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  MATRIMONIO Autore: Ommadawn

"Lo voglio"
"Lo voglio"
Fatto. Siamo sposati. L'anello con tutta la sua simbologia di possesso
reciproco, "io prendo te", che adesso la chiesa non usa più perchè
politicamente scorretto, mi balla stupidamente al dito. Meglio farlo un
po' largo, mi aveva detto il gioielliere strizzando l'occhio, perchè poi
vedrà, ora che si sposa, quanto in fretta la pace della famiglia la farà
ingrassare. Già, e poi così è più facile da togliere in caso di
divorzio, avevo subito aggiunto io, venendo fulminato da un'occhiata di
Laura. Occhiata di odio medio, alla "ma guarda se questo idiota deve
fare le sue battute del cazzo nelle occasioni meno indicate".

Laura.
Altezzosa, volitiva, piena di sè. La amo, eh, ma queste sue occhiate mi
lasciano sempre un senso di smarrimento addosso che non so spiegarmi:
perchè non vuoi ridere con me, bambina? Perchè bambina hai smesso di
esserlo presto, e io mai? E da bambino irresponsabile mi sono sempre
comportato fino a oggi, anzi, oggi compreso. Era proprio necessario
sposarsi? Tutto questo agitarsi, dichiarare al mondo la nostra scelta
d'amore. Ma saranno cavoli miei chi amo?
Eppure ormai stavamo insieme da tanti anni che sposati, di fatto, lo
eravamo già. Tutto il contorno classico, l'odio verso le reciproche
suocere, i pranzi domenicali a casa di questo o a casa di quello, i
primi amici con i bambini urlanti in braccio che rompevano l'anima fino
allo sfinimento e non si poteva neppure fumare per non intossicarli col
fumo passivo. Dove era finita la gioventù? Quando cominci ad apprezzare
il jazz vuol dire che stai invecchiando, mi diceva Luigi, e io il jazz
lo amo da sempre. Però rimango anche il coglione di sempre. Come mai i
vecchi mi sembrate voi che mettete i dischi di Britney Spears in
sottofondo perchè va di moda?
"E voi quando vi sposate?", era la domanda che sempre più spesso ci
sentivamo rivolgere, e la risposta classica era "Eh... Eheh". Non si
può, per una domanda innocente, finire a roncolate la zia Rosetta, turpe
puttana dal losco passato di lesbica frigida, la cui collezione di cazzi
ipertecnologici in gomma Laura mi aveva mostrato un pomeriggio che ci
eravamo ubriacati di brutto nella villa di famiglia. E poi avevamo fatto
l'amore davanti all'armadio aperto, rigurgitante di turgidi falli
siliconici, nel terrore che la dannata zia salisse "a farsi un
riposino". Sì, lo so io che riposino ti facevi, troia, tu e le tue
domande fuori luogo e il tuo cameo di avorio sul bavero della giacca
fetente di naftalina! Ed è andata ancora bene che Laura non mi abbia
chiesto di infilarle uno di quei cosi nella figa, secondo me non le
sarebbe dispiaciuto. Era l'epoca in cui l'amore lo si faceva per
celebrare la gioia di vivere, con tutta l'anima e il cazzo tesi allo
spasimo. Mica robe da ridere.

