Le prime due parti del racconto sono un remake di "Ogni
giovedì sera" di Agata (i cui racconti mi sono sempre
piaciuti moltissimo, slap slap), poi il racconto prosegue
per conto suo, il rusultato è 50% Agata+50% mio, ma non mi
andava di scimmiottare un racconto altrui, per cui ho
preferito rendere onore all'autrice in un racconto 2+2 mani
più che a 4 mani.
PENE D'AMOR PERDUTO
Parte 1
Guardo l'orologio e sono le 17:45 quando la porta del mio
ufficio si chiude dietro le spalle dell'ultimo cliente. Si
riapre immediatamente per far entrare la mia assistente.
- Ha telefonato il titolare della Rebaudo, chiede un
appuntamento con urgenza per questa sera alle 19, lo
confermo? -
Me lo chiede fermandosi davanti alla mia scrivania. La
guardo per un i-stante, senza parlare, poi, con una gelida
nota nelle mie parole, le chiedo.
- Da quanto tempo è che è in questo ufficio, dottoressa
Samanna? -
- Quattro mesi, perché? -
Mi chiede guardandomi intimidita.
- Perché dovrebbe ormai sapere benissimo che non deve
"assolutamen-te" prendere appuntamenti prima d'essersi
consultata con me. Inoltre dovrebbe sapere perfettamente che
il venerdì esco "tassativamente" alle 18 ed oggi, mi pare, è
venerdì o sbaglio? -
Il tono della mia voce sferza più di un vento ghiacciato,
mentre sul volto della mia giovane assistente compare
un'espressione mortificata.
- Mi scusi avvocato, non succederà più. Chiamerò il dottor
Rebaudo e provvederò subito... -
Balbetta confusamente, indietreggiando verso la porta.
Rimango sola, il pensiero dello screzio ormai completamente
sepolto nella mia mente, cancellato dal senso di aspettativa
che mi accompagna ogni giovedì sera. Consulto il mio
orologio da polso, sono le 18:00, un quarto d'ora è volato
via così stupidamente.
Mi alzo dalla scrivania, raccolgo alcune carte che infilo
nella mia vali-getta. Sono pronta. Un rapido saluto alla
segretaria ed esco.
Finalmente sono in auto. M'infilo nel traffico caotico di
Sanremo, la mente ormai proiettata alla serata che
m'aspetta.
Sono ferma al semaforo di Piazza Colombo e con le dita
tamburello ner-vosamente sul volante, sono impaziente, molto
impaziente.
Nello specchietto retrovisore intravedo i miei occhi, i
denti che mordic-chiano nervosamente le labbra, le dita che
tormentano il girocollo d'oro. Ogni cellula del mio corpo
nuota in un mare d'attesa, d'eccitante impa-zienza. "Idiota
muoviti!" sibilo dentro di me, rivolgendomi all'autista che
mi precede.
Sono sulla corsia sbagliata e quando scatta il verde, sterzo
e tagliando la strada all'auto che mi stava in fianco
rientro nella corsia giusta inseguita da un coro indignato
di clacson.
Non m'interessa, non posso aspettare, ho un appuntamento al
quale non permetto a me stessa di arrivare in ritardo.
Con uno stridore di gomme entro nella via dove abito, la
mano che fre-neticamente cerca il telecomando del cancello
automatico. Entro, spengo il motore, scendo dall'auto. Casa
mia mi accoglie in silenzio, nell'aria il profumo dei fiori
che la donna delle pulizie raccoglie ogni giorno nel mio
giardino.
Accendo la luce, poso la valigetta sul mobile dell'ingresso.
Ogni oggetto della mia casa parla di una persona di
successo, pezzi d'arredamento scelti con cura ed attenzione,
ogni particolare sistemato con precisione. Entro nel bagno e
apro il rubinetto per riempire la vasca e , prima
d'andarmene, vi getto una manciata di sali da bagno, quindi
mi dirigo verso la stanza da letto, slacciandomi la giacca
del raffinato tailleur che ho indossato oggi, scalcio le
scarpe nere in un angolo, mi sfilo la cami-cetta di seta
bianca. Apro il cassetto della biancheria intima e
m'immobilizzo un attimo a pensare.
Il completo rosso di pizzo? No, troppo sfacciato. Quello
nero di raso? Dai, fa troppo boudoire di fine secolo. Ecco
le mie mani accarezzano quello che stasera mi serve.
