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  HO TRADITO, UNA VOLTA... Autore: Oberdan

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Allacciati gli amanti cercano disperatamente
di fondere le loro estasi isolate
in una singola autotrascendenza;
invano.
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Ci scopristi che la tresca non era quasi iniziata.

- Sapevo che sarebbe successo - dicesti, con la voce impastata dal
vino, mentre fissavi il soffitto, lo sguardo impietrito. Poi piombasti nel
sonno e senza accorgermene poco dopo caddi anch'io addormentata.
Non so quando mi risvegliai. Era ancora notte, silenzio totale. Senza
più sonno, mi alzai in punta di piedi e andai sul balcone a farmi cullare
dalla tenera notte.

Sarei un'ipocrita se dicessi che accadde per caso. Ma tutto iniziò
con innocuo bacio, scambiato frettolosamente in un angolo, tu eri
poco più avanti con gli altri. In un'altra occasione, come un uomo lo
spinsi sul letto, sfregando il mio pube sul suo. Tu eri nella stanza vicina.
Ma dopo fu lui a cercarmi.

Avevamo passeggiato a lungo nel pomeriggio, e poi, in casa,
chiacchierato fino a tardi (tu, dov'eri?). La lampada era regolata su
una luce soffusa, e le nostre figure si riflettevano nello specchio come
evanescenti ectoplasmi. Capivamo che stava per accadere, ma non
sapevamo come farlo iniziare.

Lo guardai di sbieco, un luccichio invitante negli occhi. Con un
groppo alla gola, gli andai vicino e presi i bordi del suo maglione per
sfilarglielo. Tu lo sai com'era, Leandro: me lo lasciò fare, come un
bambino appena svezzato.

Con le dita leggermente tremanti, sbottonai la sua camicia.
- Il resto è meglio che tu lo faccia da solo - sussurrai, mentre
con un guizzare rapido di zip mi sfilavo i jeans attillati.
Ci fronteggiammo per qualche attimo. Abbracciavo con lo
sguardo il suo fisico asciutto, il ventre piatto, le cosce atletiche e
forti.

- Allora? - ghignò, sbirciandomi di traverso.
- Che ne dici di un fuggevole amplesso? - mi uscì, senza pensarci.
- Accidenti, e io che pensavo a una sbornia di sesso! - disse lui,
con la faccia sorniona. Scherzavamo per spezzare il disagio.

Mosse un passo, e poi ancora un altro. Mentre si chinava su di me
baciandomi con trasporto, io carezzavo la sua schiena e il suo petto.
Poi, le mie mani vagarono verso il basso e trovarono il suo sesso.
Afferrai quel manico lungo e caldo. Gemette.

Lo lasciai di botto e mi sdraiai sul letto. Stavo per tradirti e mi
aveva afferrato la pena. Combattevo tra il peccato e l'affetto. Ma
ogni pensiero scomparve quando lui si sdraiò accanto a me e
sentii il suo membro premere contro la mia coscia. Lo palpai
ancora una volta. Era duro, duro come un oggetto. Sotto la pelle
bruciante, fluiva impaziente il suo sangue, mentre la mia mano
lo stringeva più forte. Uno spasimo mi salì dal profondo del
corpo, facendomi rabbrividire. Dovevo darmi a lui, comprendi?
Subito, prima che il rimorso mi bloccasse.

- Vieni da me! Presto! Vieni! - lo spronai.
Il movimento con il quale aprii le cosce fu più eloquente di mille
parole. In un attimo, Leandro fu sopra di me. Il suo cazzo premeva
e cercava l'accesso tra le umide labbra. Quando sentì il caldo
bacio, emise un sospiro represso. Alzai i fianchi e lo accolsi tutto.
Il mio corpo giubilò quando spinse per la prima volta cercando le
mie profondità più intime. Lo tenni stretto. Avrei voluto stare per
sempre così: così penetrata e goderlo, prigioniera della sua voluttà.
Con forza si ritraeva e rientrava. Spingeva in profondità e si ritraeva
velocemente. Di nuovo spingeva in avanti: i suoi colpi mi scuotevano
la spina dorsale, in una sfavillante catena d'esplosioni di crescente
piacere. Le mani artigliavano il mio culo, e lo sollevavano per
agevolare i colpi. Godevo, mentre graffiavo la sua schiena,
ancorandomi a lui con le gambe e i suoi fianchi veloci sfregavano
contro le mie cosce facendo divampare il fuoco. Mi sentivo
squassata, violata. Mi piaceva così. Favorivo le spinte, strofinavo
i seni al suo petto.

D'improvviso, tutto il mio corpo sembrò divampare. Sentivo i suoi
muscoli lavorare incessantemente. Giù e poi giù e ancora giù.
Profondamente e sempre più in fretta. Le unghie affondarono nella
sua schiena. Abbandonai il capo all'indietro e vidi il suo viso sopra
di me. Leandro aveva chiuso gli occhi. Il piacere crescente gli faceva
digrignare i denti. Era di là da ogni controllo. Avrebbe eiaculato in me.

Oddio, e se avessi avuto un bambino da lui? No, questo no!
- Togliti! Togliti, presto! - farfugliai.
Ma ormai non era più nelle sue facoltà, e non potevo più fermarlo.
Le sue braccia mi stringevano forte, ansimava. Tutti i suoi muscoli
erano tesi. Con uno sforzo disperato mi sottrassi a lui. Il cazzo mi
lasciò. E io mi sentii sconfinatamente vuota e defraudata. Il mio
corpo seguì una sua propria volontà e si eresse per essere appagato.
Allora Leandro si avventò contro il mio sesso richiuso, ritornò indietro.
Mi assalì di nuovