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  LA CAMERA VERDE Autore: Mario G.

La convivenza di Lucia con la sua amica Lavinia cessò d'improvviso,
ma non per loro volontà. Più semplicemente, la padrona di casa s'era
stancata del continuo via vai e della confusione notturna, e le aveva
sfrattate anzitempo. Abitava al piano di sotto, una signora sui
quarantacinque, con i capelli già bianchi, avvelenata con il mondo
e se stessa. Tre figli e un marito fuggito con un'altra quando una
mattina s'era accorto che la donna che aveva sposato non era
più la stessa.

Lucia usciva da un periodo burrascoso e anche un buco le sarebbe
bastato. Invece fu più fortunata, un appartamento luminoso con
terrazzo. Decise d'istinto che avrebbe dipinto di verde le pareti
della camera da letto. Un verde cupo, che richiudesse la sua pena,
ma morbido come velluto.

La camera verde faceva uno strano effetto sugli uomini, perché li
rendeva più disponibili alle tenerezze che non all'amore sessuale,
e Lucia ci passava la gran parte del tempo. Aveva guadagnato
il suo tempo, lo aveva davvero posseduto. La rivoluzione s'era
conclusa, e lei avevo vinto. Per premio ci fu una splendida
situazione di "non luogo a comunicare". Ora, il nuovo mondo
le era estraneo e non riusciva a comprenderlo. Era fatto di
parole e immagini nuove. Così, quasi senza un motivo, iniziò
la sua passione per la fotografia. Fermava su pellicola
qualsiasi immagine suscitasse in lei un'emozione, un turbamento.
Catturava, immobilizzava, ogni soggetto-oggetto, già immobile
di per se stesso. La macchina fluttuava nelle sue mani come
materia plasmabile, il resto era solo un vago contorno.

Per diverso tempo non ci furono uomini nella sua vita, troppo
fresca era ancora la ferita per quell'amore mai compreso fino
in fondo. Poi, d'improvviso, apparve lui. Era giovane, molto
giovane: dieci anni meno di lei. Il corpo ben fatto, i capelli
corvini a incorniciare un profilo mediterraneo.

Si chiamava Tiziano. Uscì con lui qualche volta. Una
passeggiata, un cinema, una pizza. La intrigava il suo
corpo, e quando lo invitò a posare, lui non disse di no.
Ma forse voleva dimostrare qualcosa a se stesso.

Arrivò nel primo pomeriggio. Bevvero qualcosa per spezzare
il disagio, ma Lucia non aveva alcun dubbio su come sarebbe
andata a finire. Da troppo tempo non sentiva la ruvidezza della
pelle maschile sotto le labbra, una bocca d'uomo sui seni, sul
corpo. E quell'odore di muschio che inebria le nari. Riempì
due bicchieri, molto pieni. Vuotò il suo in un colpo, mentre
vedeva chiaramente le riflessioni di lui e le domande che si
stava ponendo, ma non si mostrava impacciato. Il cielo era
di piombo, i tuoni squassavano l'aria, in breve, iniziò a
piovere a dirotto. Lucia versò ancora del whisky, poi
restarono seduti nella penombra rischiarata dai lampi.

- Guarda, la natura si sta sfogando - disse lei, avvolta nella
nuvola di fumo di una sigaretta.

- Ne ha bisogno - rispose, laconico.

Le piaceva quel suo atteggiarsi a duro.

- Iniziamo, allora? - mormorò dopo un po'.

Voleva vedere Tiziano così come le era apparso in una
fuggevole visione: nudo e con il sesso eretto.

- Quando vuoi!

Guardò il suo nobile viso, mentre il suo corpo desiderava
l'uomo che era già nel ragazzo. L'afferrò un desiderio di
soddisfazione così forte, che avrebbe voluto massaggiarsi
i seni per placarlo. Dei piccoli aghi le punzecchiavano le
cosce, la pelle bruciava. Voleva essere toccata, abbracciata,
ma prima voleva le foto. Bevve un altro sorso.

