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  IL GIORNO CHE SUNNY MENDEZ SCOPRÌ DI ESSERE UN UOMO Autore: Anchise

Sunny Mendez aveva diciotto anni, i capelli scuri, un taglio classico
e un crocifisso al collo. Lavorava nell'impresa di pulizie che si era
aggiudicata quasi tutti i contratti di West Hollywood. Aveva un
compito ben preciso, lui. Era il secondo specialista della "squadra
pavimenti", un compito di assoluta responsabilità. E lo faceva con
coscienza, ogni mattina, dalle sei alle nove, prima che la giornata di
lavoro tipica della West Coast cominciasse in tutta la sua frenesia
opulenta e sfacciata.

Sunny Mendez viveva ad Anaheim, una cittadina un po' squallida a sud
di Nostra Signora degli Angeli, come la chiamava ancora sua madre. Los
Angeles, l'immensa distesa americana di case, highways, fuoristrada,
puttane, spacciatori e ragazzi come lui, come Sunny Mendez, stranieri
in terra straniera.

La mamma di Sunny Mendez era cattolica, anzi cattolicissima. Aveva
educato suo figlio come un piccolo Cristo, a messa tutte le domeniche,
riunioni bisettimanali con la parrocchia, conferenze con le
associazioni religiose della città e tutta questa bella robetta.
Infatti, Sunny Mendez non beveva, non fumava e non andava con le
donne, las putas, come le chiamava la madre, che naturalmente
escludeva se stessa e le altre signore rispettabili e messicane dalla
categoria di cui sopra.

Sunny Mendez non era mai stato con una donna. Aveva pochi amici e
desiderava sposarsi. A tutti i costi. In chiesa gli avevano insegnato
che il sesso è una cosa così brutta e sporca, se fatta prima del
sacramento del matrimonio, che un ragazzo onesto come lui avrebbe
potuto finire all'inferno prima del tempo, prima ancora di morire.
Gli avevano parlato di malattie orrende, di sofferenze indicibili, di
perdita della vista, dell'udito, dell'olfatto, di caduta progressiva
dei capelli e, last but not least, di caduta dell'organo sessuale
maschile con annessi e connessi. Ma questo solo in caso di zozzerie
contro natura.

Eppure a Sunny Mendez, la sera, quando si coricava nel lettino della
sua roulotte e pensava a las putas, gli veniva duro. Ma così duro che,
col passare del tempo, fatta la conta dei cinque sensi, aveva deciso
di rischiare il tutto per tutto. Quante seghe ci vogliono per perdere
la vista? Dieci? Cento? Mille? Al diavolo, mi piglierò il cane guida,
pensava.

Il tormento spirituale di Sunny Mendez aveva assunto quasi le
caratteristiche di una tortura medievale quando aveva cominciato a
lavorare con la sua squadra per Smith, Jamison, Limelight & Stock. Uno
studio legale pieno di segretarie in minigonna e di avvocati in calze
nere e scarpe col tacco. Un'impresa costruita e popolata da donne, in
cui gli uomini erano in decisa minoranza.
Il suo turno di lavoro finiva alle nove, giusto in tempo per
incrociarne qualcuna, sentirne il profumo di prima mattina, salutare
timidamente e correre via con il pisello che litigava a morte con i
bottoni dei jeans.

"Oh amico, la vedi quella?" gli faceva Danny Decicco, un poco di buono
che lavorava con lui alla "squadra pavimenti".

"Sì" faceva Sunny Mendez e abbassava lo sguardo.

"Quella me la fotterei notte e giorno fino a farle cambiare colore ai
peli della fica..."

E Danny Decicco rideva come un matto, mentre il chico messicano
arrossiva pensando che anche lui avrebbe voluto farle certe cose, ma
non così brutalmente, con dolcezza, come un vero gentiluomo. Non si
tratta così una signora.

"Quella" era Katherine Stock. Socia dello studio a trent'anni. Due
lauree, una a Yale. Un metro e ottanta, capelli rosso fuoco, eleganza
impeccabile garantita da un paio di gambe inimmaginabili.