Nella vasca l'acqua scorre, dal suo calore sprigiona un
intenso profumo, mi dà quasi alla testa. Sono immersa in
questo liquido inebriante, ap-poggio la testa al bordo della
conca, cercando di calmare i battiti freneti-ci del mio
cuore. Ogni istante che passa l'eccitazione per la serata
che m'aspetta imbeve ogni mia cellula, il desiderio mi fa
girare la testa. So-no davanti allo specchio, scruto il mio
corpo in cerca d'ogni minima im-perfezione, mentre con un
morbido asciugamano mi tampono la pelle.
La mia pelle è bianchissima, sembra quasi che una luce
s'intraveda al-l'interno, le uniche macchie di colore sono i
capezzoli, scuri, marcati con l'areola grande sui seni
larghi e il pelo del pube, biondo cenere come i capelli.
M'infilo un paio di calze nere, con un alto bordo di pizzo,
le si-stemo accuratamente sulle cosce, le liscio
attentamente. Il reggiseno è uno splendido balconcino grigio
perla, i bordi di delicato pizzo nero, come le mutandine,
sgambate quel tanto che basta per delineare i miei glutei.
Mi guardo allo specchio. Sì, direi che sono veramente il
massimo stasera.
Ammiro ancora un po' il mio fisico in perfetta forma, in un
anno ho peso più di dieci chili e non ho nemmeno una
smagliatura. I glutei del mio se-dere sono tornati sodi, il
mio seno è nuovamente tonico e il mio ventre è piatto come
non lo era stato prima in tutta la mia vita. La palestra e
l'estetista sono stati soldi e tempo che ho speso bene,
penso.
Un trucco leggero, raffinato. Alcune gocce di profumo tra i
seni e dietro i lobi delle orecchie. I capelli, lisciati
accuratamente da alcuni colpi di spazzola sono una cascata
biondo cenere sulle mie spalle. Sono quasi pronta. Vado in
bagno e infilo le lenti a contatto colorate, che rendono i
miei occhi nocciola verdi. Torno nella mia camera da letto,
accendo la lampada sul comodino, una luce soffusa crea ombre
sulle pareti. Mi stendo sul letto, il cuore e i sensi in
tumulto. Non ho il mio Rolex al pol-so, ma non ho bisogno di
guardare che ore sono, il mio corpo sa che è quasi l'ora che
ha atteso tutto il giorno.
Come ogni venerdì sera d'ogni settimana, prendo in mano la
cornetta del telefono e compongo la solita combinazione
"magica".
Un tremito leggero fa fremere le mie dita mentre attendo
alla cornetta del cordless.
- Pronto... -
Mormoro, cercando d'essere sensuale.
- Ciao, sono io. -
La sua voce.
L'ho desiderata tutti i giorni di questa settimana,
trattenendomi dal cer-carla.
- Ciao, sapevo che eri tu, ti ho riconosciuto, cosa credi. -
Rispondo, allungandomi meglio sul letto.
- Dove sei? -
Mi chiede.
Gli rispondo, anche se probabilmente lo sa, perché il
display gli ha sicu-ramente mostrato il numero della
chiamata.
- A casa, tu? -
- Sono quasi arrivato, a Montecarlo c'era traffico questa
sera. Non ti preoccupare, sto utilizzando il viva-voce, lo
sai che non mi piace correre rischi. -
Gli chiedo ingenuamente, ma so di essere maliziosa.
- Hai avuto una dura giornata di lavoro? -
- No, una giornata come tante, poi lo sai che il venerdì mi
conservo sempre per te. -
Mi risponde lui.
- Non prendermi in giro, dirai così a tutte le tue clienti.
-
- Fare il gigolo e come fare il prete, non è una professione
è una voca-zione. Poi il nostro non è solo un rapporto
commerciale, solitamente so-no io ad esibirmi, non la
cliente. -
Sorrido e lui, probabilmente, dall'altro capo sta facendo lo
stesso, ne so-no sicura.
- Dove sei adesso? -
- Sono uscito dall'autostrada, tra poco sono sull'Aurelia.
Tu, invece, do-ve sei, sul letto? -
- Sì. -
- Sei ancora vestita? -
- No, lo sai che mi metto sempre in libertà per te. -
- Sarai una meraviglia, immagino. Non vedo l'ora di poterti
toccare. -
Chiudo gli occhi e mi sfioro il braccio che regge la
cornetta.
- Ti stai sfiorando? -
Mi chiede, probabilmente mi ha sentito gemere per quella
piacevole sen-sazione d'auto-erotismo che mi sono prodotta,
immaginandomi già con lui.
