"Tutti in piedi! La Corte Suprema della contea del Nord sta per fare
il suo ingresso. Presiede il Giudice Serenissimo, Eriberto Aquarius de
Tebaldis. Caso numero 1345/99. La Contea del Nord contro la signora
Assuntina Mezzogiorno".
L'usciere dal mantello rosso pronunciò le parole di rito e si ritirò
in disparte. La piccola folla accorsa alla pubblica udienza si alzò in
piedi. Subito si aprì una porticina in fondo alla sala ed entrarono i
togati.
La Corte Suprema era composta solitamente da tre giudici, di cui uno
svolgeva le funzioni di Presidente. Nei casi più gravi giudicava con
l'ausilio di una giuria popolare alla quale affidava l'intero
dibattimento, limitandosi a curare direttamente gli adempimenti
preliminari e, per il resto, a svolgere funzioni di mera direzione del
procedimento.
Il reato commesso da Assuntina Mezzogiorno, per il codice penale della
Contea del Nord, rientrava tra quelli più gravi.
Eriberto Aquarius de Tebaldis, che per comodità chiameremo il
Presidente Eriberto, depositò la sua massa corporea sulla poltrona più
grande al centro del lungo banco a semicerchio riservato alla Corte.
Gli altri due togati si sedettero ai suoi lati.
Il pubblico in aula non fiatava, in attesa delle prime parole del
Presidente. Del resto Eriberto era una celebrità, nonostante i suoi
140 chili, una fastidiosissima erre moscia e una decisa tendenza a
privilegiare i rappresentanti dei ceti più alti.
"Signori..." cominciò "il caso che oggi andiamo a trattare è
estremamente delicato... Mi rivolgo al signor Pubblico Ministero, al
Collegio di Difesa qui presente e a voi, signori del pubblico. Al fine
di portare a termine nel modo più sereno ed equilibrato questo
processo, affinché la giustizia e la verità prevalgano sopra ogni
interesse di parte, vi ricordo le norme primarie che ciascuno di voi
dovrà rispettare in quest'aula..."
Lasciamo per un attimo il Presidente Eriberto a snocciolare gli
articoli del codice di procedura ed occupiamoci degli altri
protagonisti di questa vicenda.
Bisogna risalire molto indietro nel tempo per trovare il primo
studioso di diritto che intuì la caratteristica teatralità di un
processo penale. Il Tribunale non è altro che un teatro in cui il
processo è la rappresentazione, giudici ed avvocati sono gli attori
principali e gli imputati - benché costantemente in primo piano - sono
soltanto gli inermi spettatori.
Eccoli i nostri attori.
Alla sinistra del banco della Corte, il Tavolo dell'Accusa, sul quale
troneggiava in tutta la sua pienezza di sé il pubblico ministero
Riccardo Brambilla. Esimio professore di diritto penale all'Università
della Capitale, studioso universalmente noto per il suo acume e la sua
oceanica erudizione, infaticabile persecutore dell'umanità
delinquente, Brambilla era il vero e proprio spauracchio degli
avvocati difensori, i quali di solito si trovavano di fronte a lui
sempre a corto di argomenti, incapaci di controbattere alle sue fini
argomentazioni giuridiche.
"L'integrità del complesso dei valori della nostra comunità va
ripristinata attraverso l'eliminazione del gravissimo vulnus ad essa
arrecato dalla reità conclamata della Mezzogiorno nel coacervo delle
tendenze autodistruttrici della società moderna" aveva appena
declamato alla inviata della tv privata KLMNFSC che aveva ottenuto
l'esclusiva del processo.
Questo, tanto per inquadrare il personaggio.
Alla destra della Corte, il Tavolo della Difesa. Accanto all'imputata
Assuntina Mezzogiorno, donnona dai pettorali esuberanti e dalla
femminilità esagerata, nonché amatissima moglie del Sindaco della
Capitale, sedeva l'avvocato Francesco Ruoppolo, assistito dalla sua
giovane praticante.
Un tempo stimato professionista, caduto in disgrazia a seguito del
grave esaurimento nervoso che gli aveva procurato la morte del suo
pettirosso - il quale esaurimento lo aveva tenuto lontano dalla
professione per più di dieci anni - Ruoppolo era finalmente tornato,
più forte e più graffiante che mai. E con un nuovo pettirosso.
