Odio i funerali, qualunque sia il credo.
Odio quel miscuglio di dolore, presenzialismo, sfoggio e ipocrisia.
Odio il pomposo spreco di risorse per cio' che non e' vita, ma una
celebrazione della sua nemesi.
Odio il morto, le sue volonta', il suo imporsi ai vivi con muto,
invincibile ricatto.
Lo odio, anche se da vivo gli volevo bene.
Eppure anch'io sono vittima del ricatto. Mi trovo costretta ad andare
li, a sentire le parole vuote di un prete (che tra l'altro sono quasi
identiche a quelle di un rabbino), a vedere il dolore di alcuni e le
lacrime circostanziali di altri. A vivere, ospite, il disagio di una
celebrazione che non capisco e che non mi appartiene.
Ero in vaporetto e pensavo a tutto cio' quando un ragazzo si e' seduto
al mio fianco.
Carino. Molto carino: carnagione scura, abbronzata, capelli castani ma
piacevolmente mossi. Un bello sguardo dolce, un bel viso. Belle spalle e
un culo niente male.
<< Signorina >> chiese << Signorina, va tutto bene? >>
Evidentemente non avevo un aspetto radioso.
<< Si, si, tutto bene, la ringrazio >>
<< E' che sembra un po'... mi permette di offrirle qualcosa? >>
<< Non si preoccupi, non sono prossima ad un mancamento, davvero... sono
solo un po' scossa perche' mi sto recando al rito funebre di un'amica.
Una carissima amica. >>
<< Oh, non potevo immaginare... mi dispiace >>
Era sincero, penso. Anche imbarazzato, perche' aveva tentato di
intavolare una cortese conversazione e si era trovato impantanato in un
garbuglio emotivo non previsto.
Eppure non era solo quello: mi e' capitato tante volte di vedere quello
sguardo. Da quando avevo quindici o sedici anni e' sempre stato cosi'...
cosi' facile.
Parlammo un po' senza dirci nulla. Le solite sciocchezze.
Alla mia fermata feci un mezzo sorriso e mi avviai sul ponte.
<< Non vorrei essere inopportuno >> mi trattenne lui << Ma dopo il
funerale le andrebbe...>>
<< Dopo me ne andro' subito a casa >>
Dillo "da mio marito e da mia figlia". Dillo.
Ma non lo dissi.
<< Permette? Devo scendere >> non riuscivo nemmeno ad essere gentile <<
Mi scusi >>.
Il marinaio avvolse la cima all'attracco dell'imbarcadero e ormeggio' il
mezzo con la consumata noncuranza che viene dalla quotidianita'. Non
attesi che fosse lui ad aprire la sbarra di sicurezza: lo feci io, in
barba a regole ed etichetta, e smontai senza voltarmi.
Mi avviai verso la chiesa di SS Giovanni e Paolo accompagnata dal
fastidioso ticchettare dei tacchi. Un suono orribile che ho sempre
detestato. Un rumore meccanico, troppo secco, che in una fondamenta
nebbiosa o nelle solitarie salizade veneziane, echeggia lugubre come il
tintinnio di un monatto.
Svoltai l'angolo e mi trovai di fronte all'imponenza ieratica della
chiesa.
E' una delle piu' antiche della citta' e sull'enorme facciata di mattoni
rossi espone le proprie ossa scarnificate: candide colonne dritte come
tibie, marmoree guglie puntute come corna e bianchi sepolcri medievali
col loro macabro contenuto.
Sembra materializzare il dogma ed e' massiccia, maestosa e soffocante al
tempo stesso.
Istintivamente deglutii. Poi mi feci coraggio e m'incamminai verso il
portale d'ingresso.
Ad ogni passo la costruzione mi sovrastava sempre piu'... Dio, come sono
opprimenti le chiese. Come sono fredde, alte, vuote, algide, sepolcrali.
Io non ho Dio, ma mi sono sempre chiesta come potrebbe un uomo o un Dio
amare una casa cosi' inospitale. E' una catacomba seppellita da polvere
secolare, ha sarcofagi alle pareti, pietre tombali per pavimenti,
ovunque quadri di supplizi occhieggiano nella penombra dei lumi di
candela. E su tutto c'e' l'odore di chiuso che spesso si intreccia a
quello di fiori recisi che stanno appassendo.
