L'Alfa color panna si fermò e ne scesero due personaggi che non stonavano
affatto con l'ambiente circostante. La periferia di Modena, e in particolare
quel famoso casermone che una delicata campagna giornalistica locale aveva
battezzato "Hotel Eroina", in giornate come queste sapeva essere proprio
così: accogliente come il buco di culo di un macaco. Dal quale
presumibilmente erano usciti, e con un parto difficile, il tizio grasso e il
tizio alto e magro che richiusero le portiere, con sincronia da Blues
Brothers, avviandosi verso l'ingresso del palazzo. Non un'anima viva, nel
deserto gelido di una mattina di gennaio.
Salirono le scale, era al primo piano. Un corridoio sporco, senza finestre,
ogni tre metri una porta, tutte serrate tranne l'ultima, in fondo. Una
piccola folla era radunata sul pianerottolo, gente in divisa che entrava e
usciva.
- Buongiorno commissario, disse un poliziotto.
- Buongiorno una minchia, rispose l'uomo grasso.
L'uomo alto e magro guardò in tralice, con un sorriso senza labbra,
l'imberbe in divisa.
Sollevò un angolo del lenzuolo. Un profilo di donna, bella, lunghi capelli
biondi e pelle ambrata, labbra morbide e vistose aperte in una smorfia
idiota, estremo insulto a negare dignità alla morte. Poi tolse di colpo
tutto il lenzuolo, con un giro di polso da prestigiatore. Completamente
nuda, le braccia incrociate sul petto come a tentare di proteggere il seno,
le fredde tette siliconate con un capezzolo che guardava a destra e l'altro
a sinistra. Sangue sul pavimento, molto. Sangue rappreso sotto al taglio
sulla parte bassa del collo.
- E' molto che siete qui?
- Un quarto d'ora, commissario, rispose una poliziotta coi capelli a
caschetto.
- Nessuno ha visto niente, immagino. Tirate fuori da questi monolocali tutti
quelli che ci vivono. Interrogate tutti, mettete a confronto tutti. Chi è
che ha chiamato la polizia?
- Una telefonata anonima, commissario. Dal cellulare della vittima. Stiamo
verificando le impronte digitali. Lavorava qui.
- Lavorava qui, ripeté il commissario.
- Sì. Faceva la prostituta.
Si alzò stancamente, fissandola con i piccoli occhi neri: - Lo so bene,
Molinari. Ci sono stato anch'io, qui da lei, martedì scorso.
Al che l'uomo alto grugnì in un largo sorriso, prima di essere fulminato con
lo sguardo dal commissario, che gli fece cenno di seguirlo mentre, senza
aggiungere altro, usciva dalla stanza del delitto.
- Commissario, ho il Questore in linea. Glielo passo?
- Porca troia. Pronto? Sì.
Sì.
Sì.
Certo.
Sì.
Va bene.
'giorno.
La mano enorme e pelosa del commissario Fregni riappese la cornetta con
straordinaria delicatezza. L'uomo alto, in piedi di fianco alla scrivania,
la calibro 9 ben in vista nella fondina, guardava strafottente il
calendario.
- E' incazzato come una murena ferita, i giornali ci vanno a nozze, col
delitto dell'Hotel Eroina, gli disse il commissario.
L'uomo alto taceva, con un'aria che poteva anche sembrare preoccupata.
- Chiamami la Molinari.
- Novità?
- Buongiorno commissario. Abbiamo le impronte digitali. Nessun riscontro.
- E gli interrogatori?
- Nessuno ha sentito niente, commissario.
- Beh, quello lo sapevamo già, Molinari, no? Interrogateli ancora.
Accusateli del delitto. Verificate i permessi di soggiorno. Chiedi un
mandato di perquisizione per tutti gli appartamenti del primo piano. Io non
devo spiegarti tutto, vero, Molinari?
- No, commissario.
- Al prossimo interrogatorio partecipo io. E spero di aver mal di denti,
poca pazienza e di aver appena pestato una merda. Fammi sapere. I tabulati
del telefonino cosa dicono?
- Una sola chiamata, la mattina del delitto. Ventinove il giorno precedente.
- Bene, solita procedura, rintracciateli, convocateli tutti, mandate a
cagare la privacy, presentatevi alle mogli, che sappiano. Voglio pressione,
Molinari.
- Sarà fatto, commissario, trillò.
Nel pomeriggio scese al seminterrato, dove erano le camere di sicurezza.
