L'appartamento in cui vivevo era situato al secondo piano
di un condominio in Via Efklias, al Pireo.
Mi ci ero trasferito cinque anni prima, dopo aver lasciato
la casa dei miei genitori ad Atene.
Avevo scelto il Pireo perchè mi piaceva sentire attorno a
me la frenetica attività di un porto di mare, il miscuglio
incredibile di razze e di persone che lo vivevano, quell'eterno
andirivieni di uomini e donne che partivano e che arrivavano.
Mi piaceva passeggiare nel caos indescrivibile delle sue vie,
sentire il suono penetrante delle sirene delle navi che entravano
o uscivano dal porto, annusare l'odore salmastro del mare
mischiato ai carburanti delle migliaia di auto e camion bloccati
in un perenne ingorgo, scrutare nelle tipiche taverne malfamate
che erano il dopolavoro di marinai e facchini.
Il porto del Pireo (Pireàs per noi greci) è l'ultima porta di uscita
dell'Europa verso l'Oriente, e la prima porta di entrata
dall'Oriente in Europa.
E' una caotica, pazzesca, isterica, ma meravigliosa zona di
confine fra due culture così diverse.
Lavoravo in banca ad Atene e la sera, prima di rientrare a
casa, mi immergevo passeggiando in quel disordine di
umanità accaldata ed indaffarata. Poi, nella quiete del mio
appartamento, tornavo ad essere quella persona solitaria e
silenziosa che fondamentalmente ero.
Il rapporto con la mia famiglia non era mai stato idilliaco.
Forse un vero rapporto non c'era mai stato. O forse, a causa
della malattia che avevo contratto da piccolo, mio padre e mia
madre avevano visto in me il figlio meno riuscito dei tre che
avevano, quello di cui andare meno fieri, quello che aveva
rappresentato più un fastidio che una gioia.
La poliomelite mi aveva lasciato una gamba più magra e più
debole dell'altra (la mia "gamba matta", così la chiamavo),
precludendomi tutte le varie attività sportive e ricreative che
un bambino prima e un ragazzo poi soleva fare: giocare e
correre con gli amici, tirare calci ad un pallone, ballare alle
feste con le ragazze.
Mio fratello e mia sorella, invece, belli e sani, erano la luce
degli occhi dei miei che a me, forse anche inconsciamente,
riservavano, il più delle volte, sguardi di pietà e compassione.
Sia quel che sia, il risultato di quegli anni era stato un uomo
insicuro e fragile, chiuso in se stesso e deluso dalla vita.
Mi piaceva la confusione della gente, il movimento caotico
nelle strade, ma osservavo tutto sempre con estremo
distacco, senza mai sentirmi veramente parte di quello che
mi circondava.
Avevo 34 anni e la mia vita andava avanti così, piatta come
il mare di agosto, con pochi amici veri, e con poche,
pochissime donne.
Già, le donne. Quello era stato un altro grande problema.
Parliamoci chiaro. Anche l'occhio vuole la sua parte, ed io
all'occhio femminile non è che abbia mai offerto un grande
spettacolo, con il mio fisico certo non atletico e la mia
andatura claudicante.
Avevo avuto una sola vera storia sentimentale importante.
Quella volta che mi ero innamorato, a 23 anni, avevo
creduto che la mia vita fosse sul punto di cambiare in modo
radicale.
Lei si chiamava Anna, una mia coetanea, studentessa di
filosofia all'università.
Ma tutti i castelli che mi ero fatto in testa crollarono miseramente
la sera in cui Anna mi comunicò che era confusa, che era
indecisa sul sentimento che provava per me, che un suo collega
di corso le faceva la corte e che, quindi, aveva bisogno di
tempo per pensare. Evidentemente la sua confusione era così
grande che immagino ci stia ancora pensando.
Dopo qualche patetico tentativo da parte mia di salvare i
cocci di quella relazione, Anna sparì, e non la vidi mai più.
Restai nuovamente solo, convinto sempre di più che uno
come me era destinato alla solitudine, e che, a questo
mondo, si nasca con un destino già segnato, scritto da una
mano invisibile che a noi non è data conoscere.
Quel mercoledì di fine ottobre andai allo stadio a vedere
una partita di coppa dell'Olympiakòs.
Il calcio era una mia grande passione. Andavo allo stadio
con alcuni colleghi della banca e queste uscite rappresentavano
l'unica parvenza di vita sociale che avevo.
Per evitare il caos dell'uscita, parcheggiavo la mia auto in una
strada piuttosto lontana dallo stadio. A dispetto della mia
"gamba matta", ero un discreto camminatore: anche se
lentamente, ho sempre camminato volentieri, con una notevole
resistenza alla fatica.
E quindi, anche quella sera, salutati i miei colleghi al termine
della partita, mi avviai tranquillamente verso la mia auto.
Mi trovavo lontano dallo stadio e, vista l'ora tarda della sera,
non vi erano molti passanti, quando, passando di fronte ad
un portone buio, sentii due voci discutere animatamente.
Voltai la testa e vidi un uomo urlare con fare minaccioso
verso una ragazza e poi colpirla con un sonoro ceffone.
Non ero mai stato un cuor di leone, ma in certi casi non si
può restare indifferenti a ciò che accade.
Mi avvicinai all'uomo che ancora imprecava e gli afferrai
il braccio che si era nuovamente alzato per colpire la donna.
Si voltò verso di me e, stravolto dall'ira, abbaiò:
" E tu che cazzo vuoi ? ".
" Ma non si vergogna a dare uno schiaf... ".
Il pugno mi arrivò diretto, sparato in piena faccia con una
forza terrificante; la "gamba matta" non resse il mio peso e,
sbilanciato, caddi all'indietro.
Il dolore mi accecava, ma ugualmente cercai di rialzarmi
per tentare di far ragionare quell'energumeno.
Ma lui se ne era già andato.
Accanto a me c'era la ragazza che mi guardava preoccupata.
" Si è fatto male ? Le sanguina uno zigomo " mi disse.
Presi il fazzoletto e mi tamponai la ferita.
" No, credo di no, a parte questo taglio " le risposi guardandola.
Era una ragazza minuta, sui 25 anni, un caschetto di capelli
neri, un viso perfetto e due occhi scur i e meravigliosi, anche se
pesantemente truccati.
" Ma cosa voleva quel tipo da lei ? ".
La ragazza mi guardò e, dopo un attimo di silenzio, rispose:
" A volte, i clienti cercano di fregarti sul prezzo o ti chiedono
prestazioni particolari. Se rifiuti, si infuriano e...e in qualche
caso fanno anche di peggio ".
Era una prostituta. Quella realtà mi colpì con forza, convinto
di avere assistito ad un litigio fra innamorati, ad una scena
di gelosia che aveva superato il livello di guardia.
Era, invece, una prostituta che veniva picchiata da un cliente
per chissà quale ragione.
" Grazie - mi disse ancora la donna - spero proprio che, a
parte il taglio sul viso, non si sia fatto altro. Grazie ".
La seguii con lo sguardo allontanarsi nella notte.
Mi chiedevo che razza di vita fosse quella che conduceva
la ragazza, una vita che presupponeva non solo l'accettazione
dello sfruttamento del proprio corpo, ma anche la capacità
di convivere con la violenza ed il pericolo.
Ancora un pò stordito, raggiunsi la mia auto e tornai a casa.
Qualche giorno più tardi, stavo guardando un vecchio film
in tv, sbadigliando, annoiato a morte.
Gli occhi erano fissi sulle immagini dello schermo, ma la
testa vagava per ogni dove. E a forza di vagare, mi ritrovai
a pensare alla ragazza che avevo incontrato quella sera e
al cazzotto che mi ero beccato.