Aveva uno degli uffici in fondo al piano, tre stanze immense in cui
lui, Sunny Mendez, si perdeva la mattina, con la scopa in mano, in
mezzo alle raccolte delle decisioni della Corte Suprema degli Stati
Uniti d'America, i fascicoli sparsi qua e là, le foto di quella donna
bellissima tra le braccia di un uomo dall'aspetto distinto e ricco.
Io sono il custode dei suoi pavimenti, pensava, sono l'angelo della
cera, il distruttore dei bacilli.

Era fortunato Sunny Mendez perché "quella donna" non arrivava mai in
ufficio prima delle nove. Lei poteva permetterselo, poteva permettersi
tutto. Si dicevano cose irripetibili sul suo conto. Quel bastardo di
Decicco l'aveva più volte informato in materia. Aveva sentito storie
di festini a luci rosse, roba da sesso, droga e rock and roll, si
diceva persino che se la facesse con le donne.

"Quella è una troia, chico... credimi!" gli gridava Danny nelle
orecchie, con la lingua a penzoloni.

Ma Sunny Mendez non ci credeva. Era troppo bella Katherine Stock per
essere una puta. Doveva essere un angelo. Una donna da sposare prima e
poi farci quelle cose sporche che lui tanto sognava.

Una mattina come tante altre, una mattina che ancora era buio, Sunny
Mendez prese l'autobus per West Hollywood, percorse la Freeway numero
5 in direzione nord, poi la 101 verso Ovest, Wilshire Boulevard, Santa
Monica Freeway, Santa Monica Boulevard fino ad arrivare dritto dritto,
dopo più di un'ora di viaggio, al sontuoso studio SJLS.

A quell'ora non c'era ancora nessuno, nemmeno l'amico Danny. Era in
anticipo, ma poteva entrare, poteva cominciare. Sunny Mendez entrò
nell'edificio, salutò con un cenno del capo i guardiani che
ricambiarono, assonnati come sempre, ma come sempre sorridenti, e si
diresse verso l'ascensore. Lo studio era immerso nell'oscurità,
silenzioso come solo poteva esserlo di notte, dalle finestre Sunny
Mendez poté vedere che stava albeggiando.

Preparò l'occorrente per la "squadra pavimenti", si fermò un istante,
guardò l'orologio. Dove diavolo si è cacciato Decicco?
Un pensiero improvviso s'impossessò di lui. Si ritrovò nelle stanze di
Katherine Stock, avanzando come al solito come se fosse in un museo,
come se avesse paura di lasciare impronte, sporcare, rompere qualcosa.
Si fermò davanti alla grande scrivania in legno, l'accarezzò, afferrò
una fotografia. Le solite facce sorridenti, una bellissima, quella del
suo angelo. Sospirò e chiuse gli occhi.
Sunny Mendez voleva sposarsi e scacciare il terrore di ritrovarsi a
vent'anni cieco, sordo, muto e sulla sedia a rotelle. Ancora una sega
e sarebbe morto, ne era sicuro.

"Hai proprio un bel culo, ragazzo..."

La fotografia gli scivolò dalle mani, il vetro si ruppe non appena
toccò terra. Sunny Mendez, diciotto anni, un lavoro da lavapavimenti,
desiderò con tutte le sue forze lanciarsi a volo d'angelo giù dalla
vetrata che si apriva dietro la scrivania di "quella donna".

"Madre de Dios...", ansimò terrorizzato.

Katherine Stock, seduta sul divano in fondo alla stanza, nella
penombra, le gambe accavallate, lo guardava.

"Oh, senora... perdoname, no soy venuto aqui para..."

"Tranquillo, ragazzo, rilassati..."

Sunny Mendez tremava come una foglia. Maledisse la sua incapacità di
esprimersi in un inglese comprensibile per i cittadini americani.
Arrossì violentemente e abbassò lo sguardo. Meglio morire di seghe che
fare la figura dell'ignorante davanti a quell'angelo.