Mi avviai verso le panche con passi che rimbombavano vuoti come in una
cripta: tac-tac tac-tac, sempre piu' vicina all'altare, un monolite
marmoreo sovrastato da un Cristo enorme, bianco e contorto, trafitto da
lunghi chiodi arrugginiti e che sembra gridare. Diamine, il suo destino
e' quello di rimanere inchiodato senza pieta' ad una parete buia ed
umida, chi non avrebbe urlato al suo posto?
Nella chiesa c'era gia' molta gente. Altra ne e' entrata dopo di me e
tutti si sono segnati: "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo".
I piu' zelanti, i piu' ortodossi o forse solo i piu' esibizionisti,
hanno dardeggiato sguardi a destra e a manca, alla ricerca della
bacinella marmorea a forma di conchiglia che e' destinata a contenere un
residuo d'acqua. Vi hanno tuffato dentro le dita, poi, immancabilmente,
si son segnati anche loro.
Io non l'ho fatto.
Non l'ho mai fatto perche' segnarsi e' una dichiarazione di fede e non
di etichetta, quindi nel mio caso sarebbe falsa e ipocrita... sotto un
certo aspetto anche irrispettosa per chi crede davvero.
Ma non tutti sono dello stesso parere e a volte capita di sentirsi
addosso sguardi di altera e supponente disapprovazione. Non di vederli,
di sentirli, sulla schiena, sulle spalle.
E' il prezzo che si paga per essere una lupa solitaria, per non
appartenere ad un branco, per non cancellare la propria diversita'
uniformandosi, per non nasconderla con imbarazzata vergogna.
E' come se intorno a voi si alzasse un muro invisibile, un muro
alimentato dal senso di superiorita' di chi pensa essere nel Giusto. Di
chi non ha dubbi. Di chi si inventa un Dio perche' da solo si sente
sovrastare dagli interrogativi della vita o non e' in grado di
sopportare l'ineluttabilita' della sua conclusione.
"Io voglio più vita, padre!" geme l'androide di Blade Runner
rivolgendosi al suo creatore, e nel farlo inconsapevolmente mima il
gesto che l'uomo stesso ha ripetuto per millenni. Con la medesima
disperazione, con la medesima energia... con la differenza che lui,
l'androide, conosce il suo creatore, mentre l'uomo lo ipotizza soltanto.
Lo crea, paradossalmente, crea il proprio creatore, lo colloca in un
mondo parallelo e perfetto e si inventa la fede per superare l'ostacolo
della ragione, un po' come numeri complessi (o irrazionali) trascendono
e comprendono quelli razionali.
Sto andando oltre il dogma specifico, ragiono in generale, e lo feci
anche allora, sperando che il tempo volasse via veloce come i miei
pensieri. Ma non fu cosi'.
<< Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis >>
gongolo' d'un tratto il prete tra un tripudio di gigli morenti.
E godeva del suo latino, era evidente. Godeva di quella scheggia di
cultura che per un attimo lo faceva sentire un po' meno mortale.
Godeva di una lingua morta che celebra un morto, tra fiori morti, sotto
una statua d'agonia, inchiodata alla parete spoglia di una cripta fredda
e buia come una tomba.
<< Absolve Domine animas omnium fidelium defunctorum ab omno vinculo
delictorum >> continuo' lui imperterrito e in quell'apocalisse
desertica, poco dopo, parlo' di resurrezione.
Quell'uomo avra' pur saputo il latino, ma doveva essere di un cinismo
piu' tetro del mio... oppure doveva avere una sensibilita' al sarcasmo
decisamente blanda.
Il prete continuo' imperterrito il suo sfoggio linguistico ed io mi
accorsi che facevo molta fatica a seguire quanto stava dicendo.
Sospettai anche di non essere l'unica in quelle condizioni e per
verificarlo alzai gli occhi ed iniziai a studiare il comportamento dei
vicini: scorsi capi chini, volti compiti, sguardi pensierosi o
corrucciati. Alcuni avevano un aspetto talmente concentrato che si
sarebbe detto stessero ascoltando le istruzioni in tedesco della caldaia
appena installata e non un'omelia in latino. Altri attendevano
stoicamente in posizione marziale: gambe leggermente divaricate, mani
allacciate dietro la schiena e un quasi impercettibile dondolio sui
talloni.
No, decisamente non ero la sola a non capirci una patatina.