- Sì, pensando a te, dove sei adesso? -
- Ho imboccato il tuo viale, tra poco sarò in vista del tuo
cancello. -
- Allora ti apro, ti aspetto nella mia stanza da letto. -
- Non vedo l'ora d'esserci, già t'immagino. -
Vado ad aprire cancello e portone, quindi torno nella stanza
da letto.
Non resisto a questi ultimi istanti d'attesa, strofino le
cosce e lascio che il tessuto delle mie mutandine faccia il
resto.
Sento il portone di casa chiudersi e dei passi avvicinarsi.
Parte 2
Fisso con ansia la cornice della porta, come fosse lo
schermo di un tele-visore durante la proiezione di un
thriller.
Continuo a strusciare nervosamente le mie cosce, agitata e
fremente co-me ogni venerdì sera.
Lui, finalmente, compare.
Capelli brizzolati, un fisico prestante, che da vestito non
gli rende meri-to. Due occhi cangianti, quella sera verdi.
Un naso leggermente irregola-re, particolare che in un uomo
ho sempre apprezzato e un pizzetto a con-tornare due labbra
sottili.
- Fatti vedere, avanti. -
Mi sollecita.
Lentamente mi alzo dal letto, mi avvicino a lui.
Passando davanti alla finestra, con la mano, tiro i cordoni
delle tende, che si chiudono, facendo sparire le finestre
illuminate del palazzo accan-to.
- Sei splendida. Girati, fatti vedere dietro. -
Mi volto per permettergli di vedere i miei glutei,
bianchissimi sporgere dal pizzo delicato delle mutandine.
- I tuoi glutei sono una meraviglia, vorrei morderli. -
La sua voce è alterata, resa leggermente roca dal desiderio.
- Cosa vuoi che faccia per te, dimmelo. -
Gli chiedo.
- Siediti sul letto, di fronte a me. -
Mi siedo all'estremità del letto, in attesa.
- Accarezzati il seno. -
Dice.
Con la mano libera inizio ad accarezzarmi lentamente il
collo, scenden-do ogni volta. un po' più giù.
Un dito segue il solco tra i due seni, mentre socchiudo gli
occhi.
Percorro il bordo del reggiseno, accarezzando dolcemente la
pelle soffi-ce e liscia, le dita che lasciano una scia di
brividi.
Lentamente con la punta dell'unghia inizio a scostare il
leggero tessuto che ricopre il seno, mentre sento il suo
respiro accarezzarmi l'orecchio.
- Slaccialo, voglio vederti. -
Con la mano libera sgancio il fermaglio del reggiseno, che
libera i miei seni, li lascia esposti al suo sguardo.
La sua mano mi sfiora.
- Sono così belli, morbidi. Vorrei affondarci il viso. -
Mormora con voce rotta.
Con il palmo aperto inizio ad accarezzarmi i seni, passo da
uno all'altro, senza interrompermi.
- Nulla te lo impedisce. -
Sento la traccia bollente lasciata dal suo sguardo che segue
il percorso della mia mano.
Con un unghia mi sfioro un capezzolo, un brivido leggero mi
scuote mentre lo pizzico con le dita. Subito, lui si erge,
imperioso, viene incon-tro alle mie dita.
- Sai cosa voglio che fai ora, vero? -
Chiede in un sussurro quasi impercettibile, mentre si pone
dietro di me e mi bacia sul collo.
Raccolgo nella mano un seno, che lo riempie, lo spingo verso
la mia bocca. Ho il seno grande, posso farlo anche da sola.
Con la lingua do al-cuni tocchi leggeri al capezzolo, lo
stringo delicatamente tra i denti, poi un po' più forte.
Questo mio gesto lo riempie sempre d'eccitazione, lo sento
dal cambiamento del ritmo del suo respiro, che ora è più
accelera-to, quasi frenetico.
Qualcosa di caldo, rigido e duro, preme ora tra le mie
natiche, mentre lui mi dice.
- Continua su, morditi più forte. -
Io obbedisco, mordo più forte, un brivido di piacere
doloroso mi percor-re, mentre i denti tormentano il
capezzolo più a fondo.
- Spogliati tutta adesso. Fammi vedere tutto. -
Mi alzo in piedi, sfilo le mutandine, resto così nuda, solo
con le calze ne-re che delineano le mie cosce bianche, la
pennellata di pelo biondo sul pube.
