RACCONTI EROTICI
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  CLAUDIA B. Autore: Nadir

C'era una volta Claudia B.
Oggi non c'e' piu', o almeno lo spero.

Claudia e' scomparsa circa un mese fa, il 26 settembre 1946, ma la sua
storia comincia quasi due anni prima.

<< Aprite la porta, per Dio! >>
Nessuno si mosse. I miei genitori ed io eravamo semplicemente
pietrificati, ammutoliti dalla paura.
L'istinto ci spingeva a comportarci come quegli animali selvatici che
quando avvertono la presenza del predatore si fermano, si rannicchiano,
si fanno piccini piccini e chiudono gli occhi, sperando contro ogni
probabilita' di essere risparmiati.

<< Aprite, luridi bastardi! >>
Un calcio o una spallata incrinarono pericolosamente l'assicella di
legno che sbarrava la porta. Un secondo colpo la fece letteralmente
scoppiare in una fontana di schegge e subito dopo loro si riversarono
dentro.
Erano in cinque o sei, non ricordo bene. Sporchi, con la barba lunga e
quell'odore selvatico di chi vive nei campi.

<< Perche' non volevi aprire, eh, vecchio coglione? >> un manrovescio
centro' il viso di papa' e il colpo fu talmente inatteso e violento da
farlo ruzzolare per terra.

<< E alzati, su, non fare la commedia che tanto con noi non attacca! >>
tuono' all'indirizzo di mio padre l'uomo che l'aveva colpito, un giovane
robusto che dimostrava la meta' degli anni del babbo e che, a differenza
di lui, non aveva certo i polmoni rovinati da una vita di lavoro in
acciaieria.

Contemporaneamente un altro eroe, un ragazzino che avra' avuto si e no
sedici anni, scovo' me e mia madre rannicchiate vicino alla vecchia
stufa a legna << Eccone altri! >> grido' eccitato, e subito ci punto'
contro il suo schmeisser, il suo fucile mitragliatore tedesco.
Sorrideva.
<< Hop! >> uno scatto in avanti col busto e con le braccia, poi ancora
un sorriso.
<< Hop! >>...
Dio... ad ogni scatto mia madre gemeva ed io mi stringevo istintivamente
a lei, come se avesse il potere miracoloso di proteggermi. Ogni volta mi
sembrava quasi di sentire gli spari e le pallottole che entravano nel
petto, invece erano solo i rintocchi del mio cuore.

<< Ma guarda cos'abbiamo qui >> esclamo' uno degli altri uomini. Sposto'
in malomodo il ragazzino col mitra, si avvicino a noi sorridendo come
una faina e mi accarezzo' piano la guancia. Poi scese. Scese lungo il
collo, la gola, le spalle... quando arrivo' al seno la sua mano si
chiuse ad artiglio. Non lo strinse forte, ma di certo ne saggio' la
consistenza e lo esploro' con gusto.
Scattai indietro e cercai di sottrarmi alla sua presa. Ero troppo
spaventata per riuscire ad organizzare una difesa piu' efficace: non ero
nemmeno in grado di sillabare un semplice "no".

Fu un suo compagno a salvarmi: << Lascia perdere, Lupo, non abbiamo
tempo per queste boiate... Magari un'altra volta, eh? >>
Subito dopo e con sensibile cambio di tono nella voce, lo stesso
individuo si rivolse a mio padre << Allora, vecchio, vediamo di fare in
fretta. Dimmi dove hai nascosto la farina e noi ce ne andiamo, capito?
Farina, patate, rape... tutto il cibo che hai >>

<< Cio' che abbiamo non basta nemmeno per noi >> cerco' disperatamente
di spiegare papa' << Non ho un lavoro perche' la fabbrica e' stata
bombardata. Non ho nemmeno campi. Ho solo un orto e... >>

Il babbo venne interrotto da un violento ceffone che gli investi' la
bocca e il viso << Allora non hai capito, stronzo! E' per quelli come te
che combattiamo ed e' tuo dovere dividere con noi cio' che hai. Ce lo
devi, capisci? >> urlo' il capobranco << Quindi hai due possibilita': o
collabori, o per me diventi uno sporco fascista. Ci metto un attimo a
dar fuoco a questa catapecchia... con te dentro, magari. Vut scumettar
che questo chiarira' le idee anche tuoi ai vicini? >>

Papa' e' sempre stato un buono e un duro. Gran lavoratore, serio e
testardo, ma mai troppo rapido di intelletto: << Non abbiamo niente >>
rispose dunque con ostinazione.

L'eroe lo guardo' un attimo negli occhi. Poi, velocissimo, quasi
invisibile, il primo pugno si schianto' sul viso del babbo. Lui scivolo'
a terra con un gemito e li ne arrivarono altri, insieme ai calci, alle
scarpate, ai colpi dati col fucile mescolati con bestemmie e minacce:
una sagassata di botte che sembrava non finire mai.

Mamma scatto' subito in avanti per aiutare papa', ma il ragazzino armato
di mitra la fece crollare bocconi con uno sgambetto. Prima che mamma
riuscisse a capire cos'era accaduto il giovane si era gia' seduto
cavalcioni su di lei, bloccandola e ridacchiando fiero della sua
bravata.
A quel punto mamma cedette e, tra le lacrime, indico' loro il
nascondiglio della nostra piccola riserva di cibo: in una vecchia botte
mezza marcia e coperta da un velo di legna da ardere.

Si presero tutto, nonostante le suppliche e le preghiere. Senza pieta',
"perche' mio padre doveva imparare". Minacciarono persino che sarebbero
tornati, un giorno, magari a guerra finita, perche' la nostra non poteva
essere una famiglia di patrioti e pertanto la dovevamo pagare.

Per fortuna non li rivedemmo mai piu', ma da quel giorno di gennaio per
noi cominciarono tempi davvero duri. Mia madre si ridusse a chiedere la
carita' ai vicini: bucce di patata, cipolle muffite, quello che le
davano. Papa' ed io, invece, andavamo in cerca di erbe e di radici, di
qualunque cosa fosse vagamente commestibile, e nonostante i parenti ci
aiutassero come potevano, ben presto cominciammo a sentire i morsi della
fame.