Puzza di negro nel corridoio. Ricordò la retata delle nigeriane, nella
notte. - Com'è andato il puttantour?, chiese a un agente nel corridoio. -
Bene, commissario. Ne abbiamo ancora cinque che stiamo interrogando, abbiamo
riscontri su quelli che le proteggono.
Entrò in uno stanzone con delle panche, e quattro di loro erano lì,
scarmigliate, senza scarpe, ché i trampoli con le zeppe per tutta la
giornata stancano, chiuse in un silenzio di tomba, rassegnate, gli statuari
corpi neri fasciati in microabiti. - C'è puzza, Molinari. - Lo so,
commissario. - Novità sui puttanieri dell'Hotel Eroina? - Domani li andiamo
a trovare. - Bene.
Aprì una porta di metallo, la sua pancia passava a fatica.
L'uomo alto e magro torreggiava in piedi di fianco a un piccolo tavolo,
vicino a un poliziotto in divisa, seduto. La negra, di spalle, le mani
ammanettate dietro, era accovacciata sulle punte dei piedi, nuda, lo sguardo
a terra, i lunghi capelli neri a coprirle metà della schiena che si
allargava nell'anfora perfetta dei fianchi, le grosse e tonde natiche scosse
da fremiti di paura.
- Andate via, stronzi. A quelli come voi gli sparerei un colpo in culo,
disse il commissario Fregni a voce bassissima, tesa, nel silenzio della
stanza.
Il poliziotto in divisa si alzò rapidamente e uscì dalla porta, seguito
dall'uomo alto, ciondolante, con le mani in tasca.
Quando la porta si richiuse, il commissario disse piano: - Puoi sederti, se
vuoi.
La donna si sedette sulla sedia bassa, modello scuola elementare. Teneva gli
occhi chiusi, respirava con la bocca, piano, denti bianchissimi e labbra
carnose nel viso asciutto. Niente lacrime, notò il commissario, fermando i
suoi passi pesanti vicino a lei.
- Lo sai, possiamo aiutarti. Dicci dov'è maman.
Niente.
- Non devi temere nulla, davvero. Mi dispiace se ti hanno trattata male.
Fidati. Ti fidi di me?
Niente. La puttana era immobile, gli occhi chiusi nel volto chino, pelle
liscia e lucente a disegnare forme morbide, seni voluttuosi e penduli in
mezzo al petto che si muoveva ad ogni respiro, via via più lento e profondo.
- Ok, non hai niente da dirmi.
Silenzio.
Improvvisamente la negra sentì un movimento davanti al viso e aprì gli
occhi.
- Succhialo.
- Cosa c'è per cena?
- Risotto alla pescatora, rispose Elisa.
- Surgelato, vero? Cazzo hai fatto tutto il giorno?
- Sono stata qui, signor commissario. Ho telefonato alle amiche, ho
un'alibi, come vede, gli sorrise lei, un giunco alto e biondo più giovane di
trent'anni, lunghe gambe e piedi scalzi e un faccino da sberle e baci.
- Piglia pure per il culo. Ho avuto una giornata di merda. Certo, come al
solito non te ne può fregare di meno, vero?
- Mi dispiace tanto, invece, non dire così.
- Sai una cosa? E' bello credere che sia vero, che ti preoccupi per me come
facevi una volta.
- Smettila.
- Lo so che non è più così. Surgelati, abbiamo. E io non so che cazzo hai
fatto tutto il giorno.
- Avrò anche avuto i cazzi miei, caro.
- Bello vivere così, davvero. Sono felice di essere a casa, disse alzando un
po' la voce.
- Bentornato, caro, sussurrò lei, fredda, e si sedettero a tavola.
- Era meglio quando cucinavo io, ti ricordi, fino a cinque anni fa.
- Fino a dieci anni fa.
- Sì, un sacco di tempo. E l'ultima volta che ti ho dato un bacio quando è
stato? Saranno passati tre anni? Ascolta, non mi va di tornare a casa e
dovermi incazzare di nuovo. Sto male, scusami, sono stanco, Elisa.
Lei lo guardò un attimo in silenzio, un breve lampo di compassione negli
occhi.
- Questo risotto fa schifo e lo sai, faccio un mestiere che ti fa schifo e
lo so benissimo. Sei giovane, trovati una strada, abbi cura di te. Me la
caverò anche da solo, non devi preoccuparti per me.
- Odio quando fai così. Sai che non è vero quel che dici, tu adori il tuo
lavoro.
- No, affatto, e nemmeno lui ama me.
- Comunque c'è una novità, mi sono iscritta all'università un'altra volta.
- Ma dai. Fantastico.
- Hm hm.