Vorrei accarezzarmi, ma aspetto.
Aspetto che lui si riempia della vista del mio corpo, che ne
percorra con lo sguardo ogni curva, ogni parte, ogni fibra,
seguendo la sua mano che mi sfiora piacevolmente, facendo
girare verso di lui.
Il suo gemito d'eccitazione mi da il via, so che è pronto.
Con la mano indugio ancora sul seno, qualche istante. Poi
scendo lenta-mente giù, le dita che tracciano ghirigori sul
ventre, accarezzandomi piano. Incontro i peli del pube, ci
giocherello, li rigiro tra le dita.
- Stenditi. Fammi vedere la tua fica meravigliosa aperta,
tutta protesa verso di me. -
Mi siedo sul letto, lentamente m'appoggio indietro,
rimanendo così, con le cosce aperte. Con le dita la tengo
aperta, le grandi labbra, umide, deli-neano la clitoride,
che emerge gonfia di desiderio.
Nella mia mente sono le sue dita, le sue mani quelle che mi
toccano, che mi accarezzano, che tormentano la mia
clitoride, che s'infilano nella fes-sura per poi ritrarsi.
Lui lo sa e il suo sguardo mentre faccio questo mi eccita,
lo sento brucia-re su dentro di me.
- Dai, continua. -
Mi sprona la sua voce calda e profonda.
Con un dito inizio a penetrarmi, lentamente, lo faccio
entrare ed uscire, poi un altro e un altro ancora.
Sono bagnata, sento i miei caldi umori che lasciano
scivolare le dita sempre più in fondo. Le mie falangi e il
suo sguardo si fondono, sono una sola cosa che mi da un
piacere immenso, senza limiti.
Tiro fuori le dita e le faccio scivolare dietro. Torno su le
rinfilo dentro con un colpo deciso, mentre un gemito
d'eccitazione mi sfugge dalle labbra.
- Sono io che ti sto penetrando, vero? -
Mi chiede, dandomi un bacio sulla spalla.
- Sì, sento che sei tu. -
Mormoro, mentre continuo a muovere le dita dentro di me,
seguendo il ritmo creato dalla mia eccitazione. Appoggio i
piedi al bordo del letto, espongo al suo sguardo il mio
buchetto, lui sa cosa sto per fare, voglio eccitarlo ancora
di più.
Con le dita bagnate dai miei umori inizio a giocherellare
con l'ano, lo di-lato leggermente, lo penetro per poi
ritrarmi.
- Inculati, dai! -
Entro, un dito, un altro e un altro ancora. E' stretto.
Sento che le dita fa-ticano ad entrare a fondo, spingo di
più. Mi volto con lo sguardo verso lo specchio che mi
restituisce l'immagine di me con le cosce aperte, le dita
che mi penetrano a fondo, mentre mi muovo scopando con la
mia mano.
In quello specchio mi vedo con il suo sguardo e lo vedo che
si sta ma-sturbando, immaginando di essere lui ad incularmi,
a farmi male.
- Mettiti in ginocchio, fammi vedere come t'inculi! -
Mi ordina, ansimando.
Mi metto a carponi sul letto, mostrandogli il culo,
continuando a pene-trarmi.
Sento chiaramente i suoi gemiti, lo immagino mentre aumenta
il ritmo della sua mano, sincronizzandolo con le mie dita
che continuano ad en-trare sempre più a fondo nel mio
buchetto.
Ormai sono sull'orlo di un orgasmo profondo, lo sento dalle
contrazioni che vengono incontro alle mie dita. Eccolo,
arriva, lo sento che nasce e cresce dentro di me,
un'eccitazione profondissima, calda, senza limiti.
Affondo il viso sul cuscino, sento i suoi mugolii, i suoi
gemiti di godi-mento.
- Sei splendida, adoro il tuo culo. -
Mi sussurra.
Sento i muscoli che si contraggono ancora intorno alle mie
dita, gli ulti-mi sussulti dell'orgasmo.
L'eccitazione si placa dentro di me, mentre il respiro
ritorna lento.
Mi alzo, mi avvicino a lui e, accarezzandogli delicatamente
il pene in e-rezione che gli esce dalla patta dei pantaloni,
gli bisbiglio in un orecchio.
- Ti è piaciuto? -
Mi sorride.
- Sei meravigliosa come al solito. Tu mi vizi. -
Parte 3 (comincia il "mio" racconto)
Gli sfilo di dosso la giacca. Gli allento il nodo della
cravatta e gli apro la camicia, un bottone alla volta, senza
mai smetter di accarezzargli il pene tra un gesto e l'altro.