Stavo ancora osservando il vicinato quando una signora anziana fece la
sua improvvisa comparsa sbucando da una porticina minuscola, un uscio
quasi camuffato dietro al confessionale.
La signora indossava una gonna scura e un sobrio maglione beige di lana,
calzava scarpe invernali da casa ed era armata d'una misteriosa busta di
velluto viola grande come un piccola borsetta.
La donna si diresse decisa verso la prima fila.
Inizio' a percorrerla fermandosi di fronte ad ogni persona, parenti
affranti inclusi. Congelo' ogni convenuto, lo immobilizzo' al suo posto
con uno sguardo glaciale alla Clint Eastwood e, senza proferir parola,
gli impose il suo sacchetto di velluto.
Povera signora, era evidente che soffrisse di tremori senili perche' se
nessun obolo giungeva solerte, la sua mano iniziava a tremolare come un
evanescente miraggio sahariano e subito il sacchetto produceva un
concretissimo tintinnar di monetine. Un rumore metallico che - sara'
stata sicuramente una mia suggestione - sembrava danzare sul motivo del
"Dies irae".
Dopo aver drenato la prima fila, la signora passo' alla seconda, poi
alla terza e cosi' via.
Era impossibile sfuggirle perche' la liturgia inchiodava gli astanti ai
loro posti: in piedi, seduti o in ginocchio, tutti seguivamo le
complesse dinamiche imposte della coreografia, mentre l'anziana era
l'unica a godere di nullaosta speciale il quale, col libero arbitrio del
movimento, le concedeva la facolta' di proseguire nella sua implacabile
avanzata.
Mi soffermai ad osservare il comportamento dei convenuti. Quasi nessuno
si permise di eludere la discreta supplica e quei pochi audaci che
osarono tanto, in un primo momento dovettero sopportare le stalattiti
oculari della perpetua, e subito dopo dovettero sopravvivere al suo
definitivo gesto di condanna: il sacchetto viola che veniva
letteralmente strappato da sotto il loro naso. Un po' come dire "Hai
perso la tua occasione, peccatore. Mi spiace, ma ormai sei fottuto".
Ripeto, furono pochissimi ad osare tanto e tutti gli altri - me compresa
- potevano essere suddivisi in due macrocategorie: quelli che davano
monetine e quelli che davano banconote.
I primi, in genere, non lasciano offerte principesche e ne sono ben
consci, percio' stringono due o tre monete nell'invisibile
impenetrabilita' del pugno, lo inseriscono nel contenitore color lilla'
e lasciano che lo scampanellio metallico parli per loro. Che sia
evidente a Dio e al Diavolo (ma soprattutto ai vicini) che anche
stavolta si e' fatto il proprio sporco dovere.
I secondi, invece, sanno che la loro offerta non tintinnera' salvifica,
percio' si premurano di lasciar intravedere la banconota. Alcuni la
ostentano addirittura tra pollice ed indice e quando arriva il momento
fatidico, opla', fanno canestro, compiacendosi della propria abilita'
ginnica e dell'approvazione di occhi-di-ghiaccio.
Io, da brava ospite, naturalmente mi adeguai e preparai per tempo il mio
obolo: scelsi una banconota di medio taglio e vi aggiunsi due o tre
monetine (che' ho anche l'onere di sfatare un certo mito). Strinsi tutto
in un pugno e attesi con partecipazione olimpica che arrivasse il mio
turno.
Non ci volle un'eternita' ma la meta' di essa: passo' abbastanza tempo
infatti perche' il denaro mi si macerasse in mano e, quando il sacchetto
fu finalmente a portata di allungo, vi scaricai il malloppo con un
sollievo che non saprei descrivere. Anche fisico, pero'.
Scoprii cosi' che la vecchina non doveva essere umana, bensi' un cyborg
con la capacita' di calcolo di un autistico hollywoodiano: pur
intravedendola appena, infatti, fu in grado di valutare la mia offerta e
di calcolarne le prospettive di investimento da li a cinque anni in
almeno una decina di valute diverse. Mi premio' sorridendo compiaciuta.
Ecco fatto, avevo la sua approvazione: avevo conquistato il Regno dei
Cieli.
Avevo anche i piedi indolenziti e le orecchie che mi ronzavano come un
motorino. Mi guardai un po' in giro e un movimento sullo sfondo attrasse
la mia attenzione.