Ripensavo alla rassegnazione che avevo letto sul viso di
quella donna, quasi che episodi del genere fossero, in
definitiva, la normalità, la consuetudine in una vita così
diversa dalla mia.
Pensavo a tutto questo, ma in realtà pensavo a lei. Al suo
viso. Ai suoi occhi. Volevo rivederla, questa era la verità.
Lentamente sentii crescere in me questo desiderio irrazionale;
guidato da sensazioni a me fino ad allora estranee, mi alzai
dal divano, presi la giacca, ed uscii.
Percorrevo con l'auto a velocità ridotta la strada dove
l'avevo incontrata, scrutando nel buio a destra e a sinistra,
ma di lei non c'era traccia.
Avevo visto altre due o tre prostitute (una si era alzata
anche la corta gonna che indossava, scambiandomi per
un potenziale cliente), ma su quella strada lei non si vedeva.
Frustrato, certo ormai di averla persa, presi una traversa
a destra per raggiungere la via parallela e tornare indietro,
quando, sotto un lampione, la vidi.
Era sicuramente lei, con minigonna e stivali, segno
inequivocabile della sua professione.
Mi accostai al marciapiede e la ragazza si avvicinò al
finestrino che avevo intanto abbassato.
" Ciao, andiamo ? " mi chiese sorridente.
" Ehm...bè...a dire il vero...volevo solo sapere se l'altra
sera...aveva avuto altri problemi...con quel tipo..." risposi,
decisamente imbarazzato.
Per un attimo sembrò non mettere a fuoco la mia faccia,
poi mi riconobbe e, sempre sorridente, disse: " Oh, è lei ! ".
Restammo a guardarci senza sapere bene come continuare.
Fu lei a rompere quel velo di imbarazzo che si era creato.
" Si, grazie. E' andato tutto bene dopo il suo intervento ".
Avrei dovuto salutarla, e andare via. Che altro ci facevo
io in quella strada ? Cosa altro avrei avuto da dirle ? Era
una pazzia, lo sapevo per certo. Ma non mi mossi. Restai
a guardarla senza sapere cosa dire.
" Senta - proseguì la ragazza - facciamo così. Io prendo
8000 dracme per un lavoro di bocca. Ma siccome lei è
stato gentile con me, facciamo 5000 e così mi posso
sdebitare per l'altra sera. Okay ? ".
Rimasi allibito. Cioè, non pensiate che fossi offeso o che
altro: ma cavoli, io ero passato solo per accertarmi che
stesse bene (almeno così volevo credere) e mi sentivo
offrire (e con uno sconto !) un pompino !!
Lei notò la mia espressione, e si ritrasse.
Ebbi un tuffo al cuore; forse non ero venuto solo per
vedere come stava. Non volevo finisse così. Non volevo
che se ne andasse.
" Prego, salga " le risposi con una voce che non riconoscevo
più come mia.
Lei era salita e mi aveva indicato la strada per un vecchio
molo abbandonato lì vicino.
Arrivati, spensi le luci della macchina e mi voltai a guardarla.
" Come ha visto l'altra sera, nel mio lavoro incontro persone
di tutti i generi. Non si offenda, la prego, ma il pagamento
deve avvenire in anticipo " .
La guardavo e volevo dirle che non l'avevo cercata per
farmi fare un pompino, volevo dirle che in vita mia non ero
mai stato con una puttana, che una ragazza bella come lei
non si doveva buttare via così...
Volevo dirle questo ed altro, ma le parole non mi venivano.
Presi i soldi dal portafoglio e li misi nella sua mano. Lei li
fece sparire nella minuscola borsetta che aveva e sempre
sorridendo mi disse: " Le farò un lavoretto speciale. E'
giusto che io la ringrazi ".
Prima che potessi dire qualcosa, le sue mani mi slacciarono
i pantaloni, scostarono gli slip e me lo tirarono fuori.