E' terribile avere sempre fame, sapete?
E' un dolore sordo e costante al ventre. Ti addormenti con lui, lui
spadroneggia nei tuoi sogni, ti sveglia all'alba e ti tormenta fino a
sera.
Non ti abbandona mai, nemmeno quando riesci a trovare qualcosa da
mettere sotto i denti. In quei casi, al contrario, si fa piu' acuto e
tormentoso e sembra che la tua pancia, stuzzicata da un boccone
insufficiente, cerchi di mangiare se stessa, di digerirsi in una sorta
di doloroso autocannibalismo.
Se mai vi accadesse di provare un patimento del genere non sareste piu'
capaci di dimenticarlo, ve lo giuro: vi resterebbe nelle viscere per
sempre come e' successo a me.

Dio, almeno fossi stata un ragazzo robusto avrei potuto lavorare per i
tedeschi e se solo Luigi fosse stato con noi... oh, non ci voglio
pensare.
Invece mio fratello Luigi, piu' vecchio di me di tre anni, era stato
richiamato alle armi nel '42 insieme a tutti quelli della sua classe,
poi era stato inviato come rincalzo sul fronte jugoslavo ed infine, dopo
l'otto settembre del '43, era stato catturato dai tedeschi.

A quel tempo nessuno ci capiva piu' nulla. Non si sapeva se i tedeschi
erano alleati o nemici e percio', nel caos, per loro fu cosa facile
disarmare i nostri soldati e deportarli in massa nei campi di
concentramento.

Luigi fini' in Polonia, in un posto chiamato Biala Podlaska, e da li
riusci' perfino a scrivere a casa un paio volte. Poche notizie
frammentarie, ma almeno sapevamo che era ancora vivo.

Forse questa consapevolezza fu l'unico sollievo in quei mesi di
indigenza. Per il resto, in famiglia ci aggrappavamo alla speranza che
presto, con la fine della guerra e con l'arrivo degli americani, le cose
migliorassero.

In realta', dopo la liberazione di Bologna del 21 aprile, per noi non
cambio' un bel nulla e papa', sempre tormentato dalla tosse, a volte non
aveva nemmeno la forza di alzarsi dal letto.

Fu cosi' che presi una decisione che avrebbe cambiato la mia vita.
Con una disperazione che non so descrivere e con l'assoluta
prostrazione, con la totale rassegnazione di un manzo condotto al
mattatoio, decisi infatti di rinunciare alla purezza, di tradire tutti i
valori che fin da piccole ci vengono inculcati, di abbandonare per
sempre il sogno di sposarmi un giorno in abito bianco, immacolato e puro
come il mio corpo e la mia virtu'.

Mi dissi che lo facevo per necessita', perche' mamma e papa' non
soffrissero ancora, ma la realta' - oggi posso ammetterlo con me stessa
- e' che non sopportavo piu' di vivere con la fame e che avrei fatto di
tutto pur di non sentire quell'immortale, eterno dolore al ventre.

Quel giorno stesso, allora, indossai il vestito migliore, ossia uno
straccio in tessuto autarchico che a guardarlo oggi non sembrerebbe
nemmeno un indumento. A quei tempi era tutto cio' che possedevo e grazie
al cielo avevo una di quelle figure che sembrano far fiorire il peggiore
dei cenci: alta, snella, famelica, ma non ancora priva delle sue
rotondita'.

Accorciai la gonna, sbottonai i primi due bottoni della camicia e scesi
giu' in citta'.
Ricordo che mi sembrava di camminare in un sogno: non vedevo niente,
scavalcavo le macerie lasciate dai bombardamenti con l'automatismo che
viene dalla consuetudine e anche l'udito non mi funzionava un granche',
un po' come se le orecchie fossero tappate da roventi batuffoli di
vergogna.

Cosi', quando un soldato americano mi chiamo', io lo ignorai.
Semplicemente non mi accorsi di lui e continuai diritta per la mia
strada.
L'uomo, pero', si dimostro' un tipo tenace: salto' giu' dalla sua jeep,
mi raggiunse, mi prese per un braccio e mi scosse, svegliandomi di colpo
dall'intontito torpore nel quale ero piombata.

<< Ehy, Signorina >> esclamo' << Si, dico a te, are you deaf? Sei sorda?
>> Sembrava anche un po' minaccioso.
<< No, no... scusa, non pensavo stessi chiamando me >>
Lo guardai meglio, sulla spalla aveva un rombo rosso con una specie di
aquilotto giallo dai contorni geometrici. A quei tempi non mi disse
nulla, ma in seguito imparai a riconoscerlo come il distintivo della 45a
divisione americana di fanteria.

Continuai a fissare la giacca, senza il coraggio di alzare lo sguardo
sul volto del soldato, e lui subito inizio' a parlare. Non ricordo cosa
disse, nemmeno una parola, ricordo solo che aveva uno strano accento a
meta' tra l'inglese e un dialetto del sud.
Ricordo anche che mi offri' un passaggio sulla jeep e che io accettai. E
poi il nome... ecco, se lo rivedessi non lo riconoscerei, ma il nome,
quello non riesco a scordarlo: si chiamava William Sciarretta.

William inforco' una stradina secondaria e insieme ci allontanammo dalla
citta'. Guidava come un pazzo e non la smetteva mai di parlare a voce
alta in una quella lingua assurda avrebbe voluto essere italiano.

Ad un tratto, mentre eravamo in aperta campagna, si accosto' al bordo
della strada e fermo' la jeep sotto i rami di una quercia nodosa e
contorta, esposta da generazioni alla furia del vento.
Immediatamente mi mise le mani addosso: << Famme senti' quanto vali,
signorina >>

Mi colse talmente di sorpresa che quasi gridai << Ma che fai? No! >>
<< Su, cinque dollars, ok? Se si bbrava I will give you otto dollars,
ok? >>
<< Ma... io sono ancora vergine! >> balbettai.
<< WOW, good! I love Italy! >> chioso' lui raggiante << Allora ten
dollars, ok? >>

Singhiozzai, ma lui non batte' ciglio.
<< No, niente dollars >> dissi a quel punto << Cibo. Mangiare. Hai da
mangiare? >>
<< Mangiare? Food? >> chiese lui incredulo, poi si mise a ridere.
Al momento arrossii, ma se ci penso oggi... che cazzo aveva mai da
ridere quell'imbecille proprio non lo so.

<< Ok, ok, signorina. Tutto il mangiare che ho in my bag is your, e'
tuo, capisc'amme'? Ma ora no parlare, che non mi piace i fimmine che
parlano: arap' e cosc' e statte sitta, ok? >>
Annuii. Chiusi gli occhi e mi morsi il labbro, lasciando che facesse del
mio corpo cio' che voleva.
Insomma, mi feci scopare da lui... per tre scatolette di carne, una
grossa pagnotta e un sacchetto di zucchero.