Laura.
Quando l'ho conosciuta eravamo alla frutta. Non che stessimo male,
eravamo al buffet di un matrimonio (tanto per cambiare) con i piattini
in bilico e l'aria di chi è convinto di stare per perdersi qualcosa di
sicuramente più gustoso di ciò che ha preso fino a quel momento. Lei
aveva notato la mia flute infilata nella tasca della giacca, un mio
vecchio trucco da buffet per non essere mai meno che ubriaco, io il suo
seno chiaro fare capolino dal vestito estivo. Le avevo strizzato
l'occhio e le avevo detto "Non c'è mai la frutta che si vorrebbe, ai
matrimoni. Oppure", indicando la sposa, "se l'è già presa qualcun
altro." Reazione classica: un sorriso timido e un po' scandalizzato. Un
nuovo gioco che poteva cominciare. Cazzo, se aveva un bel seno: piccolo
ma pulito, pallido, pieno di vita. Ci sono donne che a ventisei anni
sono già dei catorci, per quanto riguarda il seno, e non dipende dalle
dimensioni. Lei avrebbe sfidato gli anni a venire con la stessa
meravigliosa seconda che mi aveva attratto quel giorno. Ogni ormone
del mio corpo mi diceva "prendila, coglione!" e io potevo forse mettermi
contro tutta quella folla inneggiante?
Eravamo finiti a fare l'amore quel pomeriggio stesso, dopo un po' di
chiacchere sceme. L'avevo portata in una delle camere al primo piano
della villa della nostra amica, la sposa, e ci eravamo spogliati senza
smettere di baciarci e di ridere, partiti tutti e due, pieni di alcool e
serenità. Sorprendendomi, si era rivelata una discreta porca, almeno per
gli standard delle fighe secche che normalmente frequentavano
quell'ambiente: si era inginocchiata e mi aveva preso in bocca il membro
senza vergogna, cominciando a toccarsi con la mano sopra lo slip ancora
indossato. Una cosa che mi fa impazzire è vedere una donna che si
eccita, vederla passare da uno stato in cui è timida e legata al momento
in cui è una massa di carne sbavante, pronta a prendersi in corpo il
Titanic completo di iceberg. E lei era così: una volta partita non aveva
più la minima remora. Mentre mi succhiava, in ginocchio davanti ai miei
pantaloni calati e non ancora levati, premeva sempre di più col dito sul
tessuto degli slip, inconsapevole del mondo intorno, concentrata come se
quella fosse l'unica maniglia a cui aggrapparsi per non annegare.
L'avevo tirata su poco prima di venire, baciandola sulle labbra ancora
arrossate dall'attrito, e le avevo detto con la mia migliore voce da
letto "adesso basta, anche io voglio darti piacere, piccola". In realtà
era venuto un po' meno sexy, una cosa tipo "Eh... Io... cioè...",
guardando con l'occhio pallato la chiazza sulle sue mutandine grigio
perla, "posso... ehm.. baciarti?". E lei mi aveva semplicemente
trascinato sul letto e si era tolta gli slip senza smettere di
sorridere. Era il mio sogno: depilata sulle grandi labbra e con un
triangolo di peli morbidi e lisci a circondare il pube, bagnata
all'inverosimile, profumata di sapone e del suo odore dolce.
L'avevo leccata a lungo, strappandole gemiti sempre più intensi mentre
mi tenevo goffamente su per non sfiorare col pene nemmeno l'aria,
sensibile ed eccitato com'ero in quel momento. Non era servito a nulla:
nel momento del suo orgasmo ero partito affondando la testa tra le sue
cosce ed avevo eruttato il mio seme fin sul muro: una cosa che ci aveva
fatto molto ridere, sul momento.
Un mese dopo, la sposa, incontrata ad una cena, mi aveva preso da parte
e mi aveva fatto un gigantesco cazziatone riguardo al fatto che quella
notte avevano trovato la nonna Casimira col naso attaccato al muro della
sua stanza che diceva: "Quest'odore mi ricorda il mio povero Ignazio".
Le era venuta la tachicardia perchè si era convinta che il povero
Ignazio fosse vivo e le andasse a sborrare sui muri, e l'avevano dovuta
portare all'ospedale.
Quando l'avevo raccontato a Laura ridendo fino alle lacrime la sua
reazione mi aveva colpito. Mi aveva guardato un po' male e aveva detto
"Ma poverina". Null'altro, solo quel poverina buttato lì, senza cogliere
il lato buffo nè il fatto che se anche la vecchia fosse crepata sarebbe
successo in un momento di ricordi bellissimi e chissà quanto intensi.
Poverina.

E adesso siamo qui, finchè morte non ci separi. Ci siamo presi la nostra
bordata di riso, abbiamo scherzato con gli amici, baciato più gente di
quella che riusciremo mai a baciare, girato sorridendo fino alla paresi
facciale e ci siamo trovati sul letto lo scherzetto degli amici, il blue
magnum di zia Rosetta, un affare che sembra un paracarro, col
bigliettino spiritoso "nel caso non te la sentissi...".
Laura mi guarda con lo sguardo più dolce che mi abbia mai rivolto. Sì,
Laura, hai avuto quello che volevi: la cerimonia, l'abito, il forno
spaziale, il servizio di piatti di Limoges e io ti amo davvero come non
ho mai amato nessuno. Ti amo, eh. Ti amo.

Ma come mai ho voglia di ucciderti?



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