Ero nel pallone più totale: imbarazzato come poche volte
ero stato, probabilmente rosso come un peperone, ero
però anche eccitato (mio malgrado) da quella situazione
strana, ma, per me, altamente erotica.
La piega che aveva preso la situazione era decisamente
sconcertante, ma, inutile negarlo, mi intrigava alquanto.
Con movimenti rapidi, e quasi senza che me ne accorgessi,
mi infilò un profilattico sul pene già incredibilmente eretto.
" Come ti chiami ? " mi chiese, passando al tu.
" Manoli. E tu ? ".
" Caterina. Un nome schifoso " rispose, abbassandosi su
di me.
Lo prese in bocca, iniziando a succhiarlo. La mano stretta
attorno alla base, succhiava e leccava con impegno, ma
senza alcuna partecipazione emotiva.
Non è che fossi un grande esperto in pompini, ma il mio
corpo mi disse che ci sapeva fare. Anche se teso e
nervoso, non certo a mio agio, venni in pochissimo tempo.
Caterina si rialzò riaccomodandosi sul sedile dell'auto.
Ero esterrefatto. Avevo goduto come non mi ricordavo
di avere mai fatto.
La ragazza si aggiustò i capelli e mi disse: " Dai, ora
riportami indietro ".
Evitando di guardarla, mi sfilai il profilattico, lo misi nel
portacenere del cruscotto, mi detti una rapida pulita con
il fazzoletto e mi richiusi i pantaloni.
Pochi minuti dopo lei scendeva sotto il lampione.
" Ciao Manoli, e grazie ancora per l'altra sera " mi disse
dal finestrino.
" Ciao Caterina - le risposi - e...volevo anche dirti...".
" Si ? "
" Bè...volevo dirti che...il tuo nome...Caterina...non è per
niente brutto...a me piace...".
La ragazza scoppiò a ridere del mio imbarazzo e, salutandomi
con la mano, si allontanò dall'auto.
Tornai a casa, confuso e pensieroso, pensando a lei e a
quello che era successo.
Alcuni giorni più tardi mi resi conto che Caterina stava
entrando nella mia vita. Era un qualcosa che sentivo nel
mio animo, ma che tenevo nascosto anche a me stesso.
Sapevo che stavo imboccando una strada pericolosa e
senza uscita. Ma poi, quel giorno...
Era un sabato pomeriggio di fine novembre e passeggiavo
per Akti Miaoli osservando, coma al solito, il caos che mi
circondava.
Ad un tratto, davanti a me, a non più di dieci metri, vidi
Caterina. Non aveva quel vestiario provocante che le
avevo visto indossare la sera; portava un semplice paio
di pantaloni con una camicia e una felpa.
Di fianco a lei camminava, mano nella mano, un bimbo di
tre o quattro anni che mangiava, estasiato, un grosso gelato.
La vidi fermarsi, piegarsi sulle ginocchia e, con un
fazzoletto di carta, pulire le labbra del piccolo, con un gesto
carico di inequivocabile amore materno.
Sembrava un'altra persona. Era un'altra persona.
Senza trucco e senza apparire provocante, era meravigliosa.
Il mio cuore aveva preso a battere all'impazzata.
Senza farmi vedere la seguii per un pò, fino a che giunse di
fronte ad un bar dove erano sistemate alcune giostrine a
gettoni per bambini.
Prese il figlio in braccio e lo mise su un cavalluccio: inserì
la moneta, e il bimbo iniziò un lento trotto, ridendo eccitato.
Il cavalluccio trottava mentre il mio cuore galoppava
sempre più rapido.
Quella sera resistetti alla voglia di andarla a cercare, di
andare a chiederle perchè mai buttasse via così la sua vita,
come facesse ad essere così amorevole con suo figlio di
giorno e poi, di notte, ad accompagnarsi con uomini per
denaro, vendendo il suo corpo e la sua dignità di donna.