Non scendemmo nemmeno dalla jeep: lui si limito' a indicarmi il vano
posteriore della vettura ed io con rassegnazione mi ci distesi, al che
William mi raggiunse senza neppure spegnere il motore.
Mi sollevo' il vestito fino alla vita, con un cenno pretese che
esponessi il seno attraverso la scollatura e subito dopo mi ordino' di
spalancare le cosce.

Si sbottono' le braghe e si inginocchio' di fronte a me. Io chiusi gli
occhi attendendo di essere penetrata, ma lui prese invece a leccarmi tra
le gambe, a bere il mio sapore. Mi fece capire con gesti e vocalizzi che
la cosa lo eccitava e, mentre grufolava come un suino, inzio' anche a
masturbarsi senza pudore.

Continuo' cosi' per un po' di tempo poi si stufo'. Allora si alzo' in
piedi, si abbasso' i pantaloni fino alle caviglie e mi prese. Lo fece
cosi', senza preavviso, senza dire nulla. Mi monto' e basta,
sverginandomi con la stessa facilita' con la quale si apre la pancia di
un pollo.

Io, per orgoglio, non volli dargli la soddisfazione di gridare. Mi
limitai a restare ferma e disponibile, mordendomi un dito e guardando il
cielo che sembrava stranamente umido e opaco al tempo stesso.
Poco dopo, pero', quando tre camion militari coi fari oscurati sbucarono
all'improvviso da una curva, fui sopraffatta dalla vergogna e mi
aggrappai a lui, cercai di nascondere il viso nell'incavo della sua
spalla.
William continuo' a scoparmi. Non cambio' ritmo ne' posizione, nemmeno
quando uno degli autisti fischio' il suo apprezzamento all'indirizzo
della scena.

Io, invece, a quel suono lo strinsi ancora piu' forte e stavo talmente
male che avrei quasi preferito morire. (Lo so che sembra sciocco, che
sembra eccessivo, ma bisogna provarle di persona certe cose per poterle
comprendere).
William probabilmente scambio' il mio gesto per uno slancio passionale e
i miei singhiozzi per spasmi di piacere. Non so cosa provo', so solo che
si emoziono' e venne. Per fortuna lo fece fuori.

Poi si alzo' sulle ginocchia, mi sorrise, mi bacio' un seno e disse
tutta una serie di parole che non capivo. Infine fece spallucce e si
rivesti'.
Mi accompagno' con la jeep fin fuori al paese e mi lascio' li, sotto una
pioggerellina leggera come lacrime, e con un piccolo involto di carta
tra le mani. Il mio pane, la mia carne e il mio zucchero.
Ecco fatto.
Ero completamente bagattata e mi sentivo peggio di una bestia, ma almeno
per un po' non avremo patito la fame.

Da allora, presi l'abitudine di scendere in citta' quasi ogni giorno.
Ai miei genitori dissi che lavavo i panni per l'esercito alleato, che
pelavo patate, che facevo lavori cosi'. Loro mi credettero.
Ci volevano credere.

Dio come mi vergognavo le prime volte...
Avevo l'impressione che tutti mi guardassero. Che ogni uomo, italiano o
americano che fosse, mi squadrasse dalla testa ai piedi, valutasse il
mio prezzo e il mio valore come se fossi una mucca o una cavalla. Non mi
sarei stupita, insomma, se un cliente prima di violentarmi avesse
preteso di esaminare minuziosamente lo stato della mia dentatura.

Era orribile.
Umiliante e orribile, ed io, che son sempre stata piuttosto timida, non
riuscivo nemmeno a fare come le altre che camminavano spavalde, si
mostravano e si offrivano ai soldati: mi limitavo a restare in piedi in
un luogo trafficato. Le gambe nude fino al ginocchio e gli occhi bassi.
Silenziosa.

Nonostante cio' non ho mai faticato a trovare compagnia, tutt'altro:
dopo le prime volte, quando si era sparsa la voce che io fossi, diciamo
cosi', disponibile, venivano in molti a cercarmi, anche italiani.

Non che fossi particolarmente brava a fare certe cose... anzi dovevo
essere una vera e propria frana, pero' ero bella. Fin da bambina tutti
quanti l'avevano sostenuto: ho le gambe snelle e lunghe e si diceva che
avessi un viso d'angelo e che assomigliassi ad una diva del cinema.
Cosi' mi limitavo ad offrirmi, a lasciar intendere che fossi disposta a
vendere il mio corpo e gli uomini arrivavano, attratti dal mio aspetto e
dalle mie forme come un falo' attira le falene. Poi, per un po' di cibo,
permettevo loro di usarmi in diversi modi, tanto la degenerazione e'
nell'anima, non nella carne, ed io sentivo di aver gia' toccato il fondo
il primo giorno. Per scelta e per necessita'.

Mi ero data un unico imperativo. Categorico, come si usava dire allora.
Mi ero imposta di accettare solo cibo ed eventualmente dei capi
d'abbigliamento. Mai del denaro.
So che e' una cosa stupida, ma il baratto, in un certo senso, mi
sembrava preferibile alla vendita pura e semplice. Mi ero convinta che
in questo modo non ero come le altre, che farlo per mangiare e non per
lucro in un certo senso mi mondasse, mi sdoganasse, che... quanto ero
ingenua e cretina a quei tempi!

Presto mi resi conto che gli americani erano piu' disponibili e generosi
degli altri soldati, percio' iniziai a frequentare il campo che avevano
montato vicino alla citta' e li, una sera, incontrai Sabina.
Lei veniva da un paese vicino e, nonostante fosse piu' vecchia di me di
un paio d'anni, ci conoscevamo da una vita perche' entrambe avevamo
avuto la fortuna di frequentare la stessa scuola. Begli anni, quelli.
Costati non pochi sacrifici ai rispettivi genitori e risultati
assolutamente inutili per il nostro futuro, ma pur sempre degli anni
sereni.

Sabina naturalmente faceva il mio stesso mestiere e riusciva ad essere
addirittura piu' sfortunata di me: aveva una bimba di circa tre anni e
mezzo ed era anche da sola, perche' suo marito era stato richiamato
nell'esercito ed inviato in Africa Settentrionale come rincalzo alla
divisione di fanteria "Bologna".

Dopo la grande battaglia di El-Alamein il marito di Sabina era stato
dato per disperso (espressione pietosa, molto vicina al "caduto per la
patria"), ma lei non voleva rassegnarsi e, nonostante non ricevesse piu'
sue notizie da quasi due anni, si aggrappava ancora con la forza della
disperazione a quell'ingannevole attributo: disperso.
In altri termini continuava a sperare che il suo uomo si fosse nascosto
tra i beduini o che fosse prigioniero degli inglesi. In India, in Sud
Africa, da qualunque parte ma vivo, e ogni giorno attendeva una
cartolina che non arrivava mai.

Nel frattempo Sabina si era trovata costretta a "lavare i panni" e, come
nel mio caso, la sua scelta non era stata particolarmente complessa, dal
momento che l'alternativa consisteva nel morire di fame insieme alla sua
piccola.

Ci vedevamo quasi ogni sera, lei ed io: ci raccontavamo le rispettive
disgrazie, soddisfavamo gli stessi uomini e ci consolavamo a vicenda.
In breve decidemmo di fare coppia, di aiutarci. Di venderci insieme, per
essere onesta e brutale, e tanto per cominciare lei si trasferi' a
vivere da noi insieme alla bambina, cosi' i miei vecchi genitori
avrebbero potuto badare alla piccola mentre noi, appunto, andavamo a
"lavare i panni".

Non voglio raccontare i dettagli di quei mesi, non voglio nemmeno
ricordarli, a dire il vero, e quando saro' anziana e smemorata,
accogliero' come una benedizione il fatto di averli dimenticati.
Diro' solo che insieme a Sabina scesi ancora piu' in basso nella scala
della mia considerazione. Feci l'amore (che parolona, che bugia!) con
piu' uomini insieme, mi accoppiai persino con la mia amica pur di
soddisfare la lussuria dei soldati, ma soprattutto contravveni all'unica
regola che mi ero data: cominciai a farlo non solo per la farina, la
carne e lo zucchero. Cominciai a farlo anche per denaro.

All'inizio fu a causa dello stato di salute del babbo: aveva bisogno di
medicine e per quelle occorrevano soldi, non pane e patate. Poi fu per
sostituire il vestito in stoffa autarchica che si era definitivamente
sfasciato, poi, poi...
Poi divento' un'abitudine e fu un bene cosi', perche' in fondo la mia
non era altro che una chimera. Mi ingannavo fingendo di non essere cio'
che ero: una donna che si vende per qualcosa. Che questo qualcosa sia
poi del denaro, un favore, un regalo o del cibo, la sostanza non cambia.
Si e' sempre e solo prostitute.

Per qualche tempo la vita ando' avanti senza che vi fossero grandi
cambiamenti, poi, una sera d'estate, proprio quando l'orizzonte si
vestiva di tramonto, uno sconosciuto intabarrato in lisi stracci
grigioverdi si presento' davanti a casa.
Lurido e con la barba lunga. Il viso emaciato, scavato dalla fame e
pieno di croste e di sporcizia. I pochi capelli e i cenci militari
infestati dai pidocchi e da chissa' quale altro parassita.

<< Non abbiamo nulla >> esordii subito con voce dura in modo da
stroncare ogni pretesa sul nascere. Poi mi fermai sull'uscio, le mani
sui fianchi e la vanga pronta dietro lo stipite.

<< Ma, io... >> lo sconosciuto sbatte' gli occhi un paio di volte con
incredulita', tanto che pensai fosse un po' strambo o un povero
invornito e che mi sarebbe toccato scacciarlo a badilate.
Avevo gia' imbracciato l'attrezzo, quando uno spintone sulla schiena mi
fece quasi perdere l'equilibrio: mamma, in genere cosi' timida e
controllata, si era lanciata verso l'accattone singhiozzando. Giuntagli
di fronte l'aveva abbracciato, incurante della sporcizia e dei pidocchi.

Non era impazzita, come avevamo temuto il babbo ed io, era solo stata
l'unica a riconoscere in quel relitto umano suo figlio Luigi. Mio
fratello.

Naturalmente l'arrivo di Luigi fu una gioia immensa per tutti, ma
nell'immediato il poveretto non era in grado di aiutare la famiglia: era
troppo debole e denutrito, occorreva tempo perche' si rimettesse in
forze e fino ad allora, per me, tutto questo avrebbe significato solo
una bocca in piu' da sfamare e quindi molti "panni in piu' da lavare".

Iniziai dunque a scendere in citta' tutte le sere, moltiplicai gli
sforzi e proprio cosi' conobbi una persona veramente speciale: era un
pilota di Sherman della 1a divisione corazzata USA, veniva da Clemson
nella Carolina del Sud ed era... immenso. Un sabadone alto piu' di due
metri, con un fisico massiccio e due spalle cosi'. Sembrava quasi
un'apparizione impossibile per chi, come me, aveva tutti i giorni sotto
gli occhi il corpo scheletrito di Luigi.
Inoltre lui era... non era come gli altri.

Lo vidi per la prima volta una sera che, insieme a Sabina, ero andata a
vendermi nei pressi di un locale notoriamente frequentato da soldati e
da altri avventori che si sforzavano di dare un senso alla loro pacifica
vita di branco.
Lui mi mise immediatamente gli occhi addosso e si avvicino' per
contrattare.
<< Ehy, tu, gospel singer >> intervenne un commilitone << Va bene che
quella e' solo una puttana-spaghetti, ma e' pur sempre bianca: vedi di
non dimenticare mai qual e' il tuo posto, zio Tom >>

Il gigante si immobilizzo e si giro' piano verso il compagno. Lo
squadro' in silenzio, piu' minaccioso che mai, ma quello continuo'
imperterrito << E' che non ho alcuna intenzione di mettere il mio magico
attrezzo dove c'e' stato il tuo, negro. Tu devi accoppiarti solo con
quelle della tua razza o con le altre specie di scimm... >> fu
schiantato al suolo da un destro poderoso.
Immediatamente scoppio' una rissa furibonda che si concluse con tre
svenuti, un naso spappolato e tanti lividi generosamente distribuiti dai
manganelli degli MP, prontamente materializzatisi in mezzo alla
gazzarra.

Sabina ed io, naturalmente, scappammo ai primi accenni di violenza.
Va bene la vergogna e lo schifo di vendersi per un tozzo di pane, ma
anche essere picchiate, no cavoli! Percio' decidemmo di saltare un
giorno di lavoro e di tornarcene subito in paese.

Stavamo ancora camminando sul ciglio buio della strada, quando sentimmo
uno scalpiccio alle nostre spalle.
Ci voltammo e vedemmo un'ombra nera, immensa, nella quale i denti e gli
occhi spiccavano come perle scintillanti tingendo di candore un volto
d'ebano, alieno e demoniaco.