"Come ti chiami...", fece "quella donna", comodamente seduta sul
divano, il profilo del suo corpo appena visibile, ma
inequivocabilmente suo.

"Sunny... Me... Mendez...", balbettò il ragazzo messicano, di
professione supereroe del pulito, con un crocifisso al collo e la
messa ogni domenica.
L'immagine di una figa gigantesca gli occupò di colpo la mente,
impossessandosi dei suoi pensieri, scacciando per un attimo i Dieci
Comandamenti. Si vedeva, enorme e fiero, penetrare quella roba gigante
ed ascendere direttamente in paradiso, tra i canti degli angeli e gli
osanna dei beati.

Katherine Stock si alzò. Mosse le gambe lunghe e velate, camminando
piano verso il centro della stanza. La luce dell'alba la illuminava
sempre di più, man mano che si avvicinava alla vetrata. Un tripudio di
femminilità elegante e leggera, sensuale e terribile, una minaccia di
morte.

Sunny Mendez fece un passo indietro sbattendo contro la scrivania e
rovesciando un vaso che, a giudicare dall'aspetto, doveva essere
preziosissimo. Il vaso si infranse non appena toccò terra.
Aprì la bocca per scusarsi, umiliato davanti al suo angelo, ma "quella
donna" con un piccolo gesto rapido e discreto, gli posò le dita sulle
labbra.
Quel tocco inaspettato gli provocò la più scontata delle reazioni.
Sgomento nel petto e rigidità assoluta nei pantaloni.

"Stai zitto, Sunny Mendez... Ti scuserai formalmente con me, ma più
tardi, quando scriverò una piccola lettera di protesta alla società
per la quale lavori... Tu verrai da me, ti scuserai e la faccenda sarà
chiusa..."

"Oh, no senora... Mi capo me estacas las..."

Un brivido lo attraversò tutto, in profondità, e gli strozzò in gola
le quattro parole angloispaniche che sapeva pronunciare.
La mano della "puta" americana era scesa dalle sue labbra al suo collo
e dal suo collo al suo petto, accarezzando il cotone della T-shirt da
quattro soldi, scendendo fino alla cinta dei jeans e risalendo di
nuovo, ma sotto la maglietta, a contatto con la pelle nuda.

Madre de Dios, pensava, Sunny Mendez. Madre de Dios.

Chiuse gli occhi, perché faceva meno paura. Sentì le labbra di
Katherine Stock sulle sue guance ruvide, le sentì sul collo, il
profumo dei suoi capelli.
La reazione, pur scontata, aumentava pericolosamente di intensità.
Terrore nel cuore e inferno compresso nelle mutande. Una lotta
all'ultimo sangue tra la paura di morire ed il bisogno irrefrenabile
di fare quelle cose sporche che erano diventate la sua unica ragione
di vita.

Era un bel ragazzo, Sunny Mendez. Alto quasi sei piedi, le spalle
larghe, la muscolatura da nuotatore, i lineamenti latini.
Katherine Stock, che era un'intenditrice, come in una famosa
pubblicità, aveva riconosciuto il pezzo di qualità soltanto
annusandolo. E pure da lontano.
Non è opera facile, io non ne ho mai azzeccata una in materia.

Gli tolse la maglietta, riprese ad accarezzargli il torace.

Non poteva guardare quella donna negli occhi, Sunny Mendez. L'aveva
fatto solo per un istante e si era perso nel verde, divorato e
schiacciato da un'intensità che nessun uomo riusciva a sopportare.
Figuriamoci un povero chico messicano di diciotto anni.

Malefica, la donna gli posò una mano sui pantaloni, all'altezza del
fianco. Si avvicinò con il corpo al petto nudo del ragazzo, i
capezzoli che sfioravano la pelle di lui attraverso la seta della
camicetta. Fece scivolare quella mano verso il centro, gli strinse
piano l'erezione prepotente e dolorosa. Avvicinò le labbra alle sue
orecchie.