Resistetti. Quella sera.
Ma la sera successiva ero in auto a cercarla.
La trovai due lampioni più in là, ma la trovai.
Questa volta mi riconobbe subito.
" Ehi, allora sono stata brava ! " mi disse ridendo.
" Vuoi salire ? " le chiesi timoroso.
" Certo, mi piace lavorare con persone educate e gentili come
te ".
Lo stesso molo dell'altra volta.
Non volevo fare sesso con lei. Avevo solo bisogno di starle
vicino.
Ma Caterina si sarebbe meravigliata di questo, magari avrebbe
iniziato a considerarmi un tipo strano. Avrebbe potuto decidere
di non venire più con me.
Ma io non volevo che me lo rifacesse con la bocca. Mi sembrava
di umiliarla, di calpestare la sua dignità, di approfittare di lei.
Scelsi il male minore.
Pagai Caterina per un " lavoretto di mano " (come lei lo chiamava),
e lei, sempre senza perder tempo, mi infilò il profilattico e prese
a masturbarmi.
La sua mano scivolava sul mio pene con movimenti ritmici, ora
lenti, ora veloci, rudi e delicati allo stesso tempo.
Il suo profumo mi inebriava, facendomi girare la testa.
Venni velocemente anche questa volta, eccitato e smarrito da
quello che mi stava capitando.
Mentre mi ricomponevo, trovai il coraggio, e le chiesi: " Posso
farti una domanda ? ".
" Certo " fece lei, guardandomi negli occhi.
" Perchè fai questa vita ? Perchè la butti via così ? Certo, i
soldi, lo capisco. Ma esistono altri lavori, altre opportunità.
Insomma, una vita più pulita e rispettabile, senza rischi.
Sei una donna troppo bella per vivere così ".
Lei continuò a guardarmi, ora con espressione dura e seria.
Con un lampo di risentimento negli occhi, e in tono aggressivo,
mi rispose: " Perchè mi piace, mi piace guadagnare tanti
soldi, togliermi tutte le voglie che ho, comprarmi vestiti e
profumi. Non ho nessuno che pensa a me da troppi anni; me la
devo cavare da sola. E questo è il modo più semplice.
Soddisfatto ? ".
Questa risposta cruda e rabbiosa mi lasciò di sasso. Non poteva
essere così; sotto quella maschera che indossava ci doveva
essere per forza un'altra Caterina.
Lo sapevo. Lo sentivo. L'avevo visto.
Non sapevo che dirle.
" Adesso riaccompagnami " disse lei bruscamente.
Girai la chiavetta e misi in moto.
Poi, di slancio, le presi la mano tra le mie.
" No...no, Caterina...non ci credo. Ti ho vista con tuo figlio, un
paio di giorni fa. Eri una mamma, bella e felice. Eri una donna
che dalla vita non vuole vestiti e profumi.
Tu non sei quella che dici di essere " .
Mi guardò e, con un singhiozzo, la maschera cadde.
La ragazza scoppiò in lacrime. E mi raccontò tutto.
Veniva da Larissa, dove viveva con la sua famiglia; a 20 anni
era rimasta incinta di un suo coetaneo che, appena saputa la
cosa, si era volatilizzato.
Il padre voleva farla abortire, ma lei sentiva che non lo avrebbe
mai fatto. Che non si sarebbe mai liberata di suo figlio.
E allora l'avevano cacciata, per la vergogna di avere una figlia
ragazza-madre.
Era venuta ad Atene, da una vecchia parente della madre, che
l'aveva ospitata fino al parto; aveva anche trovato un lavoro
di qualche ora in un negozio di frutta, ma quando si accorsero
che aspettava un bambino, l'avevano licenziata.
