Giacevo nuda e mi disprezzavo. L'uomo accanto a me dormiva,
russando debolmente. L'aria gli ronzava tra i denti con sottili sibili,
poi si udiva un piccolo grugnito all'atto dell'aspirazione. Mi sarei
dovuta allontanare. Vestirmi in fretta e semplicemente scomparire.
Fuori, lontano da quella casa estranea, giù per quelle scale estranee.
Sulla strada, tra gente che non sapeva quello che avevo fatto. Via
soltanto, e dimenticare tutto!
Nel sonno l'uomo muoveva la mano dal petto giù fino al suo sesso.
Si grattava, senza interrompere il suo russare. La pelle del pene si
era raggrinzita, rendendolo simile a una piccola proboscide. Come
un bambino piccolo. E con questo egli era entrato in me e mi aveva
posseduta!
Mi riempii un bicchiere e lo bevvi d'un fiato. Il calore dell'alcol si
insinuò nel mio stomaco. Solo la mente restava lucida e persisteva
il disgusto. All'interno del mio corpo restava anche un calore
spasmodico: certamente ero ancora umida e pronta. Le piccole
labbra semiaperte in attesa... Il diavolo della carne non mi lasciava
pace. Egli non si curava di quello che mi passava per la mente. Il
diavolo della carne attendeva sempre il fuoco liberante della libidine.
Chissà se in quella casa c'era da qualche parte una doccia? Mi sentivo
lurida e avevo un intenso desiderio di molta acqua calda e sapone.
Ma se avessi fatto chiasso in bagno, l'uomo si sarebbe svegliato.
Sentendosi fiero, dopo quello che era accaduto, si sarebbe fatto
avanti e avrebbe voluto dimostrare ancora una volta la sua virilità. La
sua virilità. Oh, santo cielo! E se l'avessi respinto ci sarebbe stata
sicuramente una scenata. Perché d'un tratto non avrei dovuto
trovarlo più eccitante, quando meno di mezz'ora prima tremavo
impaziente, vedendo che impiegava troppo tempo a spogliarsi?
No, non avrebbe capito.
Mi ero lasciata avvicinare da lui per la strada. Forse era accaduto
soltanto per caso...
No, questo sarebbe mentire! Non era stato un caso. Io vagabondavo
per le strade ed ero pronta a tutto. Questa è la verità.
Passeggiavo lentamente per la strada, nel tardo pomeriggio del
sabato, quando dietro di me si udì il rumore di un motore. Un'auto
si avvicinò. Non mi voltai neppure una volta, ma l'automobile si
fermò un paio di metri davanti a me. Ne scese un uomo dalla
statura imponente. Aveva un aspetto curato, il tipico abbigliamento
dell'uomo d'affari, in blu e grigio. Dopo aver salutato con educazione
mi chiese se potevo gentilmente indicargli la strada. L'uomo era alto,
biondo, largo di spalle e il suo profilo era quello di un vichingo.
Io rimasi senza parole e lo fissai. Il piccolo diavolo che era in me si
concentrò su di lui. Non lo esaminai attentamente nei particolari, vidi
solo che sembrava forte e aveva il naso ardito di un sigfrido. Lo vidi
come maschio, non come persona. Un uomo forte che prometteva
soddisfacimento.
Dissi soltanto: "Non posso indicarle la strada, ma se mi fa salire con
lei posso spiegarle in quale direzione deve andare."
I nostri sguardi s'incontrarono, egli aveva degli occhi azzurro chiaro
come un acquerello. Eravamo vicini all'auto, ci guardammo a vicenda
finché riuscimmo a sostenere lo sguardo. Poi accennò un sorrise e
disse: "Salga." Allora capii che l'uomo non s'era sbagliato: andava
proprio in cerca di me.
"Sigaretta?" mi chiese una volta in auto. Poi disse dove doveva
arrivare. Quando mi porse il fuoco le nostre mani s'incontrarono
troppo a lungo. Aveva la fede al dito. Sorridemmo imbarazzati
perché volevamo ancora sostenere che l'incontro era stato casuale.
"Tra due traverse deve girare a sinistra, poi ancora a sinistra" dissi.
Mi sbirciò di sottecchi, poi volse lo sguardo quando vide che lo
osservavo. Con tatto chiese: "Potremo prendere una tazza di caffè
su da me? Oppure lei ha fretta?"