Laggiu' a destra, vicino al trabiccolo di ferro battuto che spaccia
candele a prezzi da strozzino, c'era un ragazzo abbronzato coi capelli
castani e mossi.
Sbattei le palpebre e guardai meglio.
"No. Impossibile", pensai
Non credo alle coincidenze. Non piu', da tanti anni.
"E va bene", conclusi. A quel punto anche lui poteva tornare utile: dopo
un'ora che me ne stavo seppellita li, viva, piccola piccola sotto le
navate, avrei fatto di tutto pur di uscire.
<< Scambiatevi un segno di pace >> tuono' perentorio il latinista.
Dio, questa e' la fase che piu' detesto!
E' irrazionale, lo so. E' colpa mia, so pure questo, ma proprio non la
sopporto.
La percepisco come un'imposizione, un'invasione tattile della privacy e
soprattutto come un qualcosa di falso, non spontaneo, fatto a comando.
La signora di mezz'eta' che fino ad allora mi aveva sfiorata si e no con
lo sguardo, si volto' verso di me, sorrise a trentadue denti e simulo'
una sguisciante stretta di mano. Cheeese.
Il tipo di fronte si giro' e diede la mano alle tre persone piu' vicine.
Stretta & sorriso, stretta & sorriso, stretta & sorriso. Cheese. Ma la
sua fronte diceva: "Ecco fatto, e ci siamo tolti anche questa rottura di
maroni".
Un esaltato (o forse un collezionista) quasi si distese sui banchi per
stringere il maggior numero di mani possibile. Sembrava persino felice.
Buon per lui.
Qualcuno mi batte' due dita sulla spalla. Mi voltai e mi trovai di
fronte un ragazzo sui venticinque con la mano pronta e la gestualita'
alla Fonzie, come a dire: "Ehila', bambola, ce lo scambiamo un segno di
pace?".
E cosi' via, fino a quando i convenuti decisero di mutuo accordo che
anche per quella volta si era "paciato" abbastanza e che ognuno avrebbe
potuto finalmente rinchiudersi nel proprio guscio con la coscienza a
posto.
Si, decisamente non la sopporto come consuetudine.
Shalom a tutti, ma con discrezione. Senza ordini.
La funzione stava finendo, ma questo non vuol certo dire che anche il
rito fosse terminato, no.
Perche' i vivi devono andare tra i morti a porgere omaggio. In
processione. Tra mancamenti e sofferenze autoindotte. Autoprolungate.
Perche' si deve.
Gli intimi, poi, avrebbero accompagnato la salma al campo santo,
avrebbero assistito all'inumazione che si sarebbe conclusa con un
muratore che scazzuola un po' di malta a sigillo del loculo, quindi si
sarebbero riuniti a casa della scomparsa, "per stare vicino ai parenti"
ufficialmente, e laggiu' la kermesse sarebbe proseguita tra lacrime e
suggestione collettiva, alternando singhiozzi e pettegolezzi, commosse
agnizioni parentali e qualche tazza di tea al limone.
Il tutto, magari, nel salotto attiguo alla camera da letto di Lea,
quella stanza che io conosco bene. Bianca, rivolta a meridione, con le
finestre sempre chiuse e le tapparelle abbassate. Quella camera che sa
di medicinali e di malattia. Quel letto nel quale lei giaceva fino al
giorno prima, puntellata sui cuscini a sbavare... e ad aspettare.
Ma perche' una religione che celebra la vita deve ridursi cosi', ad
adorare la morte?
Non fa per me.
Drizzai la schiena ed uscii per prima.
I capelli erano lunghi ormai e mi arrivavano quasi al seno. Sono tanti e
in genere li raccolgo a coda di cavallo. Lo faccio per praticita', per
semplicita', perche' mi da fastidio avere questa cortina da una parte e
dall'altra del viso. Ma quella volta preferii scioglierli e buttarli in
avanti, cosi' mi avrebbero coperto il volto formando un burqa di ricci
neri attraverso il quale io potevo vedere ma non potevo essere vista.
Non mi interessa cosa abbiano pensato di me. Che sia fuggita per il
dolore o per fredda insensibilita'. Non mi importa, e' gia' tanto che vi
sia andata e non so nemmeno perche' l'abbia fatto. Porto la mia amica
viva cuore, lei non e' ne' e' mai stata una bara, un funerale, le parole
di un prete, una statua che urla.