- Beh, sai che faccio? Esco a festeggiare. Ciao -. Lasciò cadere la
forchetta sul piatto e si diresse alla porta.
- Ma vai a cagare.
- Ciao, piccola. Vai a letto presto.
- Non ci contare, esco anch'io. Ciao, papà.
- Ciao.
Era sotto al portone, davanti alla casa isolata vicino alla ferrovia. Un
treno merci passò all'improvviso, levando un baccano d'inferno.
Fece il numero: - Sono io. - Sali, amore.
- Cosa facciamo? Facciamo duecento, signor commissario?
- Non chiamarmi così, disse tirando fuori di tasca due banconote verdi.
Certo la morta era più bella, gli capitò di pensare mentre Annunziata gli si
strusciava addosso nuda. Adesso vanno le straniere, brasiliane soprattutto,
come quella poveraccia sgozzata all'Hotel. O le nere, per strada, dietro
alla tangenziale, splendide gazzelle tristi dal culo di marmo. Il corpo di
lui era fatto di pelle bianca e muscoli sotto uno spesso strato di gelatina,
il ventre enorme ricoperto di peli neri ballonzolava a destra e a sinistra.
- Prendilo in bocca. Voglio venire nella tua figa, ma ora prendimelo in
bocca.
- Ti conosco, so bene cosa ti piace, sorrise lei, predisponendosi
ginocchioni alla fellatio tra le sue enormi cosce aperte.
- Puttane si nasce, porca troia, gemeva negli istanti trasognati della
suzione della cappella alternata a brevi carezze con le dita.
Il piccolo corpo di Annunziata, esperta nell'arte bolognese come da annuncio
sui quotidiani, si estese dalla posizione rannicchiata mostrandogli tra le
gambe la figa al naturale, non depilata come avrebbe imposto la concorrenza,
e uno scorcio di culo con un filo di cellulite che a lui, non sapeva come,
faceva sangue. Gli prese l'uccello in mano. - Puttane si nasce, si ripeté
lui, e lei completò lo scappellamento abbassandogli lentamente il prepuzio
nella sua interezza, una mano salda alla base del cazzo, ormai alquanto
vulnerabile nella tensione che lo animava, il frenulo sensibile teso dalla
pelle che tirava. - No, voglio venirti nella..., ma inaspettatamente furono
invece due dita sottili bagnate di saliva a penetrargli il culo, trovando e
stimolando con consumata esperienza la ghiandola misteriosa nel profondo. -
Ma che cazzo, non fece in tempo a imprecare lui, che già lunghi fiotti di
sperma le sfioravano il viso come proiettili calibro 9, mentre lo guardava
fisso negli occhi, vuoti come il suo cervello scosso dall'intensità
dell'orgasmo, redarguendolo con voce paziente: - Saran mica cose da dire a
una signora, commissario, specie mentre ti tiene l'uccello in mano...
Uscì dal portone sotto una pioggia improvvisa, gelida. Mentre rientrava in
macchina per fiondarsi a letto si accorse di essersi dimenticato di
allacciare una scarpa.
La mattina dopo c'era la nebbia, e il viale di fronte alla questura pareva
immerso in un batuffolo grigio da cui emergevano i fari delle auto, in un
sentore di imminente tamponamento a catena.
Il commissario Fregni sedeva alla sua scrivania, le maniche arrotolate, una
mano sulla fronte sudata. Aveva mal di testa. Entrò nell'ufficio la
Molinari, seguita a ruota dall'uomo alto e magro, che richiuse la porta e si
mise ritto in un angolo, masticando una gomma con lo sguardo fisso sul suo
culo.
- Sospetti?
- Uno, commissario, ci sarebbe. Ben Jamal, o Bin Jamal, extracomunitario,
senza permesso di soggiorno. E' stato l'ultimo cliente del giorno prima.
- E tutti gli altri?
- Tutti al lavoro, la mattina del delitto. Tutti lavoratori dipendenti, la
signora doveva essere una sorta di specialista. Tutti con alibi di ferro e
cartellini timbrati: dieci impiegati di ditte private, otto bancari, nove
impiegati pubblici e...
Sussurrò una parola all'orecchio del commissario che fece una risata
cattiva.
- Ma davvero..., sogghignava.
- Rimane solo questo qui, commissario. E' senza lavoro, clandestino, la
mattina del delitto dice che era ancora a dormire.
- Hm.
- Lo stiamo torchiando da due ore, commissario, sussurrò la Molinari con un
brivido.
- Voglio vederlo.
