Addì 20 febbraio 2005, in località Mezzoponte sul Serio, strada Mezzoponte
n. 201, presso l'edificio residenziale denominato "Villa Marta".
Nella predetta ubicazione la sig.ra Munaron Marta, di anni 45, moglie del
sig. Busnaghi geom. Valerio, di anni 62, riposava sul divano del salotto
della villa di sua proprietà, intenta a farsi tingere le unghie dei piedi da
Vasquez Escardoz Maria Alma, di anni 35, di nazionalità filippina, domestica
a tempo pieno presso la predetta abitazione.
La sig.ra Munaron indossava una vestaglia di seta di colore viola con
decorazioni dorate, e portava sul capo un asciugamano arrotolato poiché era
da poco uscita dalla doccia. Il Busnaghi trovavasi a Parigi per impegni di
lavoro, legati alla gestione della Busnaghi snc, unica concessionaria
Peugeot in Orio al Serio, via Manin n. 5.
Con fare annoiato, seduta sul divano, sfogliava la Munaron svariati numeri
delle riviste "Eva Tremila" e "Gente Mese", mentre il televisore lcd a 50
pollici era sintonizzato su di una telenovela venezuelana. Il salone era
sovraccarico di ninnoli e oggetti, stipati su pesanti mobili in stile c.d.
'arte povera'.
La sig.ra Vasquez, in ginocchio davanti al divano, si apprestava a passare
la pietra pomice sulle piante dei piedi della Munaron, in verità alquanto
lisce e quasi del tutto prive di callosità, e con il capo chino reggeva una
caviglia della signora, che allungava le gambe sull'apposito sgabello in
velluto. La Munaron, per ragioni non chiarite, andava apostrofando
severamente la colf con epiteti del tipo "scema", oppure "sei proprio una
stupida, Mariella", o persino "stai attenta con 'sta pietra o ti rimando al
tuo paese". La Vasquez, molto minuta al cospetto della padrona di casa,
indossava un'ordinaria uniforme da lavoro con grembiule azzurro chiaro e
blusa del medesimo colore, fornita di colletto bianco.
La Vasquez iniziava a massaggiare con movimenti circolari dei pollici le
piante dei piedi della Munaron, che socchiudeva gli occhi dalle lunghe
ciglia nere scivolando, a quanto pare, in uno stato d'animo meglio disposto,
quando, improvvisamente, la vetrata sul giardino veniva infranta e, come una
muta di cani feroci, facevano irruzione nel salotto Cela Saimir, di anni 27,
Bogdan Igli, di anni 30, e Ramisi Zlatan, di anni 19, tutti e tre di
nazionalità albanese. I tre uomini, tutti alti circa 180 cm e di corporatura
longilinea e muscolosa, indossavano blue-jeans sdruciti, scarpe da
ginnastica e, nonostante la stagione, magliette della squadra calcistica
'juventus', recanti rispettivamente le diciture: '9 Del Piero', '10 Nedved',
'17 Birindelli'. Essi portavano barbe di tre giorni e risultavano, a una
prima occhiata, alquanto sporchi e sudati. Il Bogdan brandiva una pistola
cal. 9 'parabellum' mentre gli altri due erano armati di taglierino. Le due
donne trasalivano mentre i tre si accingevano al saccheggio.
Il Bogdan aggrediva fisicamente la Munaron, che si era alzata in piedi,
schiaffeggiandola e insultandola ripetutamente: "putana", "troia".
Spintonandola e continuando a schiaffeggiarla, le chiedeva poi
insistentemente dove fosse la cassaforte. La Munaron, tenendo con una mano
l'orlo della vestaglia per timore che inavvertitamente si aprisse, decideva
di acconsentire alle richieste e faceva strada lungo il corridoio verso il
forziere di famiglia, esponendo la parte posteriore del corpo agli sguardi e
ai palpeggiamenti, ora molto lievi ora inconsuetamente approfonditi, dello
stesso Bogdan e, in misura minore, del giovane Ramisi. In particolare il
Bogdan seguitava ad insultare la Munaron con diversi epiteti,
prevalentemente 'putana'.
