Ciro è morto. Così mi disse, semplicemente, il fratello.
Il suo corpo è stato ritrovato sulla spiaggia, dai marinai, che non
era ancora l'alba. A ventun'anni, la mia stessa età, una mina l'aveva
sventrato. Per molto tempo, da allora, non sono riuscito a dormire.
Eravamo amici.
Mio padre diceva continuamente che la guerra sarebbe finita presto.
Per Ciro, ma anche per me, quando finì fu comunque tardi.
Io e Ciro andavamo a rubare, sempre insieme, negli accampamenti
militari o, quando ci riusciva, nelle cucine del Quartiere Generale.
Cibo scarpe vestiti, tutto quello che ci capitava.
La nonna e papà l'avevano capito ma non mi dicevano più niente. La
morale della mia altolocata famiglia era ormai quella di tutti i
napoletani. Sopravvivere. E noi avevamo ormai venduto tutto quello che
avevamo in casa in cambio di poco. Pane di segatura o carne annerita
di chissà quale bestia.
Ciò che ritrovavano al mattino sul tavolo del soggiorno veniva
silenziosamente riposto. Penso che senza la guerra non sarei mai
diventato amico di Ciro. Il figlio del verduraio.
Due settimane dopo la morte di Ciro iniziarono i bombardamenti degli
alleati. I militari tedeschi, in previsione della ritirata, minavano
spiagge e strade.
La notte non si rubava più, non c'era niente da rubare, ma si andava a
spiare le mosse dell'esercito. In silenzio, io e Vittorio, li
seguivamo e, quando si allontanavano abbastanza, controllavamo il
terreno. Dove c'era il segno dello scavo mettevamo una pietrolina
bianca. Il mattino dopo, con Angelo il marinaio che aveva esperienza
di queste cose, recuperavamo la dinamite delle mine e, con quella,
andavamo a pescare.
Da via Chiatamone il mare lo puoi annusare, ma non vederlo, nascosto
com'è dai grandi palazzi della riviera. Quand'ero piccolo andavo a
catturare granchi tra i frangiflutti del castello o all'antemurale. Lì
di fronte.
Il rifugio più vicino si trovava proprio dietro il palazzo dove da
anni abitavamo. Vi si accedeva dalle cantine e poi, sempre scendendo,
si arrivava in una grande grotta scavata nel tufo.
Le prime volte non appena suonava l'allarme aereo tutti si
precipitavano nel rifugio. Poi abbiamo imparato a riconoscere il rombo
degli aerei da bombardamento e facevamo le cose con più calma.
A volte ci si annoiava. Per ore ed ore chiusi nel rifugio umido. Non
succedeva nulla.
Gli allarmi aerei si fecero via via più frequenti. La città iniziava a
subire la distruzione. Quel lugubre suono di allarme portava con sé,
adesso, la paura. Poi venne il terrore. Cupo come il rumore dei motori
in cielo.
Per me però non fu un'esperienza così drammatica, giuro. La mia paura
vera, quella di morire, era morta con Ciro. Io sapevo ancora ridere.
Correva voce che gli alleati avrebbero usato le bombe al nervino, ma
questo non era vero.
Il terrore però gioca brutti scherzi. Fu buffo. La signora Maria
mentre si entrava tutti nel rifugio, sentendo un cattivo odore,
davvero terribile, svenne mormorando -moriamo tutti ..aiuto ..gas
.....il gas-. In realtà la puzza che si sentiva aveva origini del
tutto umane. La paura, sai, fa anche cacare addosso.
Io, aiutando la signora Maria, che non era morta affatto,ridevo.
Quel giorno nel rifugio c'erano tutti. Noi ricchi, i popolani del
pallonetto, la gente del borgo marinaro, quelli che si trovavano di
passaggio. Addosso a noi la polvere delle macerie. Era ovunque, come i
morti in strada.
Si respirava a fatica nella grotta. I boati, fuori, erano
terrificanti. Eravamo in troppi lì dentro. Solo puzza e silenzio,
anzi, un brusio. Le donne recitavano il rosario a bassa voce. Gli
uomini lo facevano in silenzio ognuno dentro di sè.
Le bombe cadevano proprio sopra di noi quando lei mi strinse la mano.