In un attimo la creatura ci raggiunse e si fermo' di fronte a me.
Feci istintivamente un passo indietro prima di rendermi conto che si
trattava del negro che si era appena azzuffato per il diritto di
scoparmi.

<< Tu con me adesso? >> sputo' fuori lui, tra un ansito e
un'espirazione.
Per tutta risposta tesi la mano destra col palmo aperto e rivolto verso
l'alto.

Lui sorrise mostrando i denti piu' bianchi che avessi mai visto e mi
consegno' diversi dollari (non quelle ridicole Am-lire), poi mi cinse la
vita e mi trascino' quasi di peso oltre il ciglio della strada.
<< Calma! >> protestai.
Mi lascio'. Permise che scegliessi un cespuglio dietro il quale
nasconderci, un biancospino. Quindi, con inattesa cavalleria, si tolse
la giacca per costruire un rudimentale giaciglio.

Mi lasciai cadere carponi sopra la stoffa verde oliva e sotto un mare di
stelle indifferenti, sollevai la gonna e attesi.
<< No. No cosi' >> disse lui << Nudi >>
Girai la testa e vidi che si era gia' spogliato quasi del tutto. << OK
>> risposi, tanto per me che cambiava?
Mi sfilai i vestiti e mi misi nella medesima posizione. La schiena
inarcata, il ventre esposto e il capo reclinato tra le braccia.

Avvertii di colpo il peso e il calore della sue mani sulle natiche, poi
iniziai a sentire la sua lingua. Enorme anch'essa, come quella di un
bue.
La passava su e giu', su e giu', strappandomi piu' di un gemito mentre
aspettavo che mi penetrasse, mentre cercavo di non pensare, di ingannare
il tempo osservando, attraverso le foglie del biancospino, le gambe di
Sabina che camminava avanti e indietro sulla strada.

Il negro continuo' a leccare finche' non fui cosi' bagnata di saliva da
gocciolare letteralmente dalle cosce, poi fece uno strano rumore.
Allargai le gambe e abbassai la testa tra i gomiti nel tentativo di
sbirciare cosa stesse combinando. Lui riprodusse il rumore e cosi' mi
accorsi che si stava sputando sul membro.

Non feci nemmeno in tempo a stupirmi per le tremende dimensioni di
questo, che cominciai a sentire una ben nota pressione al basso ventre.
Avvertii un leggero strappo e strinsi i denti. Lui spinse di botto, un
vero e proprio colpo di reni che mi strappo' un gemito di dolore.

<< Ehy, ma sei matto? Cosi me la rompi, idiota! Aspetta, lascia fa fare
a me >>
Per fortuna si fermo'. Allora mi lasciai andare in avanti, sulle spalle,
allungai le braccia all'indietro e mi aprii bene con le dita. Quindi
piano, molto piano, mi impalai su quella specie di tronco nodoso.

Non fu facile, ne' veloce, ne' certamente piacevole, ma alla fine
riuscii ad accoglierlo: i tessuti si adattarono al nuovo ingombro e devo
ammettere che il negro fu d'aiuto, restando immobile per tutto il tempo,
docile e paziente. Quando gli dissi << OK, ora puoi >> inizio' a
muoversi lentamente, con molta delicatezza, e contemporaneamente prese a
massaggiarmi il ventre con una delle sue manone bollenti, a leccarmi
piano tra le spalle, le scapole e il collo.

Mi squarto', sia ben chiaro, ma lo fece nel modo meno doloroso possibile
e dopo un po', riusci' perfino a darmi un minimo di piacere, cosa
rarissima, che non succedeva quasi mai.
Quando venne, dopo un tempo che sembro' un'eternita', lo tiro' fuori e
mi lavo' completamente la schiena. Si diverti' a spalmarmi il suo seme
su tutto il corpo, sulle spalle e sui seni, fregandosene altamente delle
mie proteste. Infine si lascio' andare in avanti imprigionandomi sotto
di se con il suo peso e la sua mole.

<< Basta. Hai finito. Lasciami andare via, adesso >>
Niente.
Provai a togliermelo di dosso sgroppando.
Pessima idea: non ottenni nulla, ma in compenso avvertii la pressione
del suo membro caldo che tornava ad irrigidirsi sfregando tra le mie
cosce e la schiena.
Lui mugolo' qualcosa, poi mi accarezzo' le spalle e inizio' a percorrere
le braccia. Con dolcezza mi costrinse ad allungarle in avanti,
completamente, fino a che non mi ritrovai distesa come un tappeto. A
quel punto, all'improvviso, mi blocco' i polsi con quelle due mani
enormi, alzo' il sedere e si avvicino' come per entrare una seconda
volta.
<< No, no! Non come prima, che non voglio correre rischi! >>
<< OK >> rispose, e fortunatamente si sollevo' liberandomi.

Mi voltai e trovai a pochi centimetri dal mio viso il suo sesso
ringalluzzito da una seconda, orgogliosa erezione. Vedendolo in tutta la
sua esuberanza, compresi al volo perche' mi aveva fatto cosi' male. <<
Senti, se vuoi lo prendo in bocca, ma per questo mi devi pagare un'altra
volta, ok? >> dissi, mimando l'operazione.

<< Uh? >>
<< Dollari. Altri dollari, understand? >>
<< Ok, ok! >> tuono' lui. Prese altre banconote da una tasca dei
pantaloni, me le mise in mano e contemporaneamente mi agguanto' la testa
e me lo impose sulle labbra spingendolo giu', in gola.

Quella sera tornammo a casa tardi, Sabina ed io, e fu solo di fronte
all'aureola gialla di un lume di candela che mi accorsi di avere le
cosce insanguinate, ma allo stesso tempo scoprii che il negro mi aveva
pagata molto piu' del prezzo corrente e quindi, tutto sommato, decisi di
essere soddisfatta. Dolorante e soddisfatta, perche' per un paio giorni
avremmo potuto evitare di lavare panni.

La domenica successiva, quando Sabina ed io scendemmo di nuovo in paese,
ero convinta che Spike (cosi' aveva detto di chiamarsi il negro) fosse
solo una pagina del libro della mia vita. Una pagina gia' sfogliata che
non avrei letto mai piu'.
Mi sbagliavo.

