Buonasera, miei gentili ospiti. Sono molto lieto di fare la vostra
conoscenza, anche se voi forse non sarete così lieti di fare la mia. Sono in
effetti colui che i giornali della nostra epoca così severa chiamano con
molti nomi diversi, ma essenzialmente sono noto alle folle come Jack. Potete
chiamarmi così anche voi, il mio nome vero non ha importanza. Mi perdonerete
se nel salutarvi non mi tolgo i guanti, ma il motivo vi sarà chiaro tra
poco, spero di potervelo spiegare con comodo nel corso della nostra
conversazione.
Sapete, sto per andarmene, e sento il bisogno di lasciare di me una traccia
perchè il mio mistero sia almeno in parte chiaro a quei pochi che saranno
destinati a conoscerlo, così ho scelto voi. Ci sono tante cose di cui debbo
chiedervi scusa, una delle quali è sicuramente il portarvi in questo luogo
angusto e francamente indegno della presenza di un gentiluomo, ma come forse
alcuni di voi già sanno, a una certa persona molto in alto non farebbe
piacere se suo cugino andasse libero per Londra a mostrare le proprie
debolezze. Le poche volte che mi viene consentito di uscire sono, ahimè,
strettamente sorvegliato, e rimango in giro solo il tempo sufficiente per
compiere azioni che la mia educazione mi fa trovare davvero disgustose, ma
che purtroppo non dipendono dalla mia volontà cosciente.
Ecco dunque perchè quelle povere ragazze sono state uccise. Sono stato io.
Io uccido, signori.
Siamo tra gentiluomini e non vorrei tediarvi con i particolari, eppure siamo
anche esseri umani, e abbiamo in noi un nucleo di istinti incontrollabili,
quindi non posso per chiarezza che tentare di mettervi a parte della
sensazione di puro giubilo che mi prende quando vedo il terrore nei loro
occhi nel momento in cui si rendono conto di chi sono io. Sono già mezze
spogliate, pronte all'ennesimo rapporto della loro giornata, e mi dicono di
sbrigarmi per poter tornare dal loro Tom, o Billy, alla vita disperata a cui
questa società le ha relegate e ai piccoli sprazzi di tregua che ogni giorno
concede loro. Vedo il loro seno avizzito dalle gravidanze muoversi
ritmicamente davanti a me, e il loro ventre sformato esposto alla luce, la
luce sordida dei vicoli in cui vengo trascinato dal mio bisogno, e allora
perdo il controllo. Mi prende la smania di sfiorare quelle carni bianche,
quelle rotondità esposte, di appropriarmi di quel calore che nella mia vita
è negato. Siamo uomini, signori miei, e se mia cugina con il suo moralismo
d'accatto non avesse... Scusatemi, mi sto facendo trascinare troppo.
E allora, signori, mi tolgo i guanti. Ho una grave e rara malattia, frutto
dei miei viaggi giovanili. Sono, credo, un caso unico al mondo. Se tocco
qualcuno con le nude mani, apro in lui o in lei ferite che non è il caso di
descrivere, tanto già i giornalisti della nostra stampa ci hanno pensato con
dovizia di particolari buona parte dei quali inventati o basati su illazioni
piuttosto divertenti, in verità. Ferite fisiche, che di ferite morali non si
può discutere tra persone di mondo. Ferite mortali. Vi siete spesso chiesti
che arma potessi aver usato, ed eccola qui. Le mie mani, signori, ho fatto
tutto con queste. Non sono neppure al sicuro da me stesso, vivo perennemente
con i guanti addosso, nel terrore di sentire quell'impulso che mi rende
inquieto e che fa bisbigliare tra loro i miei servitori. I miei custodi.
Coloro a cui è stato detto che la vita di una puttana non conta nulla, e che
se proprio devo sfogarmi certe necessità si possono soddisfare con comodo e
senza troppi strepiti. Seppellire tutto, sembra essere la parola chiave
della nostra epoca, ma non voglio certo criticare questa società. Solo
spiegarmi, ve l'ho già detto.