Tiziano si spogliò con disinvoltura apparente, mentre lei
fissava ammirata la selva di peli ricci e neri tra le gambe.
Gli aveva già spiegato cosa aveva intenzione di fare, ma
ora vedeva i suoi occhi chiedersi se l'interessamento fosse
soltanto professionale. Non sciolse i dubbi, perché le
piaceva quell'incertezza.

Insieme, dipinsero di bianco il corpo di lui. Mentre Lucia
spalmava la tinta, aveva voglia di esplorare con la lingua il
solco tra i due sodi globi di massa carnosa e virginale che
costituivano il bel culo armonioso, ma si trattenne. Di tanto
in tanto, sbirciava il suo cazzo, che si andava inturgidendo
sotto l'effetto dei massaggi. Aveva la gola inaridita, e
avvertì un leggero umidore tra le gambe. Tuttavia cercò
di concentrarsi sul lavoro da fare.

- Ehi, non voglio fare foto porno - disse, con un sorriso,
indicando con un dito la sua mascolinità ormai gonfia.

- Sì, scusami. Non sono di legno.

Sorrise di nuovo, poi cominciarono. Sul corpo dipinto di
bianco, Lucia proiettava delle diapositive realizzate in
precedenza a quello scopo. L'effetto era a dir poco
sorprendente. Su Tiziano si materializzavano paesaggi
e figure di ogni tipo. Lei fotografava. Si eccitava. Clik. Il
motore della macchina fotografica ronzava.

- Gira lentamente su te stesso - sussurrò con voce roca.

Clik. Ancora il sottile ronzio. Incandescenti fondali. Clik. Il suo
desiderio montava nel buio della stanza, illuminata appena
dai bagliori del corpo di lui. Clik. Un groppo le faceva su e
giù per la gola. Clik. Tra le gambe era un lago. Clik. Il suo
ventre pulsava. Clik. Il rullino finì. Clik. Ma una sottile
perversione le fece continuare la commedia. Clik. Non
voleva interrompere quegli attimi magici. Clik. Il miele
colava, bagnandole le cosce. Clik. I capezzoli erano turgidi
e tesi.

Pazza di desiderio buttò la macchina sul divano e
s'inginocchiò di fronte a lui, che non si mosse. Afferrò
con le labbra il suo tenero cazzo, e cominciò a succhiare.
La tintura - per fortuna non tossica - si scioglieva nella sua
bocca con un dolce sapore, mentre l'asta si ergeva con
prepotenza. Avvertiva il suo afrore selvaggio. Sì, pensò,
così deve entrare in me! Molto profondamente! Adorava
quel fallo come fosse stato un dio primitivo. Tiziano
posò le mani sulla sua testa.

- No! Non mi toccare. Resta così, non ti muovere. Godi.

Una corteccia d'albero dalle mille tonalità si proiettava sul suo
corpo, e lei ne succhiava la linfa. Una lasciva saracinesca, e
lei ne puliva la ruggine. Un muro lussurioso, lei lo dipingeva.
Un cielo nuvoloso, e si bagnava alla pioggia. Poi si ristorò
ai raggi di un sole infuocato, e beveva le pure acque di un
torrente montano. Sapientemente restaurava affreschi in
rovina. Il preparato sul suo corpo si scioglieva al loro piacere.
La pelle di Tiziano brillava, mentre gocce di sudore scivolavano
sul ventre, tra le gambe, sulle cosce forti e muscolose. Fremeva
d'impazienza. E lei gioiva della lussuria che egli sprigionava.
Le sue labbra accarezzavano il sesso in modo tale che non
riusciva a reprimere le grida, e tanto penetrante era l'estasi
che improvvisamente dal suo fallo si propagò a tutto il corpo di
lei, lasciandovi il fuoco. Piccole lingue saettavano nel buio e la
facevano ardere. Sentiva ormai la promessa dell'immenso
piacere maschile, mentre con dita leggere palpva la pelle
dello scroto. Egli rabbrividiva. Era caldo di desiderio. Tra
le sue labbra pulsava il cuore dell'uomo. Così duro, così
uniforme, così terribilmente mascolino. La bocca afferrava
e lasciava il turgidissimo membro con movimenti sempre
più rapidi e frequenti, mentre un rauco ansimare riempiva
la stanza. I muscoli del ventre protesi, irrigiditi, Tiziano
attendeva. Lucia avrebbe potuto piangere tanta era la
tenerezza che provava. La sua lingua premeva contro
la compattezza del cazzo, fino a sentire il profondo
pulsare delle vene. Oh, mio caro, mio meraviglioso
caro uomo!