Facendo perno con una mano sulla scrivania, si sollevò e uscì dall'ufficio
con passi decisi e pesanti, seguito dalla poliziotta cui l'uomo alto e magro
strizzò l'occhio, mostrandole i denti guasti e continuando a prenderle le
misure fronte e retro.
Il tunisino gemeva, seduto a torso nudo nella stanzetta senza finestre,
mentre il commissario Fregni con tre dita gli torceva il polso piegato
dietro la schiena coperta di lividi.
- Testa di cazzo, gli ripeté con voce annoiata, e quello urlò più forte.
Poi per alcuni minuti non si udì che il respiro pesante
dell'extracomunitario, e il tamburellare delle unghie laccate della
Molinari, seduta di fronte a lui, sul tavolino. L'uomo alto e magro lo
fissava senza espressione, in piedi assieme al commissario.
- Non sono stato io, non avete il diritto di fare così, gridava il
sospettato.
- Lo so benissimo che non possiamo fare così, non essere noioso, testa di
cazzo, rispose il commissario mantenendo la presa, e il tunisino guaì con
una specie di sospiro rivoltato al contrario.
- Voi non potete, non potete. Io non rubo, non ho mai fatto niente,
continuava in un perfetto italiano. - Sono laureato, sono ingegnere, a casa
mia moglie muore di fame, è colpa mia se non trovo lavoro?
Il commissario mollò la presa. Dopo una pausa teatrale, gli girò intorno e
si sedette al tavolino di fronte a lui, con lo sguardo di un impiegato
statale zelante. - Beh, non sapevo che le cose stessero così, Ben.
Il tunisino alzò lo sguardo, sorvolò il rilievo dei capezzoli della
Molinari, ritti e molto evidenti sotto la camicia della divisa, e si fermò
in quello di Fregni. - Quindi lei è uno che ha studiato, una persona onesta.
Certo, potremmo anche esserci sbagliati, può succedere, continuò con voce
lenta e severa.
- Io... non lo so, rispose il tunisino.
- Ma sì, Ben. Dev'esserci stato un errore. E' evidente che uno come lei non
può aver commesso un delitto del genere.
- Ah... Grazie, signor agente. Io... grazie, rispose quasi tra le lacrime.
Fu a quel punto che partì il pugno, un solo pugno, invisibile nella sua
velocità, diretto al viso, sotto lo zigomo, tanto che al rallentatore si
sarebbe potuto vedere la faccia deformarsi nell'impatto, gli occhi
richiudersi fuori sincrono, prima uno e poi l'altro, la bolla di sangue
fuoriuscire dalla bocca socchiusa e scoppiare; il tutto mentre
lentissimamente il corpo del tunisino cadeva assieme alla sedia, disegnando
un semicerchio perfetto nell'aria, fino allo schianto sul pavimento che
spezzò lo schienale di legno e varie altre cose qui e là, nel corpo e nello
spirito dell'interrogato.
Il commissario Fregni, con uno scatto attorno al tavolo, gli era già sopra,
quando l'uomo alto e magro gli posò una mano sulla spalla che dovette
parergli solenne, dato che quello si voltò e, incrociato il suo sguardo, si
placò con un sospiro, fece per sputare addosso un'ultima volta al rottame
sanguinante che giaceva ai suoi piedi tra i frantumi della sedia, si
trattenne, e senza guardare più in faccia nessuno trascinò la sua mole verso
la porta, uscì e stancamente la richiuse.
- Che matto, trillò la Molinari.
Poi camminò e camminò per le stradine del centro, mentre minacciava di
piovere ancora. Gli era sempre piaciuta così, Modena, più d'inverno che
d'estate. Le case del ghetto si stagliavano intorno a lui nell'aria gelida,
più nette che in ogni altra stagione. Lunghe strade strette di cui non si
vedeva la fine, quel piccolo pezzo di città che gli era sempre parso pieno
di misteri. Svoltò in via del Taglio, passando davanti al ristorante dove
sua figlia aveva detto che sarebbe uscita a cena. Il suo occhio
investigativo vide subito che non era lì, chissà dov'era andata, stasera,
chissà se lo aveva perdonato, e di cosa poi, e quando... Elisa, sei più
bella della tua mamma, non te la ricordi, hai visto le foto, ma sei così
bella e leggera e io so soltanto sottoporti a interrogatorio, e tu sei un
osso duro, non sono mai riuscito a sapere niente di te, non so chi tu sia,
perdonami, perdono.
Attraversò la via Emilia, corso Canalgrande, si infilò nella stradina che
portava alla Vecchia Scarpa. Il suo tavolo lo attendeva libero e si sedette.
Il vecchio titolare lo salutò con un grugnito familiare e quasi d'affetto.
Ne aveva bisogno. Una coppia di ragazzini si dava della lingua nel tavolo
davanti al suo. Strinse i pugni. Era tardi, ormai, non aveva detto una
parola o fatto un gesto, solo scambiato qualche sguardo con l'amico oste
mentre gli serviva il bourbon. Alla fine si accorse di non riuscire più a
portare a termine un pensiero, si alzò e fece segnare il conto.
Continuò a camminare fino alla zona della Pomposa, le strade erano deserte
nel buio della tarda sera, faceva un freddo del diavolo. Una sagoma si stava
avvicinando, un ragazzo giovane, magrissimo, uno di quegli alternativi coi
piercing un po' dappertutto sulla faccia. Gli tagliò la strada: - Fermati.
Polizia.
Il ragazzo lo guardò con stupore e fermò i suoi passi.
- Girati, testa di cazzo, fammi vedere cos'hai nelle tasche, gli intimò.
Il giovane, che si chiamava Fabio, veniva da Taranto e studiava
all'università, pensò ad una rapina e cominciò a correre.
Il commissario in due balzi gli fu addosso, lo afferrò per un lembo del
giubbotto, deviò contro al muro la sua corsa. Fabio, che frequentava un
corso di judo, lo affrontò preparandosi a utilizzare la forza e il peso
dell'avversario a proprio vantaggio, e quando il commissario partì con un
gancio, tentò di afferrargli il braccio, che però proseguì il tragitto
confutando in un sol colpo tutta la cultura nipponica di adesso e sempre, e
lo centrò alla tempia come una trave di metallo. - Brutto pezzo di merda, io
sono la polizia, la polizia, ho detto!, gridava Fregni, piegato su di lui,
afferrandogli la faccia con una sola mano e facendogli sbattere la testa sul
marciapiede una, due, tre volte, con furia selvaggia: - Figlio di troia, te
lo insegno io a mancare di rispetto a un ufficiale di pubblica sicurezza!
Brutto comunista di merda! Tossico! Dove tieni la roba? Sovversivo figlio di
puttana! - Poi si udì un rumore di finestre che si aprivano, una voce
dall'alto disse qualcosa, e il commissario si ritrasse inorridito,
cominciando a correre, correre, correre via.
Continuò a correre sotto la pioggia che ricominciava a cadere, arrivò dietro
la stazione, gli effetti dell'alcool ormai attenuati per il freddo e la
paura. La casa vicino ai binari. Fece il numero. Suonava libero, ma nessuno
rispondeva. Perché non rispondeva nessuno?
La luce era accesa. Quando Annunziata stava con un cliente spegneva sempre
il cellulare.
Sentì una strana vertigine mentre varcava la soglia del portone socchiuso,
saliva le scale prima piano, poi di corsa, e quando fu giunto quasi al piano
della sua donna, dell'unica donna che in qualche modo poteva anche pensare
di amare ancora, una sagoma uscì dalla porta, e lui lo squadrò, lo vide bene
in faccia, ma incrociandolo quello si mise a correre, lo urtò, e lui rimase
fermo a guardarlo mentre scendeva a rotta di collo le rampe e sbatteva il
portone dietro di sé. Era come se una parte di lui gli dicesse: - Ma certo,
lo sai, lo sapevi già che non era stato il tunisino, mica erano sue le
impronte digitali, per questo l'abbiamo rilasciato, alla fine...
E mentre pensava queste cose aveva già visto che la sua giacca era sporca,
nel punto in cui l'aveva urtato quell'individuo che aveva visto in faccia,
mille identikit già tracciati nella sua memoria; aveva già visto che la
giacca era sporca, era sporca di sangue.
Gocce di sangue sui gradini. Salì lentamente, ora, il suo grande e grasso
corpo stanchissimo e improvvisamente vecchio, solo come mai nessuno era
stato solo, nel freddo e sotto la pioggia, mentre dalla sua bocca cominciava
ad uscire uno strano gemito, profondo, e lo sbirro in lui, lo sbirro odiato,
non si fermava di ripetere: - Vaffanculo, l'ho preso, scappi pure dove vuole
ma è spacciato, il caso è chiuso -. Ma a lui non fregava più nulla, la sua
grossa sagoma ormai sul pianerottolo, e voleva essere morto, morto, morto e
marcito da mille anni nella tomba, prima di aprire la porta socchiusa per
andare alla ricerca del corpo. |