Ognuna di quelle ragazze mi torna davanti agli occhi con tutta la sua carica
di vita e di disperazione: la piccola Mary Ann, dal seno piccolo e roseo dai
piccoli capezzoli appuntiti. Non ancora rovinata dal mestiere e dalle mani
di mille uomini, dignitosa e ingenua nel suo volermi compiacere. L'ho vista
abbassarsi a prendere in bocca il mio membro, fiduciosa nella propria
capacità di dare piacere, sfrontata, perfino. Compiaciuta dall'avere tra le
labbra la carne tesa di un uomo così diverso da quelli che aveva conosciuto
prima di me, pulito e sano. Se avesse saputo cosa l'aspettava avrebbe scelto
diversamente, ne sono sicuro. Le sono venuto sulle labbra, sporcandole il
volto, prima di porre fine alle sue speranze e alle sue sofferenze per
sempre. O La grassa Annie, così diversa eppure così simile, ormai disillusa
e priva di innocenza, salvo nel momento in cui le ho rivolto la parola per
contrattare il prezzo: non ci poteva credere, gliel'ho letto negli occhi, di
interessare ad un signore come me, ma quando ha visto il balenio delle
ghinee nelle mie mani si è levata ogni dubbio. Sono entrato in lei con
dolcezza, con cautela perfino, assaporando il suo calore, sconvolgendomi di
lei, del suo odore forte e del suo agitarsi volgare, fino al momento in cui
senza più poter resistere le ho stretto il collo tra le mani nude mentre la
mia natura faceva il suo compito.
Elizabeth invece mi aveva fatto arrabbiare: ormai la voce si era sparsa e le
ragazze ci stavano attente. E quando mi ha chiesto "Ti chiami Jack? Non
sarai mica 'quel' Jack?" non sono andato tanto per il sottile. Piuttosto
insoddisfacente, tanto che lo stesso giorno ho dovuto prendere anche
Catherine, talmente fatta di oppio scadente da non fare più caso a chi le
chiedesse di unirsi a lei. E' stato allora che mi sono reso conto di ciò che
ero diventato, e che l'innocenza che cercavo era irrimediabilmente perduta.
Mary Jane è stata forse l'unica che si sarebbe potuta salvare: astuta,
vitale, convinta di poter essere padrona del gioco. Mi ha squadrato a lungo
prima di accettare, ma aveva un immenso bisogno di guadagnare, e questo l'ha
perduta. Ne ho voluto godere ogni anfratto prima di farne scempio: ne ho
assaporato a lungo i succhi naturali, ma l'ho insospettita: nessuno sano di
mente le avrebbe fatto ciò che le stavo facendo io, e ha capito in fretta
chi aveva di fronte: si è ribellata, graffiandomi il volto e urlando. Ho
perso la testa, e mi sono accanito su di lei più del necessario. E' stato
come raggiungere mille estasi di dolore e di piacere contemporanee, vedere
la vita che piano si spegneva in lei, mentre mi guardava incredula che io le
avessi potuto fare così male.
Ma è stata l'ultima, signori miei. Ho esagerato, e mi è stato chiesto di
pagare il prezzo delle mie azioni. Non dagli altri, che degli altri poco mi
importa, ma dalla mia coscienza e dal mio sentire. Per questo oggi siete
qui, per assistere alla mia partenza: scusatemi, so che la vista del mio
corpo nudo può turbarvi, ma la via che ho scelto per andarmene è ciò che in
fondo ho sempre cercato invano da quelle che sono diventate le mie vittime:
il calore di un abbraccio, il piacere di sentirsi vivi nel gelo della vita,
quando non basta più nè il brandy nè il denaro a darti pace, e tutto sembra
pervaso da un insopportabile alone di morte.
Ora mi toglierò i guanti, e mi abbraccerò per l'ultima volta.
E più nessuno sentirà parlare di me
|