Una volta nato Dinos, l'anziana parente divenne insofferente
all'inevitabile confusione che un bambino piccolo comporta, e
Caterina si vide costretta ad andar via. Ora erano tre anni che
stava in una camera in affitto, presso una donna che la sera
si prendeva cura di Dinos.
Aveva provato a cercare un altro lavoro, ma gli orari non
coincidevano mai con la responsabilità di seguire il figlio, e così
si era trovata sulla strada, per necessità non di vestiti ma di
pannolini, non di profumi ma di latte in polvere, non di lussi
per se stessa ma di qualche giocattolo per il suo piccolo.
Faceva la puttana per fare la mamma.
Caterina parlava e piangeva. Era un pianto straziante, il
pianto di un'anima ferita e calpestata dalla vita, il pianto di
una donna che dava la sua vita per il figlio.
Quando la lasciai si era calmata.
Guardandomi con occhi ancora umidi di pianto mi disse:
" Grazie. E' destino che io ti debba sempre ringraziare.
Avevo bisogno di parlare con qualcuno. Tu, con la tua
dolcezza, appartieni a quella parte di mondo che non ho mai
incontrato. Sei buono e gentile, ma ti prego: non mi cercare
più. Lasciami stare. La mia vita è questa e nulla la potrà
mai cambiare ".
Stavo per dirle che no, potevamo cambiare tutto, che noi,
sfortunati e delusi dalla vita, avevamo diritto ad una speranza,
ad un futuro diverso e migliore.
Ma lei mi chiuse le labbra con un bacio, lieve e morbido,
poi aprì di scatto la portiera e fuggì via.
Non tornai per quasi un mese da Caterina.
Per paura, per vigliaccheria, perchè incapace di decidermi,
timoroso di infastidirla e di perderla per sempre.
Tutte le sere mi dibattevo nella mia battaglia interiore,
Volevo andare da lei, per parlarle, per farle una carezza,
perchè la amavo. Ma sempre mi bloccavo, per paura di essere
rifiutato, per il timore di scoprire che per lei ero stato
solamente uno sfogo, un qualcosa magari anche di piacevole,
ma da dimenticare il giorno successivo.
Mi limitai a spiarla un paio di volte quando era con suo figlio,
nascosto dietro un auto o un cartellone pubblicitario.
Nascosto come l'amore che sentivo per lei.
Ma, alla fine, il coraggio lo trovai.
Mancavano due giorni a Natale. Era una serata fredda e piovosa.
Da mezz'ora giravo con l'auto, cercandola.
Le strade erano deserte e inzuppate di pioggia.
Guardavo sotto tutti i lampioni, negli androni scuri dei palazzi,
davanti alle saracinesche chiuse dei negozi.
Ma lei non c'era. Mi fermai scoraggiato nel punto dove l'avevo
vista la prima volta, dove quel bastardo l'aveva picchiata.
Magari non era venuta per la pioggia e per il freddo, o magari
perchè il bambino aveva la febbre. Cercavo una spiegazione
plausibile, che mi consolasse da quell'angoscia gelida che mi
straziava.
E se avesse cambiato zona ? E se le fosse successo qualcosa ?
Ero alla disperazione. Avevo bisogno di lei, solamente di lei.
All'improvviso sentii un lieve bussare al finestrino, e lei era lì,
sotto la pioggia: aprii la portiera e Caterina salì in macchina.
Era bagnata ed infreddolita.
" Ti avevo detto di non tornare, no ? " mi disse.
Ma sorrideva. Forse era contenta anche lei di vedermi.
" Caterina, io dovevo rivederti, desideravo troppo stare
ancora con te. perdonami, ma non ho resistito più a lungo " le
risposi con un filo di voce, soffocato dall'emozione.
E proseguii: " Senti, stasera fa freddo. Ti prego, vieni a casa
mia. Ti preparerò un the caldo. Ti asciugherai. Ascolta. Ti
pagherò ugualmente. Ma stasera non voglio sesso da te.