Lo lascio con la canottiera elasticizzata, che esalta il suo
fisico curato, i pettorali ampi e le larghe spalle.
Mi inginocchio davanti a lui, per baciare la fessura del
glande e colpirla con alcuni piccoli colpi della punta della
mia lingua.
Lui serra le labbra e socchiude gli occhi.
Il suo pene, tra le mie mani è eccezionalmente duro, carico
di tutta l'eccitazione che gli ho trasmesso.
Lo assaggio per tutta la sua lunghezza, una, due, tre volte,
prima di slac-ciare il bottone dei pantaloni, lasciandoli
sfilare a terra.
Mi rialzo, gli giro intorno, accarezzandogli il ventre e il
petto, godendo-mi il suo ansimare.
- Mi desideri, vero? -
Mi mormora.
- Sì, non hai idea quanto. -
Da dietro le spalle infilo le mani all'interno delle sue
mutande e le ab-basso sotto la linea del seder,
massaggiandogli i glutei e baciandolo sul collo.
Mi piace stringere quei due muscoli sodi tra le mie mani.
Gli dico.
- Lo sai che hai un bel culo? -
- Sì, ma mai come il tuo, ho ancora voglia di mordertelo. -
Gli sfilo le mutande, gettandole da un lato. Gli giro per
tre volte intorno, sfiorandolo con il polpastrello del mio
indice, quindi mi stendo sul letto supina chiedendogli.
- Chi ti vieta di farlo? -
Anche lui mi raggiunge sul letto, le sue mani mi accarezzano
il sedere, quindi la sua bocca prima lo bacia e poi inizia a
mordere con delicatezza prima un gluteo poi l'altro, finché
la sua lingua non s'insinua nel solco tra i sue
soffermandosi un po' a coccolare l'ano.
- Sei ancora dilatata. -
Mi dice.
- Lo immagino. -
Gli rispondo lasciando trasparire cosa potrà accadere in
seguito.
La sua lingua scende. Io stringo le gambe per rendergli la
cosa più diffi-cile. Lui sta al gioco e con la sola lingua
forza una via d'entrata al mio sesso.
Io un po' alla volta mollo la presa e poi inizio a
divaricare le cosce, fino a sollevare il mio ventre.
Sento la sua lingua in me, le sue dita in me e questo mi
provoca un in-tenso orgasmo.
La sua lingua, partendo dalla mia clitoride percorre l'inera
fessura fino a morire nel mio ano e viceversa.
È stupendo.
- Continua. -
Lo incito, temendo si possa stancare, ma non è così.
- Sei meravigliosa come al solito. -
Gli dico per gratificarlo, mentre le sue dita continuano a
sfiorare le lab-bra e i tessuti interni.
Non resisto, mi giro sul letto e imbocco il suo pene.
Di lui mi piace il sapore, mi piace l'odore.
Per accontentarmi ha accorciato il pelo pubico e lo ha
rasato sul resto del corpo, lasciando solamente una striscia
di peluria che dall'attaccatura dell'asta va verso
l'ombelico proprio come gli avevo chiesto.
Notare la cosa mi da un certo piacere, perché m'induceva a
pensare d'essere in qualche modo "speciale".
Il suo mento premeva ora sul mio monte di Venere, mentre i
baffi solle-ticavano leggermente la mia clitoride. La cosa,
stimolando direttamente i miei recettori del piacere, mi
porta rapidamente all'orgasmo.
Mi sfilo da lui, per andarmi a sedere in corrispondenza
della testiera del letto. Lui mi raggiunge a gattoni.
Gli accarezzo la testa, passando le mie dita tra i suoi
folti capelli e lo porto così con il volto tra i miei seni.
- Non ci volevi affogare? -
Gli mormoro all'orecchio.
In quella posizione lui s'alterna a succhiare i miei
capezzoli, mentre io, oltre a godermi la vista del suo
stupendo sedere riflesso nello specchio, allungando una mano
posso masturbarlo.
La sensazione che provo sotto i polpastrelli è
particolarmente piacevole e mi consente di constatare lo
stato della sua erezione e, quindi, della sua eccitazione.
A volte serro le dita, per il solo gusto di saggiare la
reazione del suo pe-ne. L'idea d'essere io il motivo di
quella rigidità m'eccita sempre molto.
