E' tardi, è stata una giornata faticosa e sono stanco, torno a casa dal
lavoro nel traffico noioso delle sette di sera, ancora rosso, fermo e metto
in folle.
Distrattamente giro gli occhi verso sinistra, a fianco c'è una macchina
posteggiata, una signora bionda dalla parte del passeggero si sta
abbracciando e baciando avidamente con un bell'uomo sui trent'anni. Lei è di
spalle.
Noto che da dietro sembra mia moglie Laura, ha gli stessi capelli; osservo
meglio, vedo il colletto della giacca, un colletto particolare, se lo era
fatto fare dalla sarta copiandolo da una rivista di moda, istintivamente mi
attacco al clacson, si gira che sto ancora suonando, è lei, ci guardiamo un
attimo, suonano anche da dietro, il semaforo è diventato verde, metto la
prima e parto facendo stridere le gomme sull'asfalto.
Guido verso casa, ora ho rallentato, un milione di pensieri corrono ma non
si fermano, siamo sposati da un anno ma ci conoscevamo da quattro, nessun
dissidio, poche ridicole liti su cose pratiche, una buona intesa sessuale,
cos'era successo?
E allora mi viene in mente quel patto, quello stupido patto che mi era
sempre sembrato così inutile: il giorno dopo il nostro matrimonio stabilimmo
che, se uno dei due avesse tradito l'altro, non ci saremmo lasciati ma chi
era stato tradito poteva infliggere all'altro qualsiasi punizione.
La rabbia continua a salirmi, posteggio e salgo a casa di corsa.
Vado in cucina e mi preparo un gin tonic, molto gin, e poi improvvisamente
un'idea.
Apro la porta dello sgabuzzino, rovisto tra gli scaffali e finalmente
eccolo, il frustino di Cocìs. Cocìs era il mio cavallo prima che ci
sposassimo, poi ho preferito venderlo. Laura non era mai andata a cavallo e
non aveva alcuna intenzione di farlo, il maneggio oltretutto costava
parecchio, e così di Cocìs mi è rimasto solo più il frustino in ricordo.
Lo estraggo dal cellophane in cui l'avevo riposto, torno in cucina, lo
pulisco bene, guardandolo il respiro diventa affannoso, mi verso un altro
poderoso gin tonic e mi siedo in salotto, mettendo gin e frustino sul
tavolo, chiudo gli occhi e aspetto.
Non so quanto tempo è passato, sento le chiavi aprire lentamente la porta,
ma non segue il solito allegro saluto, la porta si chiude, il rumore delle
chiavi sulla consolle di marmo, sento i passi che si dirigono verso il
salotto, entra senza una parola, si siede, c'è un silenzio surreale, indica
il frustino e domanda con voce ferma
-E' questa la punizione?-
Non una parola di spiegazione, di scuse, di qualsiasi cosa potesse far
riprendere un dialogo. La rabbia mi sale ancora di più,
-Questa è una delle punizioni- Lo dico sottovoce, senza guardarla negli
occhi
-Va bene,-mi dice- prima si comincia e prima si finisce. Cosa devo fare?-
Questo atteggiamento mi spiazza, poteva spiegare, inventarsi qualsiasi cosa,
ma non lo fa.
-Prendi il frustino - sussurro- vai in camera da letto, ti spogli dalla vita
in giù e mi aspetti.
Si alza con noncuranza, la vedo sparire con la coda dell'occhio. Mi prendo
la testa tra le mani, sento ribollire la rabbia nello stomaco, una
sensazione mai provata, mi avvio lentamente verso la camera da letto, la
porta è chiusa, aspetto qualche secondo poi apro lentamente. La luce è
accesa, il frustino è sul letto e lei è sdraiata a pancia in giù, la
camicetta le copre appena il sedere, per il resto è nuda.
Prendo il frustino
-non così- le dico - inginocchiati a terra e metti le mani e la testa sul
letto-
Obbedisce, con la punta del frustino le alzo la camicetta sulla schiena,la
osservo qualche secondo, mi eccita la bellezza delle sue gambe ma
soprattutto la sua sottomissione.
Improvvisamente parte la prima staffilata, un sibilo e un colpo netto, ma
non un grido; un filo rosso le attraversa i glutei, questa atmosfera mi fa
impazzire, perdo il controllo, partono quattro, cinque colpi, poi ancora,
non li conto più, fin ché un grido mi interrompe, si butta sul letto e si
gira tenendosi le mani sui glutei; mi guarda, è uno sguardo di sfida, ma si
intravede il disappunto per aver gridato, è una soddisfazione che non mi
voleva dare, e allora mi accorgo che è questo che voglio, dominare la sua
arroganza.
-Non ho ancora finito -
adesso la mia voce è ferma
-apri le gambe- ordino mentre ci guardiamo negli occhi, e lei obbedisce.
Le accarezzo la pancia con la punta del frustino, mi soffermo sui peli,
gioco un po' con la sua fighetta, spingo il frustino dentro le sue labbra,
poi colpisco ancora, sulle cosce, facendo passare qualche secondo tra un
colpo e l'altro, istintivamente si mette una mano sulla figa per
proteggerla, non dico niente, poi un colpo secco e violento sulla mano, si
ritrae, si piega su un fianco ma continua a guardarmi con aria di sfida,
adesso capisco che voglio la sua sconfitta, voglio che mi chieda di
smettere.
Fine prima parte
Qualcuno vuole scrivere un finale?? |