Voglio solo starti un pò vicino. Ti prego ".
Chiusi gli occhi e aspettai il suo rifiuto. Addirittura mi aspettavo
che scendesse e sparisse per sempre.
" Andiamo " rispose.
Eravamo seduti sul divano, con una tazza di the in mano.
Avevamo parlato poco, lei pensierosa e confusa, io innamorato
e timoroso che tutto finisse ancora prima di iniziare.
Da una busta appoggiata su una poltroncina presi un orsetto
di peluche e lo porsi a Caterina.
" E' quasi Natale. Questo è un piccolo pensiero per Dinos,
per il tuo piccolo. Spero possa piacergli ".
Caterina si portò l'orsetto al viso, quasi a saggiarne la
morbidezza.
Negli occhi le spuntarono due lacrime.
Dalla tasca della mia giacca tirai fuori una scatolina e la
consegnai alla ragazza.
" Questo, invece, è il mio regalo di Natale per te. E' una
piccola cosa, ma non sono molto esperto nel fare regali.
Come non sono molto esperto nel corteggiare una ragazza:
ma io ti amo Caterina, ti amo così intensamente e così
disperatamente da avere il cuore in tumulto.
Ti amo anche se sono mezzo storpio e così imbranato
Ti amo perchè hai portato la luce nella mia vita e vorrei
essere capace di accendere quella luce anche nella tua ".
Ora Caterina aveva il viso rigato di lacrime.
Aveva aperto la piccola scatola e teneva in mano una
catenina d'oro con un pendaglio stilizzato della rosa di
Rodi, l'isola del sole.
Mi guardò e, tra le lacrime che brillavano come le luci
dell'albero di Natale che non avevo, mi sorrise,
mandandomi un lieve bacio con le labbra.
Le mie mani carezzavano i seni caldi e morbidi di Caterina.
La mia lingua esplorava estasiata il suo sesso bagnato,
tiepido e profumato. Gemeva sommessamente,
completamente abbandonata sul letto.
Poco prima era stata lei a darmi il piacere: la sua bocca
e la sua lingua avevano danzato a lungo sull'asta del mio pene,
con una partecipazione ben diversa da quella volta in auto.
Staccai la bocca da lei e risalii lungo il suo splendido
corpo; la sua mano afferrò il pene e lo appoggiò a quel
delizioso mistero che aveva tra le gambe perfette.
Ed io affondai, prima lentamente, poi aumentando il ritmo,
in quel morbido cuscino di seta che erano le sue pareti
interne.
Ora, finalmente, mi sentivo diverso: non ero più quell'uomo
insicuro e tremebondo di prima. Anche lei mi amava e
questa consapevolezza mi aveva trasformato.
La penetravo con gioia, la prendevo con passione ed
ardore, strappandole grida di piacere e parole d'amore.
Andammo avanti per ore, in una confusione di sentimenti
e di corpi, in un intreccio di sensazioni e di membra, lei
bevendo il mio seme, io succhiando il suo nettare.
Ed era quasi Natale.
Seduto al tavolo della cucina sto bevendo un caffè.
E' quasi ora di andare in ufficio.
Alzo gli occhi e vedo Dinos alle prese con la sua zuppa di
cereali. Ha quasi otto anni, ora. E mi chiama papà.
Ed io mi sento in tutto e per tutto il suo papà.
Dalla porta sul corridoio entra Caterina, in pigiama,
ancora assonnata.
E' bellissima: ha in braccio Dimitri, il nostro piccolo figlio
di due anni.
Ci guardiamo e ci diciamo con gli occhi il nostro amore.
Avevo ragione io.
C'è sempre una speranza per tutti.
C'è sempre un futuro migliore.
Dobbiamo saperlo cercare, dobbiamo saperlo trovare.
Dobbiamo imparare a cercare il nostro regalo di Natale.
E, una volta trovato, non lasciarlo mai più. |