo dai profumi
spezziati e tossici, che mi fai traballare il cervello solo
per l'essere così, così come sei. Che domande mi fai?
"Si", dissi. "E' per te", aggiunsi.
E poi non dissi altro. Almeno a lei. Dentro di me, invece,
era tutto un inseguirsi di parole, un rincorrersi di
coltelli di vocali. Sono una carogna, pensai; "Sei un morto
dentro, fratello!", così mi dissi. Ed ancora, mi insultai,
quale un animale senza coda e zampe e pelo e squame e nerbo.
"La vedi questa delizia che ti si è parata davanti? La vedi?
Non l'hai sempre sognata così? Non è lei la dama che per
lunghe, miserevoli notti, e per dannatissimi mesti giorni ti
ha danzato nella testa? Parla bastardo!". Ma la mia bocca si
fece muro anche quando lei mi si fece accanto,
accoccolandosi accanto a me, felice che trasudava felicità,
lusingata che s'addormento col volto felice.
Andava a Bologna. Ecco, questo sapevo di lei. Sapevo che
andava a Bologna e che veniva dalla terra dell'Africa, dove
i suoi la chiamarono, non so quanti anni fa, con un nome che
non riuscivo a pronunciare e che, per questo, fu sostituito
con "Marianutella".
"Io vado a Bologna", così mi disse, prima di chiudere gli
occhi sulla mia coscia. Questo mi disse dopo essersi
presentata. "E tu?", mi chiese. "Be' io no, non vado a
Bologna, io vado a Lecce", così dissi. E poi "come ti
chiami?", disse. Ed io "Oliviero", dissi, mentendo. "Bene,
Oliviero - mi disse lei - posso restare qua per un po'?".
"Certo", dissi io. E non dissi nient'altro.
E fu così che passarono i nostri primi minuti, che
aspettammo i treni e gli annunci, lei con gli occhi chiusi,
a godere del mio sguardo, ed io con gli occhi aperti, ad
accarezzarla col respiro. Ma fu un tempo breve il nostro. Un
tempo che volò fino all'annuncio che i treni, be', i treni
avevano cambiato i binari d'arrivo, per non so quale ragione
e che be' ognuno doveva andare per la sua strada, lei col
suo ricordo di me nella borsa ed io a scrollarmi da dosso i
suoi profumi e la voglia di lei.
Ed ecco, insomma, che le strinsi la mano, la guardai con
occhi semplici e dissi: "vengo con te".
E lei mi guardò con aria stranita, timorosa e spaventata,
felice: "dai", disse. E ci guardammo ancora per qualche
istante, facendoci vicino piano piano, stringendo i nostri
corpi avidamente, baciandoci sulla bocca ed al cuore come
amanti d'altri tempi, come - insomma - innamorati. Ed ecco,
allora, che sentivo la sua bocca spalmarsi alla mia, i suoi
denti saggiarmi, la sua lingua danzare, le sue labbra farsi
soffici e bollenti.
"Ma vieni, dove?", disse appresso a qualche istante, mentre
parlava di se e delle sue cose, con la testa stesa su di me,
le mie mani fra l'intricato labirinto di capelli, le sue
mani strette al braccio mio, che si teneva poggiato sullo
sterno.
"Andiamo in albergo?".
"Bhe, si... io a Bo' ho una storia, insomma, capisci no?",
così mi disse.

:::

La 244 era al terzo piano di questo palazzotto inizio '900,
a due passi dalla stazione. Era una camera rivolta a est,
come avevo chiesto io, e con la moquette soffice soffice ma
sottile e consumata in alcuni tratti. Il letto scricchiolava
tanto che fui costretto a metterci un po' di nastro adesivo
ad una gamba. Le pareti erano azzurrine e la tv aveva il
telecomando azzurro piccolo piccolo. Non era un gran che,
ma, in compenso, c'era la vasca da bagno. Così quando
entrammo dissi "benvenuta Principessa Nera, questa è la mia
gran suite". Mi diede uno spintone, che mi fece traballare
sotto al peso dei bagagli. Buttai tutto a terra e presi le
sue cose, sistemandole accanto alle mie. Lei accese la tv.
Be' io odio le femmine che tu vai a starci assieme ed
accendono la tv. Ma lei, ecco lei cercò un canale con la
musica e spense ogni luce. Io, intanto, entrai in bagno,
cercai il bagnoschiuma; c'erano cinque bustine col nome
dell'hotel e le versai, aprendo l'acqua bella calda e
uscendo fuori. Lei stava sistemando alcune cose
nell'armadio, si era levata la sciarpa copricapo verde
limone grezza e aveva sciolto le lunghe treccioline fin sul
cuore della schiena. Mi avvicinava mentre stava appendendo
usa specie di lunga camicia senza collo, la strinsi, senza
molta forza, intrecciando le braccia sul ventre. Lei alzò il
mento in aria, fece lenta indietro la tesa, mise una mano
sulla mia: fu una scossa nel mio ventre, una libellula
d'adrenalina che mi volteggiò in gola. Ci misi forza,
allora, setacciando ogni centimetro di lei, portandole le
mani sul seno, non tanto grande, ma generoso di se. Poi
scesi sui fianchi, con uno studiato movimento di naturale
simmetria. Ne saggiai le forme fino a godere del contato
col suo sedere. Lei, intanto, stese le braccia, quasi a
farsi perquisire, le alzò di molti gradi, ben oltre quei
quarantacinque che erano serviti a me, e s'ancorò ad un
ripiano dell'armadio, immobile, tranne che per i suoi
profumi, che si rincorrevano e si scalzavano l'un l'altro,
strattonandomi da un'estasi all'altra. La spogliai, veloce,
smanioso, bramando le nudità nascoste, mordicchiando,
baciando i centimetri che liberavo a poco a poco. Prima la
camiciola, lasciandole addosso il reggiseno, liscio, rosa,
adornato da piccoli brillanti. Poi le slacciai la cintura,
godendo del tintinnare del metallo, del fruscio del
gabardine, del riflesso tentennante d'ogni nuovo angolo di
lei. Ed eccola, ora, con le natiche di babà adornate da un
semplice slip di taglio classico, rosa pallido e
incredibilmente eccitante. "Allarga le gambe", dissi. Le
tirai giù l'indumento. Lei fece i piedi vicino e poi di
nuovo lontani, per darmi una mano. Poi io feci per
spogliarmi. "No", disse. "Rimani vestito", e si voltò
poggiando il palmo chiaro sui miei jeans, carezzandomi il
cazzo duro e nascosto dalle stoffe, slacciandomi i
pantaloni, abbassando i miei boxer con un dito, tirandomi il
sesso fuori ed accogliendolo fino all'interno di una
guancia.



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