"Come sei grosso, Sunny Mendez..."

Madre de dios, pensava il chico. Signore, portami via, non farmi
soffrire, perché infrangerò le tue leggi.

Ansimava, poveretto. E cominciava pure a sudare. Pensò che sotto aveva
le mutande dei Simpsons ed inorridì.

Ma Katherine Stock non ci fece caso. Aveva già sbottonato tutto quello
che poteva sbottonare ed ora glielo stringeva con quella mano
maledetta, massaggiandolo. Sunny Mendez aprì gli occhi e vide la
scena. Il suo cazzo, eretto, svettante, lucido nella sua estremità
rigonfia, stretto da una mano che non era la sua.
Madre de Dios.

La "puta" continuò per un po' in quel modo, massaggiandolo e
leccandogli il collo, premendosi contro di lui con tutto il corpo,
incrociando le sue bellissime gambe con quelle di lui.

"Adesso, spogliami, Sunny Mendez..."

E lui lo fece. Esitante, goffo, tradendo tutta la sua abissale
inesperienza. Le tolse la giacca del tailleur, armeggiò con i bottoni
della camicia, tremando come un bambino e recitando mentalmente a
velocità supersonica tutte le Ave Marie che poteva. L'ultimo bottone
si staccò e rotolò sul pavimento.
Katherine Stock rideva deliziata.

"Perdoname, senora..."

"Povero piccolo, ti aiuto un po'...", fu la risposta di lei.

Fu lei a togliersi il reggiseno di pizzo, bianco come la sua
carnagione.
Sunny Mendez appoggiò tutte e due le mani su quel seno, perfetto nelle
dimensioni e nella consistenza della carne. La sensazione dei
capezzoli turgidi contro il palmo della mano gli fece un certo
effetto. Sangue che corre impazzito verso il basso, abbandonando il
cervello.
Madre de Dios, io, Sunny Mendez, al tuo cospetto, Signore, chiedo
ufficialmente di essere privato della mia vita terrena perché,
Signore, dichiaro, altrettanto ufficialmente, che sto peccando e che
con questo peccato voglio morire.

Goffamente, così come aveva cominciato a spogliarla, Sunny Mendez
prese quei capezzoli nella sua bocca di chico messicano diciottenne e
cominciò a succhiarli, alternativamente, con foga. La donna gli teneva
la testa, sospirando appena.

Katherine Stock se lo trascinò, tenendolo per mano, sul divano, laggiù
nella penombra che andava diradandosi. Il ragazzo gli fu sopra, tra
quelle gambe splendide che si aprivano per lui, la gonna che si
sollevava stropicciandosi, i bordi di un paio di calze nere
autoreggenti che si rivelavano, esaltando il candore delle sue cosce.
La "puta" americana non portava le mutandine.
Sunny Mendez se ne accorse quando lei gli prese una mano e se la portò
tra le gambe. Non poteva sapere lui che una donna quando si eccita, si
inumidisce, si bagna, e che quando fa così, vuol dire che lo vuole
dentro, vuole essere presa.

Katherine Stock continuava a guardarlo. Adesso anche lui la guardava,
dall'alto. Vista così, un po' spettinata, la bocca leggermente aperta,
gli occhi verdi di un verde che sembrava più intenso, Katherine L.
Stock era bella da far paura.

"Vieni dentro, ometto..." gli disse. La puta.

Sunny Mendez, diciotto anni, un lavoro ed una vita di cui non gli
fregava più nulla, diresse il suo cazzo messicano verso la fica di
quella donna americana di prima classe.

Ed entrò, non fu difficile, entrò, scivolò dentro di lei lentamente,
immaginando la sua prossima discesa negli inferi.
Madre de Dios.

La donna inarcò la schiena, piegò le gambe un po' di più, si passò la
lingua sulle labbra rosse.

"Bravo, il mio ragazzo... Adesso spingi... scopami, dai..."