Tiziano respirò profondamente, il suo petto si gonfiò
nell'attesa del piacere imminente. L'attesa spasimante
trapassò in lei. I seni bruciavano, mentre la lingua
scivolava fremente. Quando stava per avvenire, mosse le
mani intorno al suo corpo. Sentii la piccola apertura del
culo, la piccola rosa dischiusa. Provò a forzare. Egli s'impennò,
come sotto lo stimolo di una frustata, entrando a fondo
nella sua bocca. Si tese nell'orgasmo.

E infine la forza vitale zampillò calda nella sua gola. Ingoiò
il seme, mentre egli svuotava completamente i suoi polmoni
dal fiato. Lucia sollevò di scatto il capo, la bocca gocciolante
di sperma, e gli sussurrò con voce rotta dall'emozione:
- Sei meraviglioso!

Per tutto il tempo non avevano più sentito l'imperversare
del temporale. Ma, d'improvviso udirono nuovamente i tuoni
che spezzavano il cielo, mentre saette di luce penetravano
dalla tapparella abbassata. Lucia si rialzò.

- E' stato fantastico - biascicò lui, la voce ancora roca dal piacere.

Lucia lo prese per mano. - Vieni! Andiamo a farci una doccia.



Non avrebbe mai immaginato che si sarebbe innamorata di
Tiziano. Invece fecero coppia fissa per oltre un anno. Lucia
portava in giro il suo giovane come fosse un trofeo. Nelle
serate con i suoi amici, il ragazzo non apriva bocca, non
interveniva nelle discussioni. Non sapeva cosa dire.
Guardava tra i libri, sceglieva un disco. Questo evidente
squilibrio, nell'intimità doveva pur essere compensato.
Ma non si può cambiare la natura e neanche l'età. In
definitiva, il suo essere donna voleva un uomo a cui
sottomettersi.

- Voglio che mi frusti. - Così, con semplicità, gli disse una volta.

- Ma che dici? sei pazza?

Pensava d'aver trovato la soluzione. Qualcosa in lei anelava
alla violenza e voleva sottomettersi a lui, a Tiziano. S'avvicinò,
lo baciò, mentre già scioglieva la cinghia dei pantaloni e gliela
metteva in mano.

- Battimi - ordinò.

- Sei una pazza!

Il viso era alterato da una smorfia, ma Lucia gli leggeva negli
occhi uno scintillio perverso.

Sollevò sui fianchi la stretta minigonna e si chinò sul pavimento.
Lo fissò di sbieco.

- Battimi - ripeté, muovendo il culo come una puttana di strada.

Riuscì finalmente a farsi odiare. Tiziano alzò il braccio. Uno
schiocco, poi la lingua di fuoco le lambì le natiche. Il dolore fu
come una pugnalata e penetrò profondamente, molto
profondamente nella sua carne. Un immane calore che
invase la pelle: dalla natiche alla schiena, al collo, dal collo
al seno, dal seno al sesso. Un tremito la percorse, mentre
notava il rigonfiamento che deformata il davanti dei pantaloni
di lui.

- Spogliati - disse Tiziano a un tratto.

Lucia non oppose resistenza. Un'umiltà servile si era insediata
in lei. Aspettava con impazienza l'umiliazione, il dolore
lacerante della frusta. Solo questo anelava. Strappò in fretta
la camicetta, con un desiderio fremente di liberazione. Ora,
voleva soltanto che si negasse in lei il potere che aveva su di lui.
Un potere dettato dall'età che non si poteva cambiare.