All'inviata della KLMNFSC che gli chiedeva come si sentisse dopo avere
ricevuto un incarico così importante e per un caso così clamoroso,
aveva risposto:
"Pe' mmè... chista è 'na granne rottur 'e ppall".
Tanto per inquadrare il personaggio.
"Bene.." il Presidente Eriberto aveva finito la sua introduzione "che
entri la giuria popolare"
Tutti si alzarono di nuovo in piedi per assistere alla sfilata dei
trenta giurati popolari che si sistemarono nel settore a loro
riservato accanto alla Corte.
Il teatro era al completo, la rappresentazione stava per cominciare.
"Pubblico Ministero, proceda alla sua dichiarazione introduttiva. A
seguire, la parola alla difesa", scandì lentamente il presidente
Eriberto. In fondo anche lui non vedeva l'ora di vedere quei due darsi
battaglia e di sentire per bene la storia di Assuntina Mezzogiorno e
delle sue malefatte.
Riccardo Brambilla, plateale come sempre, si sistemò la cravatta
Burberrys' e cominciò.
"Eccellentissima Corte, Signori della Giuria... quest'oggi siete stati
qui convocati per l'acclaramento della responsabilità della Sig.ra
Assuntina Mezzogiorno in relazione al reato previsto dall'art. 234 del
Codice Penale. Adulterio duplicemente aggravato dalla posizione di
rilevanza sociale della signora e dalle turpi modalità della condotta
della stessa.
In altre parole e per essere breve, Signori, vi narro il fatto.
In data 14 giugno 1998, l'imputata veniva rinvenuta e sorpresa dal
cognato, Dottor Raffaello Trinacria, mentre nella stanza da letto di
casa propria si dedicava in compagnia di un giovane uomo ad attività
assolutamente non consone alla sua dignità di donna rispettabile.
Tutto ciò, naturalmente, mentre il suo legittimo consorte curava con
somma dedizione, come ogni giorno, gli interessi della nostra amata
Capitale, rinchiuso nel lontano Palazzo del Comune.
Quello che vide l'ottimo Trinacria... fu questo.
Ehm... la signora... intenta ad oralmente lambire le parti intime
sovrastanti dell'uomo con movimento sussultorio... con annessa
stimolazione manuale delle parti intime sottostanti... nonché cenni
ripetuti di approvazione sonico-gutturale con movimento aspiratorio
connesso..."
Il pubblico ministero Brambilla, anche conosciuto tra i suoi allievi
con il nomignolo di Eraclito l'Oscuro, procedette per circa mezz'ora
nel tentativo impossibile di descrivere efficacemente un (volgarmente
detto) pompino senza discostarsi dai dettami della scienza giuridica.
Parlò di volontarietà dell'atto che discendeva dalla palese
intenzionalità della suzione, di offensività intrinseca del fatto
derivante dalla antigiuridicità dell'azione concreta consistente nel
porre le labbra a contatto con parti intime extraconiugali, di
insussistenza di cause di giustificazione in grado di superare
l'illiceità dell'accaduto.
Solo quando ebbe finito, Brambilla si preoccupò di osservare i volti
dei trenta giurati. La metà dei componenti della giuria non aveva
capito nulla. L'altra metà s'era annoiata a morte. Nel complesso
l'esito dell'orazione poteva considerarsi disastroso.
Ruoppolo se ne accorse e passò al contrattacco.
"Cari Signori, cercherò di tradurre quello che ha detto il mio amico
Brambilla..."
Pausa. Primi timidi sorrisi della giuria.
"Il suddetto amico Brambilla sostiene che la Mezzogiorno è
un'adultera. E non solo. Sarebbe pure un'adultera turpe".
Pausa. Ruoppolo fece un passetto in avanti e si piazzò proprio davanti
ai giurati.
"Azz!! E chi l'avrebbe mai detto..."
Pausa e risata collettiva.
Il subitaneo schiamazzare fu immediatamente rotto dal Presidente e
dalla sua voce tonante.
"Avvocato Ruoppolo, si astenga dalle sue abituali manifestazioni
colorite..." gridò Eriberto.