Sunny Mendez la scopò. Cominciò a farlo, spingendo con delicatezza
all'inizio, per paura di farle male, non poteva sapere, lui, che non
le faceva male affatto, che la stava facendo godere. Fu lei a
dirglielo e lui allora aumentò il ritmo, sollevandosi sulle braccia,
chiamando a raccolta tutte le sue forze di adolescente.

Quando raggiunse una discreta velocità, lanciato in corsa come un
cavallo pazzo, imperversando su di lei senza remora alcuna, Katherine
Stock, che la sapeva lunga, lo bloccò. Conosceva la regola numero uno.
Diffidare di cavallo pazzo, fa i cento metri in dieci secondi netti.

"Fermati, fermati un attimo, ragazzino...", disse ansimante.

Lo fece girare, Sunny Mendez si sdraiò sulla schiena. Il ragazzino se
la ritrovò sopra e si ritrovò di nuovo dentro di lei. La "puta"
americana cominciò a muoversi lentamente, tenendolo dentro di sé solo
a metà, roteando il bacino, usandolo come una leva per aprirsi ancora
di più.
Era il suo modo di scopare, Katherine Stock era abituata a stare
sopra. Sunny Mendez, che non era abituato né a stare sopra, né a stare
sotto, la guardava strabiliato. Che quella donna non fosse tanto
angelo, lo capiva anche lui. Ma se era il diavolo, Cristo divino,
aveva le fattezze di una figa stratosferica.

"Ti piace così, ometto?", diceva lei, sorridendo e continuando a
muoversi con quel dannatissimo movimento rotatorio, scendendo un po'
alla volta, penetrandosi sempre di più.

"Oh, senora... yo soy perdido...".

Madre de Dios.
Sunny Mendez aveva già da tempo cominciato a pregare. Sapeva che per
lui non c'era più nulla da fare e che era condannato. Eppure - chissà
cosa diavolo passa per la mente di certi ragazzi - pensò di poter fare
un ultimo tentativo per conquistarsi la vita eterna.

"Tu quieres diventar mi esposa?", mormorò con un filo di voce.

Katherine Stock si fermò di scatto. Si sollevò leggermente sulle
ginocchia, facendo in modo di estrarre gradualmente dalla sua vagina
esperta quasi tutto l'arnese di quell'impertinente ragazzone messicano
che si era permesso di rivolgerle una domanda del genere.

Ma poi ci ripensò, giusto in tempo per fermarsi e lasciare dentro solo
la punta. Riprese ad ondeggiare, come fanno certe danzatrici del
ventre nei ristoranti siriani del centro...[:-)] Ma più piano,
altrimenti quei due centimetri di carne di maschio che aveva lasciato
dentro di sé le sarebbero scivolati via, condannandola all'orribile
sensazione di vuoto.
L'horror vacui è un disagio tipicamente femminile, credetemi.

"Certo che ti sposo... ma tu devi essere bravo con me..."

Lo disse fissandolo negli occhi. Al povero Sunny Mendez parve di
impazzire dalla felicità. Per un attimo aveva pensato che la sua donna
volesse farla finita e lasciarlo lì, rigido come un traliccio di
metallo, carico di quella robaccia bianchiccia che una volta aveva
dovuto pulire via con orrore persino dal soffitto, per la verità non
troppo alto, della sua roulotte.

"Oh, sì... todo lo que quieres... mi angelo salvator... amor que te
conficas dentro el corazon como una spina de dolor... tu es una santa
mujer... como la santa de la ciudad de Tijuana que..."

"Stai zitto, Cristo, tu e la Madonna di Tijuana... fai quello che ti
dico!"

Sunny Mendez, diciotto anni ed una donna fantastica sulla punta del
suo giovane cazzo, ammutolì.

"Io adesso resto ferma così... a questa altezza... devi essere tu a
venirmi dentro, spingendoti verso l'alto, capisci?"

Il chico deglutì e fece un cenno con la testa come a dire che aveva
capito.

"E mi devi chiamare 'troia', intesi?"

Madre de Dios, questo no, pensò. Non posso chiamare troia la donna che
sto per sposare!