- Sì, battimi - bisbigliò ancora.

Tiziano alzò di nuovo il braccio. Lei lo guardava in volto: i suoi
occhi bruciavano. Poi, la cinghia avvampò di nuovo sui lombi,
come un ferro incandescente. Con un gemito cadde sul
pavimento e si contorse sotto la seconda frustata. Il colpo
giunse così rabbioso che le compresse i polmoni e ne
fece uscire l'aria. La dilaniava un brutale tormento. Ma ecco
che calò un altro colpo, che la fece barcollare e ricadere
su un fianco. E un altro... un altro ancora... e ancora. In un
mare fiammeggiante di convulso martirio, l'ardore diventava
sempre più luminoso. Bruciava, quando emise un grido così
alto che riuscì a percepire anche se era invasa dall'estasi
tagliente. Scossa da un fremito incontrollabile, si toccò tra
le gambe. Era incredibilmente umida e appiccicaticcia.

Mentre Tiziano gettava la cinghia in un angolo, continuò
a carezzarsi velocemente, gemendo. Fino a venire. Poi
si voltò verso di lui: era seduto sul divano e piangeva.

- E' meglio che non ci vediamo più! - le disse dopo un po',
con una espressione assente negli occhi.

Pensava che scherzasse, e invece ben presto si accorse
che faceva sul serio. Tiziano non si fece più vedere.

Fu come precipitare da un'alta rupe e sfracellarsi al suolo.
Di lei non rimasero che minuti frammenti, inezie di
personalità impossibili da raccordare tra loro. Tutte inutili
furono le parole; inutili le telefonate, i "non succederà più".
Niente, non voleva più vederla.

Tiziano viveva da sua sorella ormai da tre mesi, quando un
pomeriggio si presentò da lui con un'idea ben chiara nella
testa. Sapeva che lui non le avrebbe parlato, ma una
settimana prima l'aveva visto sulla sua moto; sul sedile
posteriore, una massa di biondi capelli che scivolavano
fuori da un casco.

Quando Tiziano aprì la porta, lì sul pianerottolo, con una
lametta, Lucia si diede tre colpi secchi al polso sinistro.
Il sangue zampillò da ogni parte, inzuppando lui, se stessa,
il pavimento... E mentre immobile aspettava l'oblio, un
suo gesto di conforto, la sorella accorse, inorridita. Cacciò un
urlo e rientrò nell'appartamento, Un attimo dopo riapparve, le
gettò un asciugamano, suonò affannosamente al vicino, afferrò
Tiziano per la spalla e richiuse la porta. Lucia restò lì, svuotata
da ogni angoscia e dolore, con il vicino che non sapeva che fare.

- Mi porti in ospedale - gli disse infine Lucia.

Fu lei ad indicare la strada a quel signore attempato,
preoccupato più che non le sporcasse i sedili che per altro.
Ma non sarebbe morta. Non in quel modo, disse il dottore.

- Se vuoi veramente farla finita, devi tagliare le vene in senso
longitudinale, e non trasversalmente come hai fatto. Ma se poi
vuoi fare davvero in fretta, taglia la giugulare, e stai tranquilla
che qui non ci arrivi di sicuro - consigliò.

Non stette a perdere tempo con frasi del tipo: perché l'hai fatto?
tutto si risolve! Ma sul referto scrisse "incidente", così da non
dover fare il rapporto alla polizia. E la cosa finì lì.

Lucia non rivide più Tiziano, neanche per caso. Si rinchiudeva
nella camera verde, il suo rifugio contro il mondo, si diceva, e
passava le giornate a rimettere insieme i cocci della sua
distrutta personalità.