"Sì, Presidente, tenete ragione. Dicevo... Un'adultera turpe. E perché
mai... Perché sarebbe stata vista... ve lo dico papale papale, così
capite... mentre faceva un servizietto ad un amico... Quel lambire le
parti intime sovrastanti dell'uomo con movimento sussultorio... nel
linguaggio tutto particolare dell'esimio collega... altro non è che
nu' pompine..."
"Avvocato Ruoppolo!!" Il Presidente Eriberto quasi si alzò in piedi.
"Scusate Presidente, non si ripeterà più..."
Tra i giurati serpeggiava una certa malcelata ilarità. L'avvocato
della difesa intuì che quella era la strada giusta, gettò un'occhiata
complice alla sua cliente e si preparò a proseguire nella sua
dichiarazione di apertura.
Assuntina Mezzogiorno, l'imputata, senza trucco, nel suo vestitino
bianco di virginea fattura, con un reggipetto di tre taglie più
piccolo per ridurre le oltraggiose dimensioni del seno ed un'aria da
gattona bastonata tipo "mi hanno incastrata, io non c'entro", sperava
davvero che il suo avvocato la togliesse da quell'impiccio scandaloso.
"Vi racconto io la verità..." riprese Ruoppolo.
"Fu un banalissimo incidente. Nientemeno che uno squallido, sciocco e
sventurato incidente..."
L'ilarità generale esplose in un tripudio di schiamazzi. Brambilla
guardava il rivale con aria compassionevole.
"Silenzio in aula!" gridò l'austero Presidente.
Ruoppolo non si scompose affatto e continuò il suo discorso.
"Roba da non crederci, direte voi... E invece fu proprio così. Quel
giorno pioveva a dirotto, pioveva tanto che pure a volersi riparare
con il più grande degli ombrelli non ci si riusciva... Il Signor De
Vitiis, ovvero colui che il buon Trinacria addita come 'amico' della
signora Mezzogiorno, si recò come ogni giorno a casa dell'imputata per
dare alla medesima le solite lezioni di informatica. Sottolineo che fu
lo stesso Signor Sindaco, marito della mia cliente, a volere che la
moglie imparasse ad usare 'o computérr...
Ebbene, il De Vitiis arrivò completamente bagnato dalla testa ai piedi
e l'imputata, che notoriamente è donna dal cuore gentile e generoso,
si prodigò per impedire che il suddetto De Vitiis si prendesse un gran
raffreddore. Lo accompagnò nella camera da letto coniugale, ove
avrebbe potuto trovare qualche indumento maschile per cambiarsi gli
abiti fradici, e lo lasciò alla sua privacy richiudendosi la porta
alle spalle.
Ora, parliamoci chiaro... L'imputata è una bella donna, chi può
negarlo..."
Ruoppolo esitò un istante, il tempo di ascoltare l'immancabile
mormorio di approvazione.
"Dicevo... la Mezzogiorno è una bella donna e chi non si è mai sentito
attratto da lei dovrebbe preoccuparsi e prenotarsi una bella visita
dall'andrologo...
Il De Vitiis, che è uomo normalissimo, l'avvertì tutta questa
attrazione e nello spogliarsi, nel togliersi i vestiti bagnati...
purtroppo... cose che capitano... si lasciò sfuggire dalle mutande
l'orgoglio maschile in piena tensione verticale..."
"Ruoppoloooo!!!" Il Presidente Eriberto questa volta afferrò il
martelletto e cominciò a batterlo furiosamente sul banco della Corte.
Ruoppolo scrutò i volti della giuria popolare. Sorridevano tutti,
soprattutto le donne.
"Presidente, lasciatemi descrivere come sono andate le cose..."
"Mmhh" grugnì Eriberto "avvocato, non si dimentichi che siamo in
un'aula di Tribunale!"
"Certo, certo... dicevo... abbiamo il De Vitiis nudo con il pene in
erezione nella camera da letto dell'imputata... la quale, bontà sua,
commise allora l'unico tragico errore che collegato alla sequenza di
fatalità che si verificarono successivamente, determinò lo sbaglio per
eccellenza, cioè la sottoposizione della stessa al presente
procedimento.
Ma non divaghiamo. La Mezzogiorno, ad un certo punto, completamente
soprappensiero, spalancò la porta della stanza da letto e vi trovò il
de Vitiis così com'era. Nudo e con il pisello dritto..."