Mi stavo infatti appartando con il secondo cliente della giornata,
quando lo vidi che aspettava appoggiato ad un vecchio acero e, lo
confesso, la cosa mi spavento' parecchio.
Temevo che facesse qualcosa di insensato o violento, temevo... non so di
preciso, e' che era cosi' grosso e nero... mi faceva paura, ecco.
Sembrava un selvaggio, un cannibale, uno zulu, ma alla fine non era
nessuna di queste cose: si limito' ad attendere che fossi libera, come
facevano gli altri, mi tese un rotolino di dollari e disse << Tutto il
giorno, si? >> Diedi un occhio alla cifra ed accettai.

Da quel giorno Spike fece sempre cosi'. Anzi, arrivo' ad chiedermi
quando intendevo scendere all'accampamento per potermi avere solo per
lui.
Fu un amante tenero e generoso, premuroso e appassionato. Fu soprattutto
un'amante innamorato e dopo i primi, dolorosi approcci riusci' spesso a
farmi godere. Con la lingua, con le dita, col suo coso... addirittura
con le sole labbra: aveva un modo splendido di succhiare i capezzoli e
il clitoride, di spremerli tra quei suoi margini carnosi, di giocarci
aspirandoli e titillandoli.
In fondo, anche se era negro, in altre circostanze avrebbe addirittura
potuto piacermi come uomo. Ma a quei tempi era solo uno dei tanti. Uno
che pagava bene e non mi maltrattava. Tutto li.

Cio' nonostante quei mesi furono i piu' massacranti: lavoravo tutti i
giorni perche', dopo l'arrivo di Luigi, in famiglia c'era una bocca in
piu' da sfamare e mio fratello, poveretto, non era certo in grado di
provvedere a se stesso.
Era ridotto talmente uno straccio che nei primi tempi faceva perfino
fatica a stare in piedi. Aveva perso le unghie e parte dei capelli e,
quando mamma lo aiutava a cambiarsi, vederlo faceva impressione: sotto
lo sterno, al posto della pancia, si apriva una caverna di pelle, le sue
cosce erano poco piu' grosse di un bastone e una specie di filo spinato
fatto d'ossa gli disegnava la colonna vertebrale.
Uno scheletro coperto da un lenzuolo di carne, ecco cosa sembrava.

Povero Luigi mio, pensate che di giorno era capace di starsene seduto su
una sedia per ore, silenzioso e immobile, a guardare fuori dalla
finestra come una statua inanimata, ma di notte... di notte si agitava
sempre: pronunciava parole incomprensibili in una lingua slava, pregava
e singhiozzava.

Ci vollero piu' di due mesi di cure e cibo regolare perche' mio fratello
si riprendesse: i suoi muscoli pian piano riapparvero, le unghie gli
spuntarono timide come sottili spicchi di luna e lui torno' addirittura
a sorridere. Era un uomo diverso, pero', da quello che era partito. Cupo
e senza sogni. E vinto. Per sempre.

Una sera, mentre gia' l'ombra galleggiava sui boschi ed io tornavo dal
lavoro insieme a Sabina, lo vidi seduto sulla pietra miliare che da
sempre segna l'ingresso in paese. Era tardi e Luigi doveva essere
rimasto li ad aspettarci per diverse ore.
Rimase immobile finche' non fummo abbastanza vicine, poi si alzo', ci
venne incontro e abbraccio' Sabina. Quindi fece lo stesso con me, mi
bacio' entrambe le guance ed infine crollo' in ginocchio.

<< Scusa, sorellina >> disse, senza nemmeno il coraggio di guardarmi
negli occhi << Scusa per questi mesi. Scusa anche per la mamma e il
babbo, che fortunatamente non sanno >>

Mio fratello invece sapeva, com'era evidente.
La cosa non mi stupi' perche' in fondo Luigi non era mai stato un
ingenuo e negli ultimi anni, vissuti tra il fronte e i campi di
concentramento, doveva aver visto anche lui l'altra faccia della guerra.

<< Ormai sto bene, sorellina. >> Continuo' << Sono di nuovo forte e da
domani inizio a lavorare come manovale edile giu' in citta'. Da fare ce
n'e' in abbondanza, con tutte le case che son state distrutte, e qualche
lira in piu' non puo' certo farci male. Io penso che fra qualche
tempo... si, insomma, il prima possibile tu potrai ... Oh, scusa ancora
sorellina. Scusa ancora. >>

Era una cosa sciocca, lo so, ma mi commosse. Quella sera tornammo a casa
insieme, Luigi, Sabina ed io. Abbracciati e in silenzio, perche' nemmeno
i muri dovevano sapere il nostro segreto.

Gia' la settimana successiva vidi i primi cambiamenti: continuai a
"lavare i panni" esattamente come prima, ma il contributo economico di
Luigi si fece sentire e per la prima volta mi resi conto che stavo
risparmiando del denaro.
Dopo pochi giorni anche il babbo si mise a fare piccoli lavori di
falegnameria che potevano facilmente essere venduti o barattati.
Insomma, la vita comincio' a rientrare lentamente nella nostra casa.

Calcolai che presto il mio contributo non sarebbe stato piu' necessario.
Che presto avrei potuto davvero lavare panni o cucire, che presto sarei
tornata ad essere un donna come tutte le altre e non una "signorina".
Non piu' un anima in svendita tutta carne da palpare e buchi da fottere.

Eppure, mentre facevo questi pensieri, mi resi conto che ormai ero
diventata esattamente quello. Per i soldati americani e per diversi
civili italiani, per il paese e soprattutto per me.
Avevo scritto una pagina della mia vita che in alcun modo avrei potuto
cancellare.

In quell'istante mi resi conto che, per me, sarebbe stato impossibile
vivere come prima nei posti in cui ero nata e che, di conseguenza,
appena fossi riuscita a racimolare abbastanza denaro avrei dovuto
andarmene lontano. Lontano per dimenticare e ricostruirmi una vita.
In fondo avevo dato tutto alla mia famiglia, almeno questo lo dovevo a
me stessa.

Iniziai cosi' a risparmiare e in un solo mese riuscii a mettere da parte
un bel po' di denaro. Poi, inaspettatamente, ebbi un unico, enorme colpo
di fortuna: Spike mi confesso' che presto sarebbe tornato in America e
mi racconto' che gli avevano pagato una serie di premi, di indennita' o
che so io, per tutto il periodo che era stato in guerra. Sottolineo' che
si trattava di diverse centinaia di dollari e mi chiese di sposarlo e di
trasferirmi in America con lui.
Povero. Mi fece tenerezza quel giorno, davvero: cosi' immenso e dolce,
erculeo e fragile. In splendido contrasto.