<< Ehi, ciao! Ma tu guarda come e' piccolo il mondo... Che dici, posso
offrirti un caffe' adesso? >> Era lui.
Pero', tenace. Carino e tenace.
Essia. Ho sempre odiato i funerali, ho sempre odiato la celebrazione
della morte con la morte.
Decisi che se dovevo celebrare qualcosa sarebbe stato il ricordo di una
vita e che in ogni caso l'avrei fatto a modo mio, usando le mie carte e
le mie regole.
<< Volentieri >> dissi << ma ho bisogno di sedermi, di lavarmi il
viso... E non mi va di farlo nel bagno di un bar >>.
<< Guarda, se mi posso permettere... io alloggio alla locanda "Ai do
pozi". E' a dieci minuti da qui, se vuoi... Ti aspetto nella hall,
naturalmente >>.
Gli sorrisi, piegai il collo leggermente di lato e ci incamminammo verso
la locanda.
Feci strada io dal momento che conoscevo meglio il dedalo delle calli, e
vi giungemmo veramente in dieci minuti. Senza fretta, camminando piano,
quasi con l'impressione di fluttuare nel clima nebbioso e ovattato che
talvolta domina la Venezia minore.
<< Ti aspetto giu' >> disse << ecco la chiave >>
<< Per carita', dai, sali pure: e' pieno di gente, mica ho paura. E poi,
ci mettero' un attimo e tu mi farai compagnia raccontandomi qualcosa:
non ho voglia di stare sola, ho voglia di sentire una voce amica >>.
Ecco fatto. Facile, come dicevo: gli uomini ragionano in termini
lineari, hanno sempre un punto di partenza e un punto d'arrivo, e il
percorso che si prefiggono e' una retta. E' dunque quasi matematico
prevederne le tappe intermedie, prevenirle, modificarle, adattarle alle
proprie necessita'. Se si impara a farlo con un minimo di maestria, poi,
la maggior parte delle volte non se ne rendono nemmeno conto.
In bagno mi sciacquai il viso, i polsi, il collo e raccolsi i capelli
ricostruendo la coda di cavallo.
Quando ebbi finito alzai lo sguardo e fissai l'immancabile specchio
collocato sopra il lavandino. L'immagine riflessa mi restitui' solo
dubbi e pensieri, ed io rimasi ad osservare il mio volto senza vederlo
veramente ma continuando ad interrogarmi se fosse giusto, se avesse un
significato, se non stessi per fare una follia.
<< Per te, Lea, amica mia >> sussurrai ad un tratto, dimenticando
all'istante buon senso, decoro, raziocinio e tutto cio' che mi aveva
imprigionata per un'eternita' durata appena un battito di ciglia.
Poi... poi una camicia, dei jeans e un po' di biancheria si tolgono in
un attimo. Non porto altro, io, solo un vecchio ciondolo arabo fissato
ad una catenella d'argento. Quello non lo tolgo mai.
Aprii piano la porta. Lui era appoggiato al davanzale, la schiena verso
l'esterno, tra le mani una brochure fornita dall'hotel.
Si scosto' di scatto dalla finestra e sbatte' le palpebre un paio di
volte.
La sua prima reazione fu di sconcerto, in bilico tra eccitazione e
nervosismo, ma dominata da un evidente scompenso di salivazione.
Andai verso di lui immobilizzandolo con lo sguardo. Gli sfiorai le
spalle, scivolai con le dita sul bavero della camicia ed incominciai a
sbottonargliela piano, molto piano.
<< Ma sei certa... >> disse. Nient'altro, perche' era qualcosa che la
decenza gli imponeva di dire.
Sorrisi appena, forse solo con gli occhi, e subito lui mi prese la testa
tra le mani, mani calde, e mi sprofondo' la lingua tra le labbra. Fu
abbastanza prevedibile all'inizio, poi prese confidenza e si fece piu'
fantasioso e audace: mi bacio' con piu' trasporto, lascio' che le mani
vagassero sul mio corpo alla ricerca di tutti i suoi segreti orografici
e con la lingua comincio' a scendere sul collo e sui seni.
Adoro questa fase, mi fa bollire il sangue percepire la tensione del
partner attraverso i suoi movimenti, i suoi affanni, le sue frenesie.