"Intesi?!?"

Il verde di quegli occhi puntati dritti sui suoi, tolsero a Sunny
Mendez ogni volontà.

L'afferrò per i fianchi, cominciò a spingersi all'insù, sfidando la
forza di gravità e la resistenza dei suoi addominali, solo per
arrivarle ogni volta fino in fondo ed ogni volta più forte, finché
quasi sollevò anche lei, che cominciò a lamentarsi dal piacere e a
succhiarsi un dito, come era solita fare quando qualcuno la scopava.

Troia, troia, troia, gridava Sunny Mendez. Sì, dimmi che sono una
troia, gridava Katherine Stock.

Lei poteva essere anche una troia, ma quando venne, sotto i colpi
furiosi di quel ragazzino messicano da quattro soldi, impiegato della
ditta di pulizie del suo studio da venti milioni di dollari, era
davvero uno spettacolo. Un tripudio di femminilità, terribile come una
minaccia di morte.
Il piccolo Sunny Mendez la seguì presto, rovesciandole dentro tanto di
quello sperma che, quando lui si ritirò, le uscì fuori in parte,
scivolando sulle cosce fino al bordo delle calze.

Per qualche secondo fu il silenzio. Assoluto silenzio, dopo la
rumorosa e stramba cavalcata che avrebbe fatto invidia ai più esperti
cow-boys del Vecchio West.

Katherine Stock fu la prima a parlare.

"Senti, Johnny, ora levati dai coglioni, che è tardi..."

"S-Sunny..." fu tutto quello che lui riuscì a dire, prima di essere
messo alla porta senza troppi complimenti, assieme alla sua scopa ed
ai suoi stracci.

Quella porta, la Porta del Paradiso, si richiuse alle sue spalle.
Sunny Mendez non pensò nemmeno per un attimo di bussare. Non si bussa
alla Porta del Paradiso quando qualcuno l'ha richiusa buttandoti
fuori. Nemmeno se sei Bob Dylan.

Così lui, Sunny Mendez, girò le spalle e si avviò mestamente verso
l'uscita. I muscoli ancora gli dolevano, l'odore di lei non lo aveva
abbandonato.
Vagabondò per ore, con la mente in subbuglio e la paura di morire per
il peccato commesso che ricominciava a fare capolino. Gli era chiaro
che "la puta" non l'avrebbe sposato e, a quel punto, lui era perduto.

Camminando, camminando si ritrovò sulla spiaggia. L'oceano davanti e
l'immensità del suo sacro terrore. Un cartellone pubblicitario diceva
"The best onion rings in Venice!". I primi surfisti cominciavano a
preparare le tavole.

"Che cazzo hai, amico?" gli fece uno, incuriosito dal suo sguardo
ebete.

Sunny Mendez lo guardò con occhi lacrimosi.

"Tu me puedes indicar una iglesia?"

"Una chiesa!? Ma ti sei bevuto il cervello, stronzo messicano?"

"No, por favor..."

Il povero chico stava chiaramente per piangere. Roba da far pena a
chiunque. Il surfista si intenerì.

"Okay, vai in quel bar e chiedi di Padre L.L. 'Cool' Jackson..."

Meccanicamente Sunny Mendez entrò nel locale che quel tizio gli aveva
indicato. Forse una speranza c'era ancora.
Dietro al bancone, Padre L.L. 'Cool' Jackson cucinava fish & chips
insieme ad un donnone che assomigliava ad Aretha Franklin. Quando capì
che quel ragazzo dall'aria sfatta e decisamente smarrita voleva
confessarsi, prese due birre dal frigo e gli ordinò di seguirlo.

Nella stanzetta dietro al negozio dei coniugi Jackson, Padre L.L.
'Cool' ascoltò in silenzio, trincando entrambe le birre, la storia del
povero ragazzo messicano diciottenne sedotto e abbandonato dalla
solita troia americana di super lusso.