Naturalmente rifiutai.
Non potevo fare altrimenti.
Lo portai invece in un vecchio cascinale cadente e li mi spogliai per
lui. Completamente, come sapevo piacergli. Lasciai che mi sfiorasse
piano con le dita, che mi godesse con gli occhi e con l'olfatto, come un
animale selvatico, come gli avevo visto fare tante volte. Lasciai che mi
accarezzasse piano, che col fiato mi scaldasse e allo stesso tempo mi
facesse venire i brividi.
Lasciai che mi esplorasse, che mi scopasse, che bevesse i miei umori e
mi spalmasse il petto con i suoi. Gli regalai una passione che mai avevo
dato a nessun altro, e lo feci godere talmente tante volte che alla fine
crollo' sfinito e felice.

Poco prima che si rivestisse, pero', mi si presento' l'occasione che
tanto avevo atteso: Spike si volto' verso un muro per orinare ed io, col
cuore che martellava come una batteria contraerea, ne approfittai per
rubare tutta la buonuscita elargitagli dall'esercito americano. Era un
bel rotolino di soldi e lo nascosi tra la camicia e la gonna. Dio... le
mani mi tremavano, sentivo la testa vuota e ero talmente terrorizzata
dall'idea che lui si accorgesse del furto da sentirmi come ubriaca.

Un secondo dopo Spike si volto' e fece per prendere il denaro per
pagarmi. Allora mi sentii perduta, reagii d'istinto e lo bloccai << No
Spike, no... questa volta non voglio nulla da te. Questa volta l'ho
fatto per amore >>, mentii.
<< Oh, Claudia >> mormoro' lui commosso << Allora non lasciare che torni
da solo negli States. Vieni via con me, ti prego! >> supplico', le mani
giunte e il busto leggermente piegato in avanti per guardarmi negli
occhi.

Lo fissai un attimo e tanto basto' perche' mi perdessi in due universi
gemelli color nocciola scuro.
Restai semplicemente immobile, imprigionata in uno sguardo tenerissimo e
reso umido da un sentimento grande che gioiva per l'illusione d'esser
corrisposto.

In quell'istante qualcosa mi prese dentro e stavo quasi per dirgli di
si, stavo per buttargli le braccia al collo, per confessargli ogni cosa,
per chiedergli di perdonarmi e di portarmi via con se.
Per un momento, temo di essermi sentita addirittura felice... ma non ne
sono sicura.

Poi avvertii di nuovo quel crampo allo stomaco, istintivamente portai le
mani al ventre e con le dita sfiorai il rotolino di denaro.
Allora l'attimo di follia scomparve, portando con se tutte le sue
terribili emozioni.

Immediatamente tornai padrona di me stessa e seppi con certezza cio' che
dovevo fare: lo abbracciai forte, baciai quelle splendide labbra grosse
e tumide che sapevano ancora di me. Le premetti con tale passione che,
separandoci, schioccarono un saluto umido e sensuale << Addio, Spike >>
dissi, sprofondando i miei occhi blu notte nel suo sguardo nero ed
innamorato.
Poi gli sorrisi un ultima volta, mi girai e me ne andai.

M'incamminai verso il paese con calma, senza fretta. Schiena dritta e
andatura regolare.
Dopo un centinaio di metri, un po' alla volta, iniziai ad aumentare
involontariamente il passo. Da principio avanzai solo un po' piu'
spedita, poi via via sempre piu' veloce fino a che mi misi veramente a
correte ed arrivai a casa senza fiato.

Spalancai la porta e mi precipitai nella camera che dividevo con Sabina
e la sua piccola: stavo cosi' male che mi sentivo esplodere.
Mi rannicchiai nell'angolo piu' buio della stanza, quello a tramontana,
e li finalmente scoppiai a piangere.

Avevo pianto tanto negli ultimi mesi. Per la fame, per la disperazione,
per le umiliazioni e la vergogna, ma non mi ero mai sentita a quel modo.
Perche' in fondo mi ero prostituita, certo, avevo soffocato ogni
dignita' e perso per sempre ogni briciolo d'onore, ma fino ad allora non
avevo mai derubato nessuno, ne' tradito una persona, a prescindere dal
fatto che mi volesse bene o meno.

Non mi preoccupava tanto l'aver trasgredito ad un comandamento, perche'
ormai avevo deciso che l'uomo e' solo nel creato e che se esiste un Dio,
questi doveva vergognarsi piu' di me data la sua presunta onnipotenza.
No, non era certo la dannazione dell'anima ad affliggermi, ma il baratro
d'infamia nel quale io stessa mi ero calata. Rubando, infatti, mi
sembrava quasi di essere scesa al medesimo livello di quei luridi e
prepotenti bastardi che avevano terrorizzato il paese e malmenato papa',
che avevano sottratto tutto il cibo alla mia famiglia condannandola alla
fame e che, di conseguenza, erano la causa prima della mia condizione.

Oltretutto come vittima avevo scelto proprio Spike, che alla fin fine
era un buon sabadone, ingenuo e un po' invornito. Senza dubbio mi
dispiaceva anche per lui, perche' ero riuscita a deluderlo, a rubargli
il cuore facendogli bere in cambio il gusto amaro del tradimento e
dell'inganno.

Non che l'abbia mai amato, intendiamoci, perche' in fondo Spike era un
puttaniere come tutti gli altri... solo che col tempo mi ero abituata a
lui, avevo imparato a vedere la persona che si nascondeva sotto quella
massa di carne e di muscoli, sotto la sua pelle nera di pece e glabra
come quella di un bimbo.

Era un uomo buono, ma non posso averlo amato.
E' fuori discussione, suvvia.
Fu il mio gesto orribile a farmi soffrire in quel modo, non un
sentimento impossibile per un negro.
Si, perche' se fosse stato amore me ne sarei accorta, non e' vero?

<< Cos'hai zia? Perche' piangi? >> squillo' improvvisa una vocina
soffice come un raggio di luce.
Porca miseria, non mi ero accorta che nella stanza ci fosse anche Anna,
la bimba di Sabina!
<< Nulla, Anna, la zia e' solo tanto triste >>
<< E perche' sei triste, zia? >>
<< Perche'... oh, Anna, abbraccia la zia, ti prego >> la piccola mi si
getto' addosso come un cagnolino festoso e dimentico' all'istante la
domanda << Si, cosi' Anna. Stretta stretta. La zia ti vuole tanto bene,
sai? Tanto quanto il sole, la terra e la luna insieme. Tanto quanto tu
ne vuoi a Camilla, la bambola di stoppa >>
<< Impossibile >> sbotto' lei serissima << Io Camilla la amo! >>
Con quelle parole Anna riusci' a strapparmi un sorriso. Forse era
l'unica che potesse farlo, dato lo stato in cui ero: soffocata dal
magone, gli occhi offuscati da una cataratta di lacrime e la gola
rivestita di carta vetrata. In quel momento mi facevo schifo da sola,
ecco. Assolutamente schifo.