"Ruoppolo, abbiamo tutti compreso appieno lo status del De Vitiis...
Può procedere, per favore?" fece Eriberto vagamente infastidito, ma
divorato dalla folle curiosità di scoprire dove l'avvocato della
difesa sarebbe andato a parare.
I giurati sorridevano ancora tutti a quarantacinque denti.
"Qui accaddero due fatti, signori. L'imputata, colta di sorpresa da
quella visione sconveniente, si lasciò sfuggire un 'ah' di palese e
sentito sconcerto, aprendo - come è normale - la bocca. Quasi
contemporaneamente e sempre per via della sorpresa, le sue gambe
cedettero di colpo ed ella si ritrovò a cadere dritta dritta, con la
bocca aperta, sul membro eretto del De Vitiis... Un evento fortuito,
del tutto fortuito!"
Di nuovo l'aula fu pervasa da una sonora sghignazzata collettiva, il
Presidente Eriberto faticò a riportarvi l'ordine, sia perché le risate
avevano assunto proporzioni da teatro dell'opera buffa, sia perché,
fondamentalmente, veniva da ridere anche a lui.
"Concludendo, signori, l'ultima sventura. Il buon Trinacria, che si
stava recando a casa dell'imputata per una visita, passò dinanzi alla
finestra della camera da letto proprio nel momento in cui la signora
franava sopra al De Vitiis in quel modo così sconveniente. Immaginate
cosa abbia potuto pensare poveretto..."
Ruoppolo chiuse la sua orazione con un buon successo di pubblico e di
critica.
Brambilla continuava a sorridergli paternamente come si fa con i
bambini un po' ingenui, o totalmente deficienti, che vogliono a tutti
i costi mettersi in mostra.
"Sei un buffone!" gli sibilò ad un volume appena percettibile.
"E tu sì nu' strunzo!" gli fece Ruoppolo di rimando.
Il Presidente Eriberto, grazie a Dio, non sentì nessuno dei sue
commenti.
L'udienza preliminare terminò subito dopo la formalizzazione delle
richieste istruttorie. La pubblica accusa chiamava a testimoniare il
Dottor Raffaello Trinacria.
La difesa, che certo non poteva vantare alcun testimone oculare, si
affidò alla perizia cinematica sulle modalità dell'accaduto dell'Ing.
Soncazzìo e alla dichiarazione spontanea dell'imputata.
Tutto fu rinviato all'indomani.
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La prima cosa che tutti notarono quando Trinacria si avviò al
banchetto dei testimoni, fu lo sguardo di profondo disprezzo che
lanciò all'imputata. Qualcosa a metà tra lo schifìo e il desiderio di
darle una lezione di quelle che conosceva lui.
Trinacria si accomodò, subito l'usciere gli porse il foglio
dattiloscritto con la dichiarazione di giuramento.
"Consapevole della responsabilità morale e giuridica..." Trinacria
leggeva con voce ferma ed ogni tanto lanciava alla imputata Assuntina
uno sguardo di fuoco che sembrava dire "adesso ti aggiusto io...". Era
originario della Contea del Sud, lui, e sapeva come trattare le donne
che, come l'Assuntina, si erano fatte cogliere a sconfinare dalle
legittime gioie coniugali...
"...giuro di dire la verità, tutta la verità..."
Assuntina come al solito teneva gli occhi bassi. Per tutta la prima
udienza non aveva aperto bocca e non sembrava intenzionata a farlo
nemmeno nella seconda. Del resto l'aveva aperta una volta di troppo e
si era trovata nel più grosso casino della sua vita. Nel suo silenzio
impenetrabile, costretta a recitare la parte della donna pura ed
innocente, continuava a chiedersi quale fosse la sua vera colpa.
Una sola cosa sapeva con certezza.
Che lei, in quel momento, incarnava le colpe di un'intera città
ipocrita, una popolazione peccatrice che la stava sacrificando per
allontanare da sé il sospetto della più comune delle malefatte...
Era per questo che Assuntina non ci stava. Era colpevole,
colpevolissima, ma non ci stava a pagare per tutti.
Per tutte le donne e per tutti gli uomini che tradivano, mentivano,
amavano e si illudevano.