Mi voltai ma nel buio si vedeva poco. Si strinse ancora più forte a
me. Tremava. Perché, tu non hai paura? - disse usando il medesimo tono
della preghiera- Passerà sta tranquilla.
Si stava seduti in terra con le spalle appoggiate alla parete di tufo
umido e muffoso. Entrò altra gente, bambini, occorreva stringersi.
Sentii il suo profumo quando appoggiò le sue spalle al mio torace.
Aveva capelli che lucevano anche al buio. Con le mani le cinsi i
fianchi sollevandola, leggera, e facendola sedere sulle mie gambe.
Sei più comoda cosi? ..Grazie
Non ho mai capito perché lei mi accarezzò il viso e perché ci
baciammo. Non so cosa ci spinse a fare l'amore lì tra tanta gente.
In silenzio, passione muta, le mie mani esploravano sotto le sue vesti
povere e leggere. Il brivido lieve delle sue mani tra i miei capelli,
dietro la nuca, lo ricordo come fosse ora. Forse gli altri vedevano,
non so.
Hai un buon sapore.Anche tu. I boati continuavano tra i nostri baci.
Il suo seno riempiva le mie mani. Il mio sesso le sue. Non voglio
morire. Aspetta. Così.
La gonna sollevata a ricoprirci, riuscii ad entrare il lei, la sentii
sorridere, e l'amai.
Lentamente mi condusse nel suo piacere, morbide ed umide le labbra
carnose. Il suo bacino ondeggiava pacato, come la risacca. Io divenni
scoglio tra le sue carezza. Godeva a denti stretti e sussurrava, si
...si.
Siamo rimasti così, viaggiando insieme. Poi la roccia mutò in miele.
Mi sciolsi dentro di lei sfiorandole il viso con le ciglia e, quando
il nostro ansimare fu un pacato respiro, ci accorgemmo che non c'era
più nessuno nella grotta.
Usciti all'aperto abbiamo pianto insieme su quanto rimaneva delle
nostre case. Non ci lasciammo più.
Arrivati gli americani, con le bandiere e la cioccolata, abbiamo
ricominciato a rubare. La notte salivamo sui camion di viveri che
andavano al fronte e buttavamo tutto in strada per raccoglierlo dopo.
Una notte abbiamo scaraventato giù un militare che dormiva. Vittorio
l'aveva scambiato per un sacco. Era notte e quello era un nero..
Urlava come un ossesso e sparò in aria.
La prima volta che riuscii ad avere un pane intero tua zia Titina mi
chiese se fosse un dolce.
- Perché oggi mi racconti tutto questo ....Papà?
Non lo so, forse perché ormai ti vedo adulto e vorrei che tu iniziassi
a pensare a me e a tua madre come ad un uomo ed una donna. Non
soltanto . . . .come ai tuoi genitori . . . o come a due vecchi!
Mi guarda come al suo solito. Forse è come si guarda a un figlio.
Speranza vana eh! forse è solo la nostalgia che mi prende ogni volta
che vengo a bere il caffè da Ciro, qui a Mergellina.
Adesso ridacchia del mio sguardo imbarazzato .
No, è certo, dai ...una bellissima storia, Papà.
Hai fatto bene a raccontarmela .....adesso .....però , cerca di capire
...non l'immaginavo, però ..vabbè, dai andiamo ora .... che mamma,
he, mamma ....ci aspetta a casa.
Porgo il braccio a mio padre e lo aiuto ad alzarsi. Devo attendere.
C'è l'ultimo sorso di caffè. Quello con lo zucchero in fondo.
Sorride ancora divertito del mio evidente imbarazzo.
- Buona passeggiata architetto!
- Grazie Gennà . . . mo' vado a comprare due polipetti al molo di
Santantonio che stasera li faccio affogati. Ve lo ricordate mio
figlio. . .
Attraversa la strada da solo, le auto incolonnate, dirigendosi verso
il banco del pesce.
E' un vecchio curvo, come tanti, in mezzo al traffico ed alla gente.
Lo guardo di spalle. Io lo riconoscerei tra un miliardo di altri
uomini perchè gli voglio bene.
E' l'uomo che mi ha insegnato a pescare. E ad amare il mondo. |