"Cazzo, ragazzo..." disse alla fine, scuotendo la testa ed
accompagnando il suo commento con un rutto colossale da Oktoberfest.

"Soy perdido, Padre?", domandò Sunny Mendez terrorizzato.

Padre L.L. 'Cool' scosse la testa di nuovo. "No, sei solo un po'
stronzo...", fece.

Il ragazzo non capiva.

Allora Padre L.L. 'Cool' si alzò, scartabellò dentro un mobiletto e
tirò fuori due vecchi 45 giri. Il primo era l'edizione "gold" di
Stairway to Heaven dei Led Zeppelin. Il secondo era Highway to Hell
degli AC/DC. Glieli mise davanti e cominciò a parlare.

"Vedi ragazzo... la via per il Paradiso è una scalinata lunghissima e
dura... la via per l'Inferno, invece, è un'autostrada ad otto corsie,
facilissima da imboccare e facilissima da percorrere... Ora, noi
poveri pezzi di merda non andiamo da nessuna parte, perché solo gli
angeli vanno in Paradiso ed i figli di puttana, ladri ed assassini,
che poi sono i diavoli, vanno all'Inferno..."

Sunny Mendez continuava a non capire.
Padre L.L. 'Cool' fece una smorfia di insofferenza.

"Tu sei un angelo, razza di coglione?"

"No...", rispose esitante Sunny Mendez.

"Sei un diavolo?"

"N-no..."

"E allora, Cristo, se non sei un angelo e non sei un diavolo, che
cazzo sei?"

Sunny Mendez, lo sguardo un po' assente di chi capisce sempre di meno,
fissava il suo confessore senza proferire parola.

"Insomma, tra i Led Zeppelin e gli AC/DC, che cazzo ci metteresti?",
fece Padre L.L. 'Cool' spazientito, sperando che l'esempio musicale
potesse risultare di qualche utilità.

"Ma-Madonna?" Sunny Mendez provò ad indovinare.

Il Confessore piantò una manata violentissima sul tavolo, facendo
cadere tutto quello che c'era sopra.

"Brutto cazzone idiota!!! Maledetta testa di cazzo! Sei un imbecille
senza speranza! Tra gli angeli e i diavoli ci stanno gli uomini! E tu
sei un uomo! Uomo!! Benvenuto sulla terra, signorino! Ma chi sei... il
fratello cretino della Bella Addormentata nel Bosco?!"

Sunny Mendez trasalì. Un uomo? Non un ragazzo, un uomo. Quel tizio lo
aveva chiamato proprio così. Forse cominciava a capire, ma non ne era
ancora sicuro. Dai Dieci Comandamenti all'anno 2000 doveva essere
successo qualche cosa.
E sua madre... cazzo, non si ricordava le tabelline, come poteva
capire qualcosa della vita?

"Comunque sei assolto... ed ora vai a farti fottere fuori di qui!"

Madre de Dios, pensò per l'ultima volta Sunny Mendez, ringraziando
Padre L.L. 'Cool' Jackson e lasciandolo ai suoi fish & chips.

Uscì in strada. Il sole già alto ed i mille colori della spiaggia di
Venice. Le signore in shorts da jogging con il solito cane-spazzolone
al seguito. Gli energumeni che si esercitavano nelle palestre
all'aperto piazzate qua e là. I ragazzini con le magliette dei Lakers.
La puzza di cipolla che aleggiava nell'aria, alle dieci del mattino.
Ora di colazione.

Quattro ragazzi, seduti intorno ad un tavolino di pietra al lato della
strada, cantavano una vecchia canzone, battendo le mani a tempo.

I see you dressed to kill
I know I can't wait until
Hallelujah, here she comes

I see you dressed in black
I guess I'm not coming back
Hallelujah, here she comes...

A Sunny Mendez, che respirava a pieni polmoni l'aria tiepida della
mattina, scappò un sorriso.
Buongiorno fottuta California, pensò.
Fucking hell, era proprio un buon giorno.

Il giorno che Sunny Mendez scoprì di essere un uomo.



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