Qualcuno, all'indomani dell'incriminazione della notissima Assuntina
Mezzogiorno, aveva incominciato a sollevare il problema. Possibile che
si debba ancora essere giudicati per il reato di adulterio? Possibile
che su cento persone imputate di questo stesso reato, novantacinque
fossero donne?
Quel giorno, davanti ai cancelli del palazzo di giustizia, una
discreta folla si era radunata con i soliti cartelli di protesta.
"Free Assuntina!" si leggeva da una parte. "Assuntina Messalina!" si
leggeva dall'altra.
Innocentisti e colpevolisti si davano battaglia per la strada, sui
giornali, in televisione. L'opinione pubblica, ondivaga, multiforme,
sempre impietosa, aveva comunque fatto della Mezzogiorno un'eroina
senza precedenti nella storia della Contea del Nord.
"Allora dottor Trinacria..." cominciò il Pubblico Ministero Brambilla
"ci descriva dove si trovava e cosa vide quel giorno famigerato..."
"Cetto! Con grandissimo piacere..." fece Trinacria, ghignando in preda
ad un furore che aveva qualcosa di decisamente diabolico.
"Assuntina Mezzogionno, la buttanissima qui presente, io la taliai
mentre ci sucava..."
"Un attimo Signor Trinacria!"
Eriberto intervenne serio e scuro in volto. "Non voglio sentire
parolacce, espressioni cattive e sconvenienti e... soprattutto niente
dialetto... Parli in modo a tutti comprensibile, grazie!"
"Mi scusasse... Ricomincio daccapo, signor giudice. Mi stavo recando a
fare visita alla signora qui presente. Per accorciare la strada,
passai sul retro dove si affacciano le finestre dell'appartamento
dell'imputtata, che come tutti sanno si trova al piano terreno. Mentre
caminavo davanti alla finestra della stanza da letto, sentii
quaccheccosa di mugugno provenire dall'interno e fui persuaso che si
stava verificando un accadimento pericoloso o brutto per la signora.
Per cotesto motivo ci spiai all'interno e ci visti la signora... che
soppresa, signor giudice... tutta intenta a succhiare il coso di
quello scostumato del suo insegnante di infommatica..."
"Come faceva esattamente?" domandò Brambilla, sicuro di poter
dimostrare che non si era trattato certo di un incidente come voleva
far credere, con una trovata che rasentava il ridicolo, l'avvocato
Ruoppolo.
"La signora teneva bene saldo il coso dritto dritto con la mano
sinistra e ce lo stringeva pure, mentre con la bocca aperta ci faceva
su e giù coprendolo quasi tutto... quella grandissima butt...
scusasse..."
Trinacria guardò ancora l'imputata con disprezzo. Ormai tutti sapevano
cosa pensava di lei.
"Se lo ficcava quasi tutto dentro la bocca, come faceva manco io lo
so, pecchè era davvero grosso quel coso... eppure lei non lo lasciava
un attimo, come una belva affamata... lo leccava e lo succhiava senza
sosta, mentre quello scostumato ansimava forte e ce lo spingeva ancora
di più..."
"Quindi la signora partecipava attivamente?" chiese Brambilla per
fugare ogni dubbio.
"Cetto ca pattecipava. E ci piaceva pure!"
"E quanto durò tutta questa operazione?"
"Un bel po', signor pubblico ministero. Ma non ebbe tempo di
concludere, pecchè io ci fici una vociata e i due s'interruppero di
colpo e si nascosero, consapevoli di essere stati scoperti..."
"Grazie, Trinacria, ci è stato molto utile. Io ho finito..." Brambilla
si rimise a sedere soddisfatto.
Se fosse stato davvero un incidente, la signora si sarebbe dovuta
ritrarre immediatamente, roba di una frazione di secondo. Invece
così... era chiaro quello che era veramente successo.
Un pompino, signori, niente altro che un pompino.
Toccava alla difesa controinterrogare il teste. Ruoppolo esitò un
istante, sembrava che non sapesse che pesci prendere. Sembrava...
perché in realtà sapeva esattamente cosa dire e cosa far dire al buon
Trinacria. Aveva inquadrato il personaggio e la piccola falla
incredibilmente apertasi nella impalcatura accusatoria.
