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  PRIMAVERA Autore: Bettyboop

Agnese si sta masticando una ciocca di capelli, ma non se ne accorge. La
sua attenzione, al momento, è equamente divisa fra la versione di greco
e la nuca della Martelli, due banchi più avanti. Quando la compagna
china la testa, come adesso, la chioma liscia e biondo-cenere le si apre
in due onde lucide e compatte (il Mar Rosso, lo chiama Agnese)
scoprendo, sul collo, un affollamento di capelli neonati, quasi bianchi,
lievi come piume. Quella vista, chissà perché, ogni volta smuove ad
Agnese una roba nello stomaco, e le vien quasi da piangere, chissà
perché. Forse per lo svelarsi improvviso di un particolare tanto dolce
e tenero.. Sì perché dolce e tenera, la Divina Martelli (che
all'anagrafe fa Irene) non lo è proprio. Figa sì, e brillante, e
soprattutto strafottente il giusto.
Irene si muove nel mondo da protagonista, esattamente quello che Agnese
sente che non farà mai, ma non riesce a detestarla, per questo. E
neanche perché esce con il suo sogno proibito dai tempi della terza
media e della macchinetta per i denti, il Bandirali, (che di nome
farebbe Alberto), genio della matematica e frana in ogni altra materia.
Lo guarda sorridere amoroso alla Martelli, nel biancheggiare dei suoi 36
denti d'ordinanza, e il sorriso le si conficca in pieno petto, giusto
due centimetri sotto lo sterno.

All'uscita, si attarda con gioia maligna a guardarli andare via, lei
sottile, minuta ed elegante, quasi un folletto, lui alto, e abbronzato
da qualcuno dei suoi week-end da ricco, e se ne va a casa trascinando i
piedi. Non c'è fretta, tanto non la aspetta nessuno, a parte i
fantasiosi messaggi lasciati da sua madre in zona forno o frigo, che
finiscono tutti con l'esortazione a mangiare qualcosa. Sì, come no, come
se non si sentisse già abbastanza mucca così ("come grassa? una bella
ragazzona!" come dice la nonna Augusta). Alta, grossa e mucca. E
secchiona.
Sulle scale, aleggia il solito sentore di verdure lessate e di inquilini
vetusti. Entrando in casa, Agnese si sente improvvisamente stanca, e
senza degnare di un'occhiata i patetici tentativi di pranzo escogitati
da sua madre, si butta a corpo morto sul divano. Lo odia in ogni
particolare, quel corpo. Che è sfuggito all'improviso al suo controllo
durante un'estate di rossori e di tachicardia, crescendo da tutte le
parti in una chiassosa esuberanza, tette e culo e cosce, e carne
dappertutto, senza preavviso, mentre lei dentro si sentiva ancora la
ragazzetta secca e invisibile di pochi mesi prima.
Le sembra di soffocare, e si allenta la camicia blu abbottonata fino al
collo, così saltano fuori quelle tette che a lei sembrano così
odiose,sode, grosse e trionfanti, e che invece farebbero la gioia di
parecchi suoi compagni, incluso il Bandirali Alberto. E, in verità,
alcuni le sue tette se le sono anche sognate, in fantasiose varianti,
smanacciandosi nel contempo l'uccello. Ma Agnese questo non lo sa. Così
se le prende fra le mani, e le strizza quasi con cattiveria, lasciando
sulla pelle delicata dei brutti segni rossi. Sfregandosi i capezzoli,
sente sorgere un calore conosciuto laggiù nella passera e, trasognata,
pensando alle braccia muscolose e pelose come quelle di un gorilla del
magico Alberto, si apre i jeans, infilando le dita all'interno. Sa bene
come darsi piacere: i gesti seguono un percorso conosciuto,
rassicurante. Ad Agnese piace la carezza ruvida, un po' brusca, della
stoffa dello slip sul clitoride che si gonfia obbediente, le piace
sentirse la cucitura dei jeans insinuarsi nell'imboccatura della figa,
il tessuto che si ammorbidisce negli umori che le colano fuori. Le
piace prendersi il suo tempo nell'elaborare sontuosi copioni
hollywoodiani di cui lei è protagonista di travolgenti amplessi esotici,
mentre si inumidisce ben bene le dita in bocca e se le passa in mezzo
alle gambe, pizzicottandosi il clitoride e saggiandosi la passera (e, da
qualche tempo, anche la peccaminosa soglia del culo). Le dita vanno e
vengono tra la figa e la bocca, accarezzate dalla lingua e strizzate fra
i muscoli solidi delle sue profondità: e così Agnese si tocca e si
assaggia, immaginando un Bandirali-figlio-dello-Sceicco, accessoriato di
turbante, che la lecca furiosamente, facendole perdere ogni controllo.
Sente le sue mani, rapaci, sul culo, fra le cosce, ad aprirla, e mentre
una pudica dissolvenza avvolge la sua penetrazione selvaggia da parte
dell'ignoto cazzo del Bandirali, che intuisce però cospicuo e capace,
gode sospirando, i jeans abbassati a segarle le cosce e una mano per
sicurezza sulla bocca.
Il giorno dopo, all'uscita da scuola è tutto un garrire di motorini e
richiami adolescenziali, in vista della mega-festa-in-locale-alla-moda
per i diciottanni della Arese, riccastra fatua, slavata e ripetente,
afflitta di un perenne broncetto che a lei pare faccia molto Britney
Spears. Ad Agnese pare che faccia solo molto deficiente, e per questo e
altri motivi troppo lunghi da enumerare odia la Arese con tutte le sue
forze. Pertanto farebbe volentieri a meno di andarci, alla festa, ma ha
promesso. Nello specifico, alla sua compagna di banco, la sfigatissima e
brufolosa Vittino, dotata della stessa vita mondana di un'ameba zitella.
E Agnese, per dirla parafrasando Shakespeare, è donna d'onore, quindi
soffocando l'incipiente disgusto, si chiude in uno dei suoi completi
cilicio "reggiseno corazzato+ jeans rinforzato+ camicia con colletto" e
si accinge al sacrificio.