Socchiudo gli occhi e, con la mano libera comincio a
stimolarmi, infi-lando un paio di dita al mio interno e
premendo con il palmo contempo-raneamente sulla clitoride e
sul monte di venere.
Sto per giungere in prossimità dell'orgasmo, mi arresto e
decido d'oltrepassare la soglia stimolandomi direttamente
con lo strofinio del suo glande.
Gemo, lui si rende conto del mio orgasmo e strige
delicatamente il mio capezzolo tra i denti.
Io gli mordo il lobo dell'orecchio, mentre la mia mano lo
invita ad entra-re in me.
A questo punto lui prende l'iniziativa e mi penetra
lentamente, mentre le mie gambe, come le spire di un polipo,
si avvolgono intorno alla sua vi-ta.
Si muove in me roteando, quasi il suo pene fosse un mestolo.
La cosa m'infonde piacere, non mi porta all'orgasmo ma mi
mantiene continua-mente sulla soglia. Una sensazione
piacevolmente sgradevole.
Gli sussurro.
- Lo fai apposta. -
I peli del suo pube, tagliati in quel modo, come gli ho
chiesto, pungolano il mio clitoride e la pressione ad ogni
affondo sul mio monte di venere mi stimola ulteriormente.
Oltrepasso appena la soglia e arrivo ad un or-gasmo non
molto intenso, ma eccezionalmente prolungato, che
all'improvviso viene acuito dalla percezione del suo pulsare
dentro di me.
Lui si ferma, io lo stringo a me con le gambe.
Sento il suo cuore battere contro il mio torace e allo
stesso tempo battere dentro di me. L'emozione è intensa e mi
fa reclinare la testa all'indietro.
Lui ne approfitta per baciarmi il collo.
- Mi piace. Mi piace! -
Mormoro a denti stretti.
Apro gli occhi, che avevo socchiusi e vedo il suo volto che
mi sorride.
Gli dico.
- Sei una macchina da sesso! Nessuno mi fa godere come te.
Sono la tua troia. -
Non lo faccio per eccitarlo ed incitarlo, ma perché e
semplicemente ve-ro. Come con lui mi sento troia, in altre
parole libera, ogni venerdì sera, di godere e d'essere me
stessa.
- Tu sei meravigliosa, unica. -
Mi risponde lui, riprendendo a muoversi dentro di me.
Ogni tanto si sfila, lascia che il suo glande scorri lungo
la fessura, stri-sciando contro la mia clitoride, oppure lo
punta contro il mio sfintere, senza forzare, muovendosi
appena per massaggiare l'ano, inducendomi a chiedergli,
quasi supplicandolo, di entrare anche lì.
Solleva una gamba e la posa al torace, l'idea di cosa vuol
fare già mi ec-cita.
Mi allungo per quel che posso, per afferrarmi alle sue
natiche, mentre lui porta anche l'altra gamba sul proprio
torace.
Rimango un attimo a fissare i suoi pettorali, grossi e
gonfi, come il resto dei suoi muscoli sollecitati da questi
nostri giochi d'amore.
Lo chiamo a me, controllando la sua penetrazione e lo
arresto quando sento che tocca la cervice. Un brivido di
piacere percorre la mia schiena, annunciandomi l'orgasmo.
Rimango immobile e lascio le mie mani a fungere da
respingente. Ogni suo affondo in profondità mi regala un
or-gasmo e, nonostante la cosa sia enormemente piacevole,
credo d'impazzire, per cui gli devo urlare di fermarsi un
attimo, perché mi sembra di non farcela.
- Fermati, fermati! Non ce la faccio, non ce la faccio, così
è troppo. -
Parte 4
Ho il cuore in gola. Mi accorgo di aver gridato
all'improvviso come una matta. Cosa che non mi capita
spesso.
Mi sorride, libera le mie gambe, entrando in me e
costringendomi così a mordermi le labbra per non urlare
nuovamente, quindi accosta la sua bocca al mio orecchio per
sussurrarmi.
- È troppo cosa? -
Comincia a leccarmi e mordicchiarmi il lobo dell'orecchio.
- Lo fai apposta, probabilmente lo farai con tutte. È troppo
bello e inten-so. Mi manca il fiato, prendimi dietro. -
Lo sento uscire e anche questa frizione, acuita dal fatto
che continua a premermi il monte di venere, strofinando con
i peli il clitoride, mi co-stringe a serrare le labbra e
gemere.