"Signor Trinacria..." cominciò lentamente, passeggiando intorno al
banchetto dietro il quale sedeva il teste, "lei ha appena detto che
l'operazione della Mezzogiorno durò un certo periodo di tempo... è
vero?"
"Cetto", rispose sicuro il Trinacria.
"Quindi devo dedurne che lei è rimasto a guardare la medesima
operazione per tutto questo tempo..."
"Beh, in un cetto senso... sì"
"Quindi lei è arrivato nei pressi dell'abitazione dell'imputata, ha
visto la scena che lei stesso ha appena descritto ed è rimasto ad
osservarla per... diciamo... dieci, quindici minuti?"
Trinacria, che stupido non era, si fece all'improvviso esitante.
'Ma chi minchia voli insinuari, stu cunnutu?', pensava.
Aveva capito che il terreno stava diventando piuttosto scivoloso e
che, contrariamente a quello che gli aveva assicurato il pubblico
ministero, c'era il rischio che ci cascasse anche lui in quello
scandalo clamoroso e con tutte le scarpe.
"No, che c'entra... cioè sì... la guardai... ma solo perché..."
Ruoppolo capì che poteva affondare il colpo.
"Signor Trinacria, lei è un guardone?!" gridò, avvicinandosi a lui
minacciosamente.
"No, per l'amor di Dio!!! No, chi dici..." Trinacria diventò
pallidissimo, un cencio lavato.
"Obiezione! Signor Presidente!" Brambilla si alzò in piedi di scatto,
"tutto ciò esula dalla materia di questo processo!"
"Voglio solo capire quanto tempo questo signore per bene è rimasto a
guardare la presunta scena erotica, Presidente...", rispose Ruoppolo,
pacioso come un leone dopo un lauto pranzo.
Eriberto scrutò i due, poi volse lo sguardo verso il povero Trinacria.
"Obiezione respinta, continui avvocato Ruoppolo..."
Assuntina Mezzogiorno si lasciò scappare un sorrisetto compiaciuto.
Che Raffaello Trinacria fosse un guardone professionista lo sapevano
in molti, lei compresa. Lo aveva visto benissimo quel giorno, lì
nascosto a scrutare, mentre lei si beava dell'arnese vigoroso del
giovane insegnante di informatica.
"Allora signor Trinacria... risponda alla domanda..." fece il
Presidente.
Trinacria si guardò intorno spaesato, come lo studente impreparato che
cerca un suggerimento dai compagni di classe.
"No, non sono un guardone... Restai lì non più di quattro, cinque
secondi..."
Un lungo "oh" di meraviglia pervase l'aula. Brambilla si accasciò
sulla sedia sconfitto e con lui si accasciò anche la sua bella teoria
dell'intenzionalità della suzione accompagnata dalla consapevolezza
delle conseguenze giuridico-penali dell'azione stessa.
Il suo testimone oculare non aveva dimostrato un bel niente.
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Possiamo a questo punto dire, senza tirarla troppo per le lunghe, che
la palla passò alla difesa e restò incollata ai suoi piedi fino alla
fine del processo.
Ruoppolo chiamò il perito Soncazzìo, il quale dimostrò, con l'ausilio
di una eccellente ricostruzione computerizzata, come effettivamente
tutta la dinamica dell'accaduto, così come prospettata dalla difesa,
fosse assolutamente plausibile e tecnicamente più che probabile.
I giurati cominciarono a sorridere all'imputata e al suo difensore,
l'eroico Ruoppolo. Tutto sembrava chiaro a quel punto, niente reato,
niente scandalo, niente pena da applicare. Solo un imbarazzante
incidente che la comunità aveva l'obbligo morale di dimenticare
rapidamente a tutela dell'onore e del buon nome delle persone
coinvolte.
E venne, infine, il turno di Assuntina.
L'imputata, invitata dal Presidente a rendere la sua dichiarazione, si
alzò. Il reggipetto di tre taglie più piccolo fece un eccellente
lavoro di contenimento e l'Assuntina, in quel frangente, smise di
apparire una spregiudicata e vorace tettona per diventare una donna
qualsiasi, rispettabile, moglie e futura madre di famiglia.
Eppure nel momento in cui fu in piedi, più di cento occhi puntarono
all'unisono sul suo famigerato seno. Un imprecisato numero di menti
immaginò di denudarlo, facendolo scaturire dalla gabbia di stoffa in
cui era rinchiuso, per omaggiarlo di audaci carezze e di umidi baci.