"No, non ho fretta!" risposi il più rilassata possibile. "Oggi è sabato,
ho molto tempo." Da quel momento non parlammo più, non c'era più
niente da dire.
"Abito qui" disse dopo un po' di tempo. Quando scendemmo
dall'auto restò davanti a me per un attimo, mostrandosi indeciso.
Infine si scosse, alzò il capo e si diresse verso casa. Nella piccola
cabina dell'ascensore eravamo vicinissimi l'uno all'altro. Diventavo
sempre più ansiosa. Nello stesso tempo avevo la sensazione di
dover dire qualcosa. Qualcosa per rompere il silenzio che ci divideva.
La mia bocca si dischiuse. " Sua moglie non è certo in casa?"
Arrossì. "No... è andata a far visita a dei parenti."
"Io sono separata" dissi sottovoce.
Entrammo. Eravamo di nuovo l'uno di fronte all'altro. Ora per me nulla
aveva più importanza. Volevo possederlo. E doveva essere subito.
Ma l'uomo era inibito.
Afferrò il mio cappotto. "Lei permette..."
Chinai il capo in avanti perché potesse vedere bene il mio collo.
Avvertii chiaramente come esitasse e si piegasse a fatica su di me.
Poi sentii le sue labbra sulla mia pelle. Questo contatto infiammò il
mio corpo fino ai piedi. Mi compressi con forza le labbra, mentre un
mugolio sensuale mi nasceva nella gola. Mi girò e mi trasse a sé. Ci
baciammo a lungo. Era grande e massiccio. Pensai al suo forte
corpo di maschio, e mi percorse un fremito incontrollabile. Quando ci
staccammo eravamo entrambi senza respiro. Mi allungai, abbracciai
il suo collo e trassi a me il suo capo. Baciandolo morsi il suo labbro
inferiore, finché avvertii che egli si stringeva a me nel risveglio delle
membra.
"Vieni! Vieni con me" farfugliò dopo un attimo. Nella camera da
letto mi spogliai in fretta senza curarmi di lui.
Ero già in mutandine e reggiseno vicino al letto quando avvertii un
improvviso bisogno di bere qualcosa di forte. "Possiamo bere
qualcosa? Magari del cognac?"
Lui uscì dalla stanza. Quando tornò, ero nuda. Dissi: "Dammi il
bicchiere!" E' cognac?"
"Brandy" pronunciò stentatamente.
"Dammi il bicchiere" incalzai impaziente. Non vedevo l'ora di
avvertire in me il fuoco dell'alcol! Ora non volevo più aspettare.
Prima il bicchiere, poi l'uomo.
Sedevo nuda sul letto e sorseggiavo il mio bicchiere, mentre lui
sbirciando verso di me si toglieva la giacca e i pantaloni,
deponendoli poi con ordine su una sedia. Ora la camicia. Sotto
i suoi slip si profilava il sesso inturgidito. Se solo si fosse sbrigato.
Finalmente era nudo. L'uomo sedette pesantemente sul letto.
Un orso, pensai. Privo di agilità perché così robusto. Un vero
orso. L'orso mi appagherà!
In maniera un po' goffa mi rovesciò da una parte e mi fu sopra.
Il suo corpo pesante mi opprimeva, mentre già con impazienza
le sue ginocchia si insinuavano fra le mie cosce. Con sorpresa,
ora volevo respingerlo. Era troppo pesante! Perché non si faceva
più leggero per me?
"Ti prego" bisbigliai, "aspetta ancora un poco." Ma l'uomo non mi
udiva. Il suo respiro era affannoso. Con violenza mi afferrò le
braccia con le mani. Io mi arresi e mi aprì a lui. Quando il suo
duro membro premette contro le mie labbra caddi in preda a
una smania vogliosa.
"Sì! Sì! Sì!" gridai, mentre entrava in me. "Sì!. Lasciami sentire
la tua potenza! Prendimi!"
Egli si muoveva con forza. Dentro di me la voglia stava diventando
rovente. Istintivamente mi uscii un gemito. Come se avesse atteso
solo questo, le mani dell'uomo si contrassero intorno alle mie
braccia. Il suo corpo pesante cominciò ad agitarsi in su e in giù con
un movimento martellante.
"Non ancora" pensai scoraggiata. Avevo bisogno di tempo. L'ardore
in me non cresceva più. Il mio corpo subiva solamente. "Aspetta!