Nello stesso momento il Cela aveva ragione della Vasquez, che veniva legata
con nastro adesivo nel salotto. La domestica risultava così immobilizzata
con grande perizia, i legami le fissavano ciascuna caviglia a una gamba
della sedia su cui veniva fatta sedere dal Cela, mentre le mani erano a loro
volta fissate allo schienale della sedia medesima. Diversi giri di nastro
adesivo le venivano passati attorno alla bocca. Nella breve colluttazione,
la signorina Vasquez perdeva le ciabatte che indossava, e una volta sulla
sedia i suoi piedi privi di calzature non raggiungevano il livello del
pavimento. Inoltre il primo bottone della blusa le veniva strappato,
evidenziando il bordo di un reggiseno di modello economico. Il Cela, dopo
avere stretto i nodi in modo estremamente severo, rimaneva accanto a lei in
attesa dei complici, e le passava ripetutamente la punta del taglierino
lungo il profilo del viso, senza provocare lesioni di sorta ma discendendo
lungo tutto il collo sulla pelle nuda, mentre la Vasquez mugolava dietro
all'improvvisato bavaglio.
Contemporaneamente, la sig.ra Munaron veniva gettata in una attigua stanza
da letto, mentre il Bogdani rimaneva in corridoio di fronte alla cassaforte
e si apprestava ad aprirla. Il Ramisi faceva sdraiare la Munaron in
posizione prona sul letto, e le legava assieme polsi e caviglie con nastro
adesivo analogo al predetto, passandogliene più giri, da ultimo, attorno
alla bocca. Mentre il Bogdani, fuori dalla porta, armeggiava con la
refurtiva, il Ramisi rimaneva accando alla Munaron, che si dibatteva
furiosamente e barriva rabbia, ostacolata dal bavaglio che ne soffocava ogni
espressione.
La serratura della cassaforte opponeva resistenza e passavano così diversi
minuti. La Munaron continuava a dibattersi tra i legami in modo scomposto,
preda di una crisi di nervi, sicché la vestaglia risaliva e vaste porzioni
della sua carne rosea venivano portate alla luce. Quindi il giovane Ramisi,
dal volto delicato e adolescenziale nonostante la corporatura agile e la
muscolatura guizzante, ben visibile sotto la maglietta, si chinava fino a
guardare in viso la Munaron e le poneva molto dolcemente un dito sulle
labbra, come detto coperte dal bavaglio. Tale gesto aveva l'effetto di
placare l'ira della Munaron, che fissava negli occhi il Ramisi per diversi
istanti, fino a quando lo stesso Ramisi non iniziava a passarle una mano tra
i capelli ancora bagnati, liberando la di lei fronte dai riccioli scomposti,
dovuti alla perdita dell'asciugamano. Il silenzio nella stanza si
approfondiva e con mani rassicuranti e forti il Ramisi girava la Munaron su
un fianco, accarezzando la parte superiore del suo corpo, con molta
delicatezza e sollecitudine, fino a quando la predetta, confusa per la
successione degli accadimenti, non offriva il collo e allargava le cosce in
modo appena percettibile.
Improvvisamente il Bogdani, che reggeva un sacchetto da spazzatura riempito
con il contenuto della cassaforte, irrompeva gridando parole in albanese al
Ramisi, che raccoglieva la donna legata e, portandola a braccia, rientrava
in salotto e la deponeva, sempre legata e in posizione prona, sul tappeto a
fianco della signorina Vasquez.
I tre uomini uscivano quindi di corsa dalla villa, per ultimo il Ramisi, che
dava un'ultima occhiata alla Munaron seminuda e incaprettata, e
raggiungevano un automezzo che li attendeva a motore acceso nella stressa
predetta Strada Mezzoponte, e con loro a bordo ripartiva rumorosamente.
Per diciannove minuti le due donne rimanevano quindi legate l'una accanto
all'altra e ripetutamente tentavano di divincolarsi, senza guardarsi negli
occhi e impossibilitate a parlare. La Vasquez, più minuta e agile, riusciva
per prima nell'impresa, liberando le proprie mani e sciogliendo con esse i
nodi alle caviglie. Si alzava dunque dalla sedia, e immediatamente e
sollecitamente si chinava di fronte alla Munaron, strappando con cautela il
nastro adesivo in guisa di bavaglio e pronunciando frasi rassicuranti.
Riacquisita la possibilità di parlare, la Munaron si produceva in un lungo
turpiloquio avente come oggetto l'andamento della giornata e una non ben
precisata imperizia della dipendente. La quale dipendente, signorina
Vasquez, sentendosi definire "troietta", "incapace", "cesso di ragnetto", si
profondeva in scuse mormorando rapidamente la preghiera di non essere
licenziata.