Il locale-alla-moda-sushi-bar-disco è allegro come l'anticamera di un
dentista e rumoroso come un'officina. Agnese, zavorrata dall'avida
Vittino, si ancora al bar bevazzando una birra, e dilettandosi del suo
passatempo preferito, guardare appassionatamente Irene e Alberto
masticandosi di gusto gli ultimi brandelli di fegato.
Il Bandi sfarfalla, lampeggiando sorrisi a destra e a manca, in un
trionfo muscolare e semi-alcolico. Agnese contempla malinconicamente
l'attrezzatura atletico-fascinatoria del nostro, dagli occhioni celesti
ai pettorali da sportivo. Sa che, come le borse di Prada, nelle vetrine
del centro, semplicemente quella non è merce adatta a lei, il che non le
impedisce di sentire, sanguinose e profonde, le fitte del suo amore
ferito tormentarle il cuore e zone limitrofe.
Guardare Irene, mentre maltratta con ruvido cameratismo i compagni
soggiogati, non la aiuta. Tutta dorata e lucida, capelli, leggera
abbronzatura, maglietta e minigonna, pare un animaletto selvatico,
elegante e inafferrabile, e calamita tutti gli sguardi, alla faccia
dell'orrida Arese e della sua mise ombelicato-bordellesca.