Non così in fretta!" balbettai.
Ma non mi udiva più. Infieriva su di me, senza ascoltarmi.
La delusione mi irrigidì. A un tratto fui piena di astio. Mi trassi indietro
sotto di lui, finché egli mi perse. Nell'ultima contrazione il suo membro
urtò con il mio grembo contratto. "Oh!" proruppe l'uomo sordamente.
"Oh! Oh! Ah!!!" Il suo umore vitale fluiva caldo sulle mie cosce.
Rabbrividii per lo schifo. Senza forza pesò ancora su di me, prima
di lasciarsi scivolare sull'altra parte del letto.
Mi girava la testa quando, piena di ribrezzo, mi scostai da lui. Non
potevo più sopportare il contatto della sua pelle. Un paio di minuti
dopo aveva già cominciato a russare. Cosa ci facevo in quella casa estranea,
nel letto di una moglie qualsiasi?
Mi versai un bicchiere di brandy. Poi presi la decisione di vestirmi e
andarmene. Mi alzai in fretta, ma egli avvertì il movimento. Aprì i suoi
occhi da coniglio.
"Io vado" dissi.
"Cosa?" rispose, guardandomi con sconfinata meraviglia.
"Io vado a casa!" gli spiegai con pazienza.
Ora si era svegliato del tutto. Si drizzò su un gomito e mi guardò
confuso. In quel momento avvertimmo un fruscio. Qualcuno aveva
aperto la porta di casa. Vidi subito lo smarrimento nei suoi occhi.
Dall'ingresso giunse una voce sorpresa e sommessa di donna.
"Dove sei, caro? La zia Lisa mi ha accompagnato in anticipo."
"Dio!" esclamò sorpreso. "Oh, Dio!".
La porta si aprì. La donna poteva avere quarant'anni e portava
un cappello strano. Si bloccò, rendendosi conto all'improvviso
di ciò che vedeva. Il suo viso si alterò come se fosse stato colpito
da una mazzata, mentre dalla sua bocca uscivano sibilando dei
suoni indistinti.
"Non lasciarti ingannare dalle apparenze..." proruppe piagnucolando
l'uomo. "Io ti posso spiegare, cara."
La donna respirò con forza. Le vene del suo collo si erano ingrossate.
" Tu, tu..." balbettò.
Io cominciai a vestirmi. Si era irrigidita tutta, ma ora volgeva
l'attenzione verso di me. La sua bocca articolava parole senza
suono. Improvvisamente ritrovò la voce, e cominciò a gridare con
voce crescente frasi sconnesse. "Puttana, puttana, fuori di qui!
E proprio nel mio letto! Schifosa! Schifosa!" Le mancava il respiro.
"Lascia perdere" dissi io. "Tutto questo non serve a niente!" Non
mi ero mai vestita così in fretta.
Le dita della donna si aprivano e si chiudevano come gli artigli di un
gatto. "Serva! Buona da letto!" ansimò, mentre chiudevo in fretta la
lampo della mia gonna e infilavo le scarpe. La donna lasciò cadere
le braccia. Ora la vedevo piccola e sperduta. Mi faceva pena.
"Mi dispiace" mormorai. Le passai vicino per prendere il cappotto
dall'attaccapanni. Poi uscii dalla sua casa. Non mi seguì.
Mentre aspettavo l'ascensore udivo attraverso la porta
dell'appartamento le grida della donna che non sapeva come
esprimere la rabbia e la delusione. Intercalata si udiva
chiaramente la voce supplichevole dell'uomo. Quando la
porta dell'ascensore si chiuse dietro di me, cadde il silenzio.
Mi sentivo venir meno. Il pensiero di Mario mi assalì tutto d'un
tratto. Perché, mi aveva abbandonato?
"Tu lo capiresti certamente da sola... C'è un'altra donna. Non
riesco a staccarmi da lei" mi aveva detto, con semplicità, prima
di uscire per sempre dalla mia vita. Al resto ci aveva pensato
un avvocato. Io ero rimasta sola, disperatamente sola. Quell'uomo
incontrato per strada un sabato pomeriggio non era il primo;
e non sarebbe stato l'ultimo. Il diavolo della carne si era
impadronito del mio corpo, ma non riuscivo a ritrovare l'amore. |