Assuntina cominciò.
"Due parole soltanto... Innocente sono. Non ci fici nenti di
intenzionale al Dottor De Vitiis. Un incidente fu"
La donna si voltò un istante a cercare lo sguardo di Ruoppolo.
L'avvocato annuì paterno, "continua così che vai forte", sembrava
volesse dirle. In realtà, dobbiamo annoverare anche gli occhi
dell'avvocato tra quelli inevitabilmente fissi sul più famoso paio di
tette della Contea del Nord.
Assuntina continuò.
"Ma non è tanto la mia innocenza che mi sta a cuore... Cetto... io
nenti fici... ma in questa onorevole sede... vorrei spendere due
parole per tutte le pessone che, al contrario, sono state condannate
da cotesto Tribunale..."
L'aula riprese a mormorare con vigore. Alla terza giornata di
processo, il pubblico si era arricchito dei rappresentanti delle
numerose associazioni da qualche tempo sorte per l'abolizione del
reato di adulterio. Gli opinionisti sostenevano che quel processo,
proprio quello, qualsiasi conclusione avesse avuto, avrebbe costituito
la definitiva svolta nella polemica che ormai si trascinava da qualche
tempo circa l'opportunità di mantenere in vita una fattispecie di
reato sì sconveniente ed iniqua.
"Ci sono pessone che tradiscono per amore... ci sono pessone che
tradiscono per sesso... ci sono pessone che tradiscono per paura,
insicurezza, bisogno di sentirsi ancora giovani... ci sono pessone che
tradiscono per noia... ci sono pessone che tradiscono per rabbia... ci
sono pessone che tradiscono per odio..."
"C'è chi ha tradito una volta sola e non lo farà mai più... c'è chi ha
tradito più di una volta, ma poi ha capito che non ne vale la pena...
c'è chi ha tradito e continuerà a farlo per tutta la vita... c'è chi
non ha mai tradito e... quacche volta ci pensa..."
L'aula pendeva dalle labbra carnose di Assuntina.
"Quello che dico io è... abbisogna tutto ciò di essere portato davanti
ad un giudice? Una fetta di vita accussì rilevante e accussì privata,
abbisogna di essere giudicata e se occorre condannata? O non è fosse
il caso di lasciare che il traditore si cunnuca li propri affari pi
propriu cuntu?"
L'applauso più incredibile esplose in quell'aula di Tribunale.
"Brava!" gridava il pubblico a più non posso. Urla, strepiti,
schiamazzi e battimani si protrassero per circa dieci minuti senza che
- meraviglia - il Presidente Eriberto facesse nulla per fermarli.
Assuntina si inchinava al proprio pubblico concedendo generosi scorci
di scollatura.
Ormai la moglie amata del Sindaco della Capitale aveva vinto. E aveva
vinto pure Ruoppolo. Brambilla, sconsolato, si guardava intorno
cercando comprensione: la furia dell'elemento Assuntina lo aveva
spazzato via dal suo habitat naturale, da quell'aula di Tribunale di
cui lui era signore e padrone.
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Assuntina fu assolta con formula piena.
Una settimana dopo il reato di adulterio fu ufficialmente abrogato,
con tutte le sue ignominiose aggravanti. Un passo in avanti, si disse,
sulla strada della civiltà giuridica.
Nelle case della Contea del Nord non si parlava di altro.
"La realtà è che ti ho fatto un favore, mia cara..."
Nella sua camera da letto la voce affannata di Brambilla suonava in
modo ben diverso dallo stentoreo declamare che gli era proprio in
Tribunale.
La donna che gli stava sotto ci impiegò un po' a rispondere. Aprì
ulteriormente le gambe, piegò ancora le ginocchia e sollevò
leggermente la testa per godersi la visione di quel membro che spariva
ritmicamente dentro il suo corpo, regalandole il supremo piacere
femminile dell'essere violata.
"Miii... davero? Un piacere mi ficisti? Ahh... ed io ora ti lu
tonnu... Fammi tutta tua, Riccadduzzu..."