La serata scivola malinconicamente verso l'epilogo etilico previsto.
Malgrado qualche timido invito maschile, un occhio alla pista da ballo e
uno alle sue gloriose tette, Agnese non si è ancora mossa dal suo
sgabello, e troneggia in tutto il suo volume aggrappata al bancone. Si
sente crescere dentro una bolla dolorosa di infelicità e
insoddisfazione, che minaccia ad ogni minuto di tracimare. La zecca
Vittino si è accasciata, vittima del suo stesso entusiasmo mondano, su
un divanetto poco distante, divenendo ben presto un tutt'uno con il
mortuario arredamento. La festeggiata ridacchia immemore delle sue
passate borie, slinguandosi democraticamente, e lietamente discinta, con
un cameriere di Villasimius.
Agnese decide di averne abbastanza, e si alza per andarsene.
Nell'uscire, la borsa le cade sparpagliando artisticamente il suo
contenuto: fazzoletti, cicche, portafoglio, e soprattutto, un
bell'assorbente-non-si-sa-mai, avvolto nella sua sgargiante confezione
del discount. Agnese si imbambola un attimo, vergognandosi come un cane
delle sue miserie distribuite sul pavimento. Irene (Irene!) si china a
raccogliere le sue cose, e nel farlo il Mar Rosso si apre, rivelando i
brevi capelli bambini sul suo collo abbronzato. Per Agnese è decisamente
troppo: scoppia in lacrime, aspri singhiozzi che le raschiano in gola,
e scappa goffamente fuori lasciando per terra la borsa e gli ultimi
brandelli di dignità.
Fuori c'è un po' di nebbia, fredda e umida contro la sua faccia
congestionata: nel parcheggio, si appoggia a una macchina, ansando,
consapevole solo delle lacrime calde che le colano nel collo della
camicia, di tutto quel corpo che si porta addosso come un peso,
ingombrante e indesiderabile. E di una mano piccola e fresca appoggiata
alla sua guancia. Irene. Non c'è pietà, sulla sua faccia
aristocratica:bsolo il suo rassicurante cameratismo spiccio, venato di
preoccupazione. Le fa strada verso la macchina di Alberto, zitta. La fa
sedere, e resta lì a guardarla, accosciata sui talloni, il viso
nell'ombra della portiera aperta. Agnese tira su col naso rumorosamente,
cercando un inesistente fazzoletto, nuotando in un'apnea di assoluta
infelicità. Chiude gli occhi. E così non vede Irene avvicinarsi,
piano.Ma sente il suo fiato lieve, un tocco caldo e asciutto mentre le
beve via le lacrime. Le labbra di Irene si fanno strada lungo la riga
bagnata sulla sua guancia, si fermano, interdette, all'angolo della
bocca di Agnese, che smette per un attimo di respirare.
Senza aprire gli occhi, Agnese schiude le labbra, ansimando un po'. Il
suo respiro si mescola con quello di Irene, bocca contro bocca. Irene le
risucchia leggermente il labbro inferiore, lo tenta appena con la
lingua, calda e mobile. La lingua di Irene le accarezza i denti, e
Agnese sente nel petto un improvviso mancamento, come un vuoto d'aria,
annaspa con le mani, incontrando le braccia nervose e lisce di Irene. Le
risale febbrilmente, e le intreccia le dita sulla nuca, nella smania
assurda di toccare quei capelli neonati, di contarli, di baciarli uno
per uno.
Ora apre gli occhi, il viso vicinissimo a quello di Irene, che continua
a baciarla lievemente, ma con insistenza, esplorandola. Agnese si sente
liquida e accaldata, ma comincia a ricambiare il bacio, cercando le
labbra di Irene, abbracciandole le spalle, la vita sottile. Le nasconde
la testa nel collo, col fiato corto, mentre Irene le bacia lagola
proprio sopra il nodo palpitante di una vena.
Agnese non sa che fare, anche se improvvisamente vorrebbe fare tutto,
sentirsi le mani di Irene addosso, a cancellarle la vergogna di se', la
paura, e tutte le macchie di infelicità che, giorno dopo giorno, le si
sono incrostate addosso. La guarda aprire la portiera posteriore, e
sedersi. Morta di terrore di essere vista, scoperta, ma incapace di
fermarsi, Agnese la segue e crolla addosso ad Irene con tutto il suo
peso, strappandole un piccolo grido. Irene ride, si assesta meglio sotto
di lei e le infila le dita nel colletto della camicia, slacciando e
slacciando bottoni, finché affonda la faccia nel seno candido di Agnese.
Fischia, piano, in segno di ammirazione, e Agnese diventa rossa. La
gamba sinistra di Irene le si incunea fra le cosce, con piccole spinte
di incoraggiamento, finché lei apre le gambe, permettendo al ginocchio
di Irene di strusciarsi contro la cerniera dei jeans. Alla cieca, le
cerca di nuovo la bocca, le lecca le labbra, e Irene la lascia entrare,
intrecciando la sua lingua con quella di Agnese, spingendola a fondo.
Agnese sente di nuovo quella sensazione calda e liquida diffondersi,
migrando verso il basso, stacca le labbra dalla bocca di Irene e si
solleva sui gomiti a guardarla. Nelle luci livide e pastose del
parcheggio, la dorata Irene sembra pallida, e piccola nella gabbia delle
sue braccia. Le solleva la maglietta, appoggiandole la testa sulla
pancia tiepida; sente i suoi seni piccoli e appuntiti appoggiarsi sui
suoi capelli, e alza la testa a baciarli. Sono freschi, e sodi contro il
suo palato; prova piacere del piacere di Irene, che sospirando continua
a strusciarsi fra le sue gambe. Le dita di Irene sono sulla cerniera dei
jeans, si infilano all'interno, scavando fra la stoffa, le pizzicano
dolcemente la carne calda e gonfia. Irene le fa cambiare posto,
venendole sopra, a cavalcioni. Anche attraverso la stoffa, sente
distintamente il calore della passera di Irene, che poi le si appoggia
sulla pancia nuda. Le afferra le natiche con le mani (sono magre, ma
solide), e la tira verso di sè, scivolando verso il basso. La mini di
Irene si arrotola sui fianchi, scoprendo sotto le calze lo slip bianco,
che finalmente è a portata di respiro e di labbra di Agnese; tremando,
le sfila il collant, e scosta il triangolino di stoffa, scoprendo la
figa morbida della compagna: respirando forte, gli occhi di nuovo
chiusi, comincia a accarezzarla, dita e lingua. La carne di Irene si
contrae, calda e bagnata fra le sue labbra, seguendo il ritmo dei suoi
baci: Irene si inclina all'indietro, per rinfilarle la mano fra le
gambe, e così facendo le schiaccia le labbra della figa sulla bocca,
soffocandola un po'. Irene la penetra con le dita, le preme il pollice
sul clitoride, e lei affonda la lingua, succhiando, leccando, mordendo
finché non sente Irene godere, e solo allora si permette di venire a sua
volta, soffocando il piacere nel profumo di saliva, sudore, e femmina
che le si è spalmato sulla faccia.

Uscendo dall'auto nel parcheggio deserto, forse Agnese sorride, un
sorriso nuovo di zecca. Forse va a casa correndo, e forse, ma solo
forse, un ragazzo alto e abbronzato viene fuori da dietro un'automobile
parcheggiata, dove si era nascosto. Forse entra nella sua auto, e forse,
ma solo forse, lui e una ragazzina bella e aristocratica se ne stanno un
po' di tempo sul sedile posteriore, a ridere e a parlare. Lei forse,
dopo gli fa un pompino, e forse no. D'altra parte è già buio e c'è un
po' di nebbia, e non si vede quasi niente.



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