<< C'e' la mamma in casa, Anna? >>
La piccola annui' con solennita'.
<< Me la vai a chiamare, per favore? >> le chiesi.
<< Certo, zia >> e subito scomparve dalla stanza, veloce come una
schioppettata.

Poco dopo arrivo' Sabina e le basto' uno sguardo per intuire che era
successo qualcosa di grave.
Si inginocchio' vicino a me, laggiu' nell'angolo buio di tramontana, e
senza dire una parola mi abbraccio' stringendomi come una mamma o una
sorella maggiore.
Io nascosi la testa nell'incavo della sua spalla, mi feci scudo coi suoi
lunghi capelli color del miele e finalmente piansi, piansi, piansi, fino
a quando non ebbi buttato fuori tutta la tensione nervosa e non mi
resto' dentro altro che il dolore.

<< Sabina, io devo andare >> dissi, quando sentii di poterlo fare senza
patetici singhiozzi.
<< Dove? >>
<< Via. Via per sempre.
Lontano dall'Italia, lontano da coloro a cui voglio bene, lontano da me
stessa.
Via, in un posto nuovo dove non vi sia nessuno da dimenticare o che
possa dimenticarsi di me. Un posto dove io non sia semplicemente mai
esistita. >> Trassi un respiro profondo e continuai << Ormai lo posso
fare, Sabina: Luigi si e' ripreso e puo' badare a mamma e papa'. Io...
io non ce la faccio piu' e non basterebbe smettere, perche' mi portero'
sempre appresso la vergogna, lo schifo di essere cio' che sono >>

<< Sei solo una poveraccia, Claudia, come lo sono io >> mormoro' lei per
consolarmi.
<< No. Non voglio essere nemmeno questo. Ho messo via del denaro e
oggi... oggi ho derubato Spike di tutto cio' che aveva. Questo e'
diventata Claudia B. e io non voglio piu' essere lei, voglio che Claudia
B. scompaia per sempre. Voglio che muoia >>

<< Cosa dici, sei impazzita? >> esclamo' Sabina scuotendomi le spalle
con apprensione.
<< Forse si. Non lo so e non mi importa. >> replicai divincolandomi <<
Comunque non temere, non avrei mai il fegato di uccidermi. Voglio solo
sparire, sparire per sempre, e voglio che tu mi aiuti >>
<< In che modo? >>
<< Fingendo che io sia morta per davvero, ora ti spiego... >>

Ci mettemmo tutto il pomeriggio ad organizzare "l'incidente" e il giorno
dopo lo mettemmo in atto: Sabina trovo' una bomba d'aereo inesplosa (ce
n'erano talmente tante vicino alla ferrovia), poi confeziono' un fagotto
avvolgendo della carne di maiale in un mio vecchio abito, deposito' il
tutto accanto all'ordigno ed infine convinse un soldato americano a
farlo brillare a fucilate.
Dopo non le resto' altro da fare che correre a casa in lacrime e
annunciare la tragedia ai miei genitori.

A quell'ora io ero gia' su un treno diretto a Genova.
Indossavo i miei indumenti migliori, avevo una valigia di cartone, poche
cianfrusaglie e tutto il denaro che ero riuscita a racimolare tranne
quello che avevo lasciato a Sabina come regalo d'addio.
Pochi giorni dopo mi imbarcai sul Tetis, un piroscafo diretto in
Argentina.

Via, lontano per sempre dall'Italia.
Via, lontano dalla famiglia e dal passato.
Via, via, via dalla vergogna.
Addio, Claudia B.

Rinunciavo consciamente a tutto, moriva il mio passato e con esso morivo
anch'io. Era il prezzo da pagare per rinascere pulita, pura, senza
radici e in un mondo nuovo come me.

Il viaggio duro' quasi un mese e fu un inferno: dal momento che sono
nata e vissuta sulla terraferma, infatti, ho sofferto il mare per tutto
il tempo. Avevo sempre la nausea e non facevo altro che vomitare, anche
quando non c'era piu' nulla che potesse uscirmi dal corpo.

E piangevo, oh si, piangevo, perche' quando un legame si spezza si
versano lacrime di sangue.
Piangevo la separazione dai miei cari: dalla mamma, dal babbo e da Luigi
che insieme ad Anna e Sabina sono le uniche persone alle quali abbia mai
voluto bene.
Stavo male dentro e fuori, certo, ma preferivo non rivedere mai piu' i
miei genitori piuttosto che sopportare il loro sguardo e la loro
commiserazione una volta che la verita' fosse venuta a galla. In fondo
era il primo passo per ricominciare da zero: essere soli, ma proprio per
questo piu' forti che mai.

A Buenos Aires non ho avuto difficolta' ad ambientarmi: qui c'e' una
comunita' italiana fiorente e numerosa, ben felice di dar lavoro ad una
compatriota preferendola a concittadini o ad altri immigrati.

Oggi, infatti, dopo una settimana esatta dal mio arrivo, gia' lavoro
come sarta. Lo faccio bene e il salario e' piu' che dignitoso.

Adesso mi chiamo Renata Alba e mi sembra davvero di essere riuscita a
nascere una seconda volta, a cancellare le miserie di una Claudia B. che
ho ripudiato: finalmente sono serena perche' il passato e' morto con lei
e qui non c'e' piu' nulla che mi possa legare ad esso.
Nulla.

Solo una cosa mi fa specie: pur essendo sbarcata dalla Tetis parecchi
giorni fa, soffro ancora di mal di mare. Ho la nausea e vomito piu' di
una volta al giorno.
E' strano che lo scombussolio del viaggio duri cosi' a lungo e non
capisco perche' ci stia mettendo piu' degli altri ad ambientarmi...
Chissa', forse sono fatta male o forse e' tutta una questione di testa,
collegata in qualche modo al mio sollievo.
In fondo non m'importa cosa sia: ancora qualche giorno e sicuramente
anche questo malessere passera'.
Deve passare e allora... oh, allora finalmente saro' libera.
Libera e felice.



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