Assuntina afferrò il suo Riccadduzzu per i glutei con tanta forza che
gli affondò le unghie nella carne. Quello, per tutta risposta, aumentò
il ritmo della già violenta penetrazione tanto che il lettone in ferro
battuto minacciò di cedere drammaticamente con tutto il suo carico
umano.
Le tette di Assuntina ballavano allegramente un quattro quarti andante
con brio.
"Ahhh... Riccadduzzu... Una bestia sei... scicami tutta... inchimi di
lu succu di l'amori..."
Brambilla, l'esimio, venne come un invasato tra le braccia della donna
che lo aveva ridicolizzato in Tribunale, gridando "dura lex, sed lex"
ed immaginandosi nudo sotto la toga mentre arringava davanti alle sue
giurie.
Assuntina disse solo...
"Minchiaaaa, chi botto ca fici..."
Una decina di chilometri più in là, si discuteva dello stesso
argomento. Con le stesse modalità.
"Dov'è tuo marito stasera?"
"L'ho lasciato a casa con la sua sgualdrinella..."
Francesca Brambilla accarezzava lentamente le cosce della sua
compagna, risalendo fino al pube, sfiorandolo appena e poi ritornando
giù fino alle ginocchia.
"Sai, di tutta questa storia... forse dovresti tirarci fuori un altro
raccontino... di quelli un po' così... " disse poi, facendo scivolare
le dita tra le labbra umide del sesso di lei.
"Io faccio un altro lavoro... sono una professionista seria...",
balbettò quella, che già sentiva risalire prepotente la voglia di
abbandonarsi ancora.
"E dai..."
"No, ti prego..."
" Dai, solo uno... 'il trionfo di Assuntina Mezzogiorno' qualcosa del
genere..."
La signora Brambilla decise di adottare la migliore tecnica di
persuasione che avesse mai sperimentato. Affondò il viso tra le gambe
aperte della sua amante e cominciò a dedicarsi a lei con tutta la
dedizione possibile ed immaginabile.
Nel giro di due giorni la storia di Assuntina fu scritta.
A due isolati di distanza, l'esimio avvocato Ruoppolo si godeva il suo
assoluto momento di gloria.
L'unico a non avere legami sentimentali (se si eccettua la convivenza
con il nuovo pettirosso, che tuttavia non considererei ai fini della
presente storia), l'avvocato più famoso della Contea del Nord poteva
spassarsela con chi voleva.
Ed infatti quella sera, come da qualche tempo gli accadeva spesso, se
la stava spassando con la sua giovane praticante, una fanciulla alle
prime armi, ma molto molto seria.
Tanto seria che non protestò affatto quando il suo "dominus" (perché è
così che si chiama l'avvocato presso cui si svolge la pratica forense)
la fece chinare sul tavolo della stanza da pranzo e le sollevò la
gonnellina. Anzi, al fine di rendere tutto più semplice la puella si
sfilò da sola le mutandine ed offrì al suo avvocato l'invitante
visione del più sodo paio di glutei che il predetto avesse mai visto
da trent'anni a questa parte.
In men che non si dica la penetrò e con altrettanta rapidità cominciò
l'operazione stantuffo.
Certo, la signora Mezzogiorno era stata tutta un'altra cosa, con la
sua femminilità così prorompente. Roba da rimanerne annichiliti. Ma
anche questa non era affatto male.
Questo pensava Ruoppolo quando uno stramaledetto telefonino trillò.
"Cazzo, è il mio fidanzato...", gridò la giovane praticante, la quale
in men che non si dica si rivestì e se ne andò.
E mi sa che la storia del processo più famoso della Contea del Nord, a
questo punto, è proprio giunta alla fine.
La Capitale si addormentò sfinita dopo le fatiche dell'amore
extraconiugale finalmente libero e lecito.
No, un momento. Ho dimenticato il Trinacria.
Fu lui ad avere l'ultima parola in questa vicenda.
Invitato ad un talk show sull'argomento "lo scandalo Mezzogiorno",
così ribadì quello che pensava di Assuntina.
"Pi mia bottana è... ", dichiarò solennemente.
"Ma perché Signor Trinacria..." fece la presentatrice sconcertata, "la
signora è stata assolta..."
"Picchì solo a una bottana ci poteva capitare di cascare
inavvitutamente con la bocca aperta sopra ad una minchia..."
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