Mi carezza i seni, lasciando che il glande si posi sullo
sfintere. Sono an-cora larga per la penetrazione che mi sono
inflitta da sola con la mano e lui entra facilmente.
Abbandona con le mani i miei seni, per afferrarmi le
caviglie. Ancora una volta allungo le mie mani per guidarlo
nell'affondo.
Lo sento invadere le mie carni e lo sento particolarmente
grosso ogni volta che per la prima volta entra nei miei
intestini. Lo costringo a fer-marsi ed arretrare. Quindi
alla successiva penetrazione arretro legger-mente le mie
mani, fin a quando il contatto con i suoi testicoli mi dice
che posso anche fare a meno di indicargli fino a che punto
mi può pene-trare.
Il mio cuore ricomincia a battere forte, mentre lui si piega
e si dedica contemporaneamente ai miei capezzoli. Nuovamente
mi preme anche il monte di Venere e si strofina con i peli
sulla mia clitoride.
Le tempie mi martellano, spalanco la bocca e urlo. Non
m'importa se il vicinato sente e non m'importa cosa possano
pensare di me. Di sicuro sapranno che non sono una donna
frigida e sessualmente insoddisfatta.
Nella mia mente nasce il mio sogno proibito, l'unica cosa
che ancora mi nego. Vorrei vederlo mentre fa godere così
un'altra donna. Lo vorrei ve-dere in azione, mentre mi
guarda fisso negli occhi, come se lo stesse fa-cendo con me.
Urlo di nuovo di nuovo.
Le lenti a contatto mi pungono e i miei occhi lacrimano.
Sarebbe bello chiamarlo per nome, baciarlo, ma le regole del
gioco non lo prevedono, per cui con tono supplichevole gli
dico.
- Fermati, non ce la faccio, questa sera sei incredibile,
cosa hai preso il Viagra? -
Mi sorride, s'avvicina nuovamente a me e per farlo mi
penetra fino in fondo, facendomi gemere a labbra serrate,
quindi mi mormora.
- Sei tu il mio Viagra. -
Non resta fermo, ondeggia, facendomi mugolare di piacere,
finché non urlo di nuovo.
- Una tregua, ti prego, lascia che te lo succhi, ma tu non
toccarmi, non sfiorarmi, stasera sono troppo sensibile. -
Mi piace succhiarglielo, anche se non riesco a portarlo
all'orgasmo. A-spetto che l'erezione gli venga un po' meno e
gli bacio il torace, scen-dendo lentamente verso l'ombelico.
Faccio uscire la punta della lingua e percorro quel
tappetino di peli corti che ho rinominato l'autostrada
dell'amore.
Afferro la sua fantastica asta tra le mani e ne saggio la
durezza, soddi-sfatta constato che la sua eccitazione è
notevolmente diminuita.
Lecco il glande come fosse la pallina di un cono gelato e
descrivo un movimento a spirale che fa avvicinare sempre più
la mia bocca al rigon-fiamento mucoso di quell'asta.
Il suo gusto è forte. Sa di me. Invece di disturbarmi la
cosa mi eccita.
Comincio a percorrere l'asta avanti e indietro, sempre più
in profondità, trattenendo i conati di vomito e i rigurgiti.
Ho la bocca completamente spalancata e lo sento premere con
forza sul mio palato e sulla lingua, mentre il glande ormai
tocca in fondo alla mia gola. La cosa lo eccita, lo sento
aumentare di volume dentro la mia boc-ca, ormai incapace di
contarlo.
Sono eccitata, vorrei toccarmi, ma non posso.
Comincia il nostro "gioco dello yo-yo" come lo chiamo io.
Afferro sal-damente con una mano la parte dell'asta che non
ha trovato spazio nella mia cavità orale e con l'altra gli
accarezzo le palle.
Il tocco delle gonadi gonfie del suo sperma mi trasmette
sensazioni forti, come il desiderio forte che ho sempre
provato in questi momenti di rice-vere quel liquido caldo
direttamente in gola. Provo a muovermi, ma ora le sue
dimensioni sono tali da strusciare sui miei denti. Questa
sensazio-ne gli fa perdere lo stato d'erezione, ma il mio
lavorio gliela fa riguada-gnare, così lo sento gonfiarsi e
sgonfiarsi all'interno della bocca. Un pia-cere che non
posso descrivere.
Sento che i miei tessuti interni si sono rilassati, per cui
salgo su di lui e lo introduco dentro di me. Lui sale ad
abbracciarmi e io mi stringo a lui.