Mentre la Munaron la esortava, con modi poco urbani, ad affrettarsi nello
slegarla, la Vasquez decideva invece di chiamare per prima cosa la polizia,
e si accingeva ad uscire di corsa dal salotto, dirigendosi verso il
telefono. Posava quindi la mano sulla maniglia della porta, ma aveva
un'esitazione e si girava indietro scrutando la Munaron.
Si avvicinava dunque con passo molto lento alla Munaron e la guardava
intensamente, con un sorriso sottile. Dopodiché, mentre la Munaron era presa
da frenesia e si dibatteva con grande foga, insultandola pesantemente, la
Vasquez raccoglieva da terra una delle sue ciabatte e la inseriva
profondamente nel cavo orale della datrice di lavoro, che risultava all'uopo
spalancato nel bel mezzo di un grave improperio.
Subito dopo la Vasquez si accovacciava accanto alla Munaron, che risultava
zittita dall'operazione precedente, e le scostava lentamente il retro della
vestaglia quanto bastava per scoprirle del tutto le natiche nude. Con un
dito si dedicava quindi a sfiorare in modo provocatorio il contorno delle
natiche predette, mentre sul suo volto si dipingeva un sorriso. La Munaron
si dibatteva sotto il tocco estremamente fastidioso, senza riuscire a
sciogliere i nodi, e con l'altra mano veniva tenuta ferma in posizione
prona. Dopo aver irritato in modo quasi intollerabile la cute delle natiche
sfiorandola con i polpastrelli, improvvisamente la Vasquez faceva calare
sulle natiche suddette dodici-tredici sculacciate di notevole violenza,
intervallate da pause di alcuni secondi. La Munaron lanciava grida laceranti
ed espelleva la ciabatta, che tuttavia era prontamente ricollocata in
posizione dalla domestica.
A quel punto la Vasquez si levava in piedi, raggiungeva la cassettiera in
c.d. 'arte povera' all'angolo della stanza e ne traeva una trousse con
rossetto e mascara. Si dedicava quindi a pittare il volto della Munaron,
tingendole le labbra di un rosso acceso e oltremodo volgare, sbaffando
deliberatamente il colore in una maschera grottesca. Senza scomporsi,
ripeteva la medesima operazione truccando gli occhi della datrice di lavoro
con larghe pennellate nere. Dopodiché si fermava, riponeva la trousse e si
accovacciava nuovamente accanto alla Munaron, osservando compiaciuta il
risultato.
Per circa sessanta minuti la Vasquez alternava carezze molto leggere su
schiena, natiche e cosce della Munaron a sculacciate che frustavano l'aria,
e il posteriore della Munaron si tingeva di un rosso vivo, denunciando
un'irritazione che rendeva vieppiù intollerabili le fasi di leggero tocco
descritte in precedenza. I lamenti della Munaron si facevano ormai flebili e
in più occasioni ella cedeva al pianto.
Dopo un ennesimo ciclo di sculacciate, la Vasquez introduceva la mano tra le
natiche della Munaron, le sfiorava la zona perineale e si insinuava
brevemente tra le grandi labbra, saggiandone la consistenza e lo stato.
Subito dopo la Vasquez portava le dita della mano a diretto contatto del
viso della Munaron, e le asciugava sul volto della padrona di casa,
imbrattandola con una quantità oggettivamente copiosa di umori femminili.
Mentre la Munaron giaceva scarmigliata sul tappeto del salotto di casa
propria, la Vasquez si recava infine nella stanza matrimoniale e faceva
ritorno recando in mano una lunga cintura di cuoio, di proprietà del sig.
geom. Busnaghi, deponendola a breve distanza dal viso della donna legata
allo scopo di agevolarne, da parte sua, l'attenta osservazione. Lasciati
trascorrere alcuni istanti, sussurrava alcune parole all'orecchio della
Munaron e le baciava lentamente il lobo dell'orecchio. Dopodiché raccoglieva
la cintura, la doppiava attorno alla mano destra e la poggiava un istante
sulle natiche della Munaron, rimanendo in attesa del suo primo gemito di
pietà. Quindi levava alto il braccio e si accingeva ad apporre il primo
colpo.
A questo punto interveniva la squadra mobile e procedeva all'interrogatorio
delle vittime e ai controlli di rito.
Fatto, letto, firmato e sottoscritto -
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