Avvertire le variazioni del suo ritmo, dominarlo suo malgrado, farlo
salire e scendere come la marea.
Quando sento che ha perso la testa e l'anima, che e' solo corpo e niente
cervello, allora mi impegno sul serio, anche con quelli di cui meno mi
interessa, e mi preoccupo di renderli felici.
Un istante dopo lui prese con decisione l'iniziativa ed io lo lasciai
fare. Lasciai che mi rovesciasse sul letto, che mi imprigionasse le mani
sopra la testa, che mi prendesse cosi', quasi con violenza, e quando
intuii che non avrebbe resistito a lungo, intrecciai le mie gambe con le
sue, lo serrai tra le cosce e l'aiutai spingendo il bacino, contraendo i
muscoli, ribellandomi col busto ma sottomettendomi col ventre. Ormai so
bene come muovermi.
Presto il suo ritmo si spezzo'. Affondo' due, tre, quattro volte con
impetuosa energia, e poi, ruggendo un languido grugnito, mi crollo' sul
petto. Allora lo strinsi forte, lo rigirai senza farlo uscire e
cominciai il mio rito personale: pagano e amorale, eretico e osceno,
istintivo e vitale.
Iniziai a muovermi mordendogli piano il collo e le spalle. Continuai a
scendere, feci scivolare la lingua sulla linea che congiunge il petto
all'ombelico e poi sempre piu' giu', fino ad arrivare dove sentivo
pulsare il suo piacere ancora caldo, umido e profumato dei nostri umori.
L'accarezzai con la delicatezza di una gattina, lo sollevai piano e lo
baciai con qual bacio succhiante che lascia i lividi e porta il sangue
in superficie. Con quel bacio che fa un po' male e irrigidisce
muscoletti sconosciuti.
Risvegliai con cura la sua mascolinita' e allo stesso tempo pensai a
Lea, a quanto ne avevamo parlato, a quanto ci avevamo scherzato sopra, a
quanto piaceva ad entrambe farlo in quel modo.
Nei momenti di maggior disordine emotivo eravamo giunte persino a
classificare i partner in base alla prelibatezza dei sapori... Non che
potessimo avvalerci di un campione numericamente imbarazzante, per
carita', ma l'embrione di una base statistica poteva starci.
"Oh, Lea, amica mia carissima. Lea", strusciai ruvidamente la lingua sul
frenulo. "Lea" con la punta della stessa circumnavigai il glande
titillandolo. "Lea" morsi piano l'asta percorrendola nella sua lunghezza
e approdata sulla punta sporsi piano le labbra, le strinsi appena e
scesi giu', piangendo in silenzio senza che lui se ne avvedesse.
Poco dopo inizio' a gemere e si aggrappo' alla mia coda di cavallo. Mi
appoggio' entrambe le mani sul capo, intreccio' le dita tra i ricci come
per trattenermi, come se avesse temuto che volessi smettere.
Allora lo succhiai piano, ed ebbe un brivido. Lo sentii muoversi sotto
di me, dentro di me e io continuai a succhiare quel gusto di uomo, a
succhiare forte, mentre lui venne e lo fece a lungo, riempiendomi la
bocca e bagnandomi la gola. Ebbe ancora un paio di spasmi che si
concentrarono in altrettanti movimenti pelvici, poi crollo' svuotato.
Cosi' stanco da addormentarsi in pochi istanti.
Mi rivestii in silenzio e scesi nella hall.
Di fronte all'hotel c'e' un vecchio bacaro che vende spuntini e vino in
bicchieri. Vi entrai meccanicamente e un attimo dopo risalivo gia' le
scale con un piattino di cicchetti: chele di granchio, olive
all'ascolana, crocchette, palline di baccala'. Dall'albergo mi feci dare
una tazza di latte e dei croissant alla crema. Se fossimo stati vicini
al ghetto avrei chiesto due fette di challa'.
Al risveglio lui avrebbe trovato quelle cose, perche' in fondo l'essere
vezzeggiato rientrava un po' nel suo diritto di preda.
Posai il vassoio senza far rumore, accostai la porta e lo lasciai cosi',
mentre dormiva. Non una parola, un bacio, una carezza o un sorriso:
tornai a casa col suo sapore in bocca e senza avergli detto nemmeno il
mio nome. Quello vero.
Lea.
Solo solo per lui, solo per quel giorno, da li all'eternita'. |