Respiro a stento, perché dopo queste pause,il rilassamento
dei miei tes-suti mi permette di avvertire maggiormente le
sue dimensioni aumentare dentro di me, fino ad invadermi
completamente.
Dondolo su di lui e gemo sommessamente travolta
dall'orgasmo.
Mi fermo, per riprendere forza e comincio a cavalcarlo,
mentre lui si de-dica nuovamente ai miei seni con le mani e
ai miei capezzoli con la boc-ca e la lingua.
Urlo e urlo ancora, fino ad accasciarmi sul suo torace
esausta.
Mi sfilo e mi metto di lato, lasciando che lui mi abbracci,
cingendomi al-la vita e penetrandomi nuovamente da dietro.
Il mio cuore batte forte, anche il suo.
Lo sento entrare e uscire da me.
- Ma non ti fermi mai? -
Gli dico sommessamente.
- Quando sono con te no. -
- Ma non sei stanco? -
- Perché non ti sta piacendo? Mi fermo.se vuoi. -
Sorrido, anche se so che non mi può vedere.
- No, non ti azzardare! -
Mi penetra lentamente, fino a quando non mi sente gemere di
nuovo, quindi aumenta il ritmo, inseguendo il numero dei
miei gemiti.
L'inseguimento si conclude nell'attimo in cui il mio urlo si
fonde al suo.
Le mie pupille si rivoltano all'indietro mentre mi sento
invadere dal suo seme.
- Resta in me, lascia che si sfili da solo, perdendo
l'erezione. -
Gli chiedo, mentre stringo le cosce per conservare tutto al
mio interno.
Rimaniamo così, finalmente immobili. Solo i nostri affannosi
respiri che diventano sempre più regolari a farci compagnia.
- Io mi muoverei-- -
Mi dice dolcemente lui. Io annuisco e allargo leggermente le
gambe, permettendogli d'intrufolare la sua lingua in me.
Chiudo gli occhi e mi riempio di quella sensazione.
È il momento del gran finale. Lui risale e mi porta il
sapore di quella se-rata racchiuso nella sua bocca, quindi
ci scambiamo quell'unico bacio, come vogliono le regole del
gioco.
Restiamo abbracciati, finche il sonno non ci raggiunge.
Dalla finestra un fascio di luce sugli occhi mi ferisce gli
occhi, dicendo-mi che è ora di svegliarmi. Lui è piegato
dall'altra parte e dorme ancora.
Mi alzo e l'unico pensiero che ho sulla mia vagina è: bruci,
brucia, brucia!
Le gambe mi fanno male e sono colte da crampi, ma mi dirigo
verso i pantaloni del mio ospite.
Ne'estraggo un portafogli, quindi mi dirigo nel mio
studiolo, dove si cela la mia cassaforte.
Ne prendo dei soldi. Apro il portafoglio e li introduco
dentro. Resto un attimo a guardare una tasca di quel
portafoglio. Ne estraggo un oggetto che ben conosco. Una
foto di lui e di una donna: sua moglie.
La fisso e sussurro a me stessa.
- Com'ero differente con il colore naturale dei miei
capelli, gli occhi nocciola, venti chili in più e senza
interventi di chirurgia estetica. -
Ritorno nella stanza da letto. Ripongo il portafoglio nella
tasca dei pantaloni. Fisso la fede che io porto oramai alla
mano destra, quindi l'altra che lui s'ostina ancora a
portare alla mano destra e mormoro.
- Solo i tuo cazzo mi fa quest'effetto e pensare che non mi
credevi, quando ti dicevo che solo tu riuscivi a farmi
godere così! Sei meraviglioso come al solito, non mi sarei
mai immaginata il giorno che ti ho sposato, proprio oggi: 10
anni, che sarebbe finita così. -
Da cinque anni ero separata e per tre anni abbondanti ero
rimasta completamente sola, senza nemmeno il desiderio di un
uomo. Erano stati cinque anni da donna in carriera, cinque
anni in cui al mio successo avevano corrisposto gli
insuccessi del mio ex marito, ridottosi a fare il gigolo a
Montecarlo. A parte dei ritorni di fiamma, durante i primi
due anni della separazione, nessun altro m'aveva avuta e
solo da qualche mese mi concedevo questo dilettevole
"svago", ma come dice il saggio: in amore ciascuno dovrebbe
seguire soltanto la propria naturale inclinazione.
Mi distendo nuovamente al suo fianco, cerco il suo inguine e
accarezzo il pene del mio amor perduto.
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