Vi è mai capitato di essere soli? Non intendo il comune star soli,
che può essere del tutto normale. Intendo la 'solitudine'. Ebbene,
lei era sola. Vagava in uno stato di apparente inesistenza. E fu
la camera verde e il comò fine ottocento della nonna, che vedeva
fin da quando era bambina, che la salvò dalla pazzia.

Andava a letto presto, la sera, anche se poi passava molto
tempo prima che riuscisse a dormire. Niente televisione, leggeva.
Lasciò che il telefono le fosse disattivato, tanto non voleva che
qualcuno la cercasse. Ma aveva sempre freddo. Era 'sola'! E
beveva. Beveva senza voglia, solo per riscaldarsi e poi
addormentarsi stanca. Non si toccava neanche più per
darsi il piacere da sola, il suo corpo la ripugnava. Era brutta:
si odiava!

Sei mesi.

Finalmente, la notte di capodanno, tra i lampi dei fuochi
d'artificio, tra gli spari, le voci chiassose, l'allegria delle feste,
sola nella camera verde, suo grembo materno, decise di
compiere quell'operazione che sapeva le avrebbe permesso
di tornare a vivere ancora.

Preparò ogni cosa con diligenza e poi si stese sul letto,
pronta a quella che sapeva sarebbe stata una lunga notte
di dolore. Un parto autogestito della sua nuova vita.

Ma impiegò molto tempo prima di trovare il coraggio e
d'impulso premere il pulsante dell'avvio per lasciare che
l'immagine della diapositiva esplodesse sul telo. Grande,
incommensurabilmente grande, apparve il volto di Tiziano,
mentre una fitta lacerante trafiggeva il suo cuore. Fissò
l'immagine lungamente, cercando nel suo volto le tracce di
quel che sarebbe successo nel futuro. Qualcosa lesse,
negli occhi neri, brillanti, sibillini e testardi.

Altre immagini poi si susseguirono, ne aveva più di mille. In
autunno, in primavera, al mare, in montagna, a passeggio in
un borgo, in studio per una posa, disteso languidamente sul
letto di un albergo, con quegli orribili jeans rossi che chissà
dove aveva trovato. Tiziano sulla moto, Tiziano appoggiato a
un rudere. Lucia aveva il petto gonfio d'affanno, il dolore
montava, ma non riusciva a trovare la via per fluire da lei.
Tiziano nudo, in cento e una posa. Passò lentamente tutte
le immagini, nulla doveva sfuggire al suo sguardo, nulla doveva
restare depositato nei recessi profondi della coscienza, per
poi tornare a imbiancare le sue notti. Lei, cannibale, mangiava
la sua carne, per possederla, per liberarsi di lui.

L'immagine della cinghia le trapanava il cervello. Perché si era
fatta battere? Cosa cercava? Cosa aveva ottenuto? Avanti,
ancora avanti! In viaggio. Il mondo era stato loro. Maledetto!
Maledetto! Maledetto! Il lungo tormento sembrava non aver
mai fine. Mentre le immagini proseguivano, chinò infine il
capo, investita dalla massa dei ricordi. E finalmente
successe. Si sciolsero i nodi che legavano il suo petto
e lacrime senza freni sgorgarono a riempire il vuoto del
cuore. Pianse, si commiserò, accovacciandosi stretta
stretta su se stessa. S'abbandonò con sollievo alla sua
pena infinita.

Le fotografie scorrevano di fronte ai suoi occhi appannati,
lustravano il sale sulle labbra, mentre piangeva e piangeva.

Un pallido riverbero di luce penetrava dalla finestra quando
si spense l'ultima foto. Il nuovo anno era cominciato. Lucia
penetrò, sfinita, nelle tenebre del sonno, come in un baratro.

Si svegliò che era già pomeriggio. Mentre sistemava le foto
ordinatamente nei loro contenitori, avvertì soltanto un tremito
leggero sulle dita. Poi guardò il mondo di fuori. Due piccioni
si beccavano sul davanzale della finestra, una nuvola leggera,
quasi candida, attraversava il cielo, il rumore di un'auto sulla
strada che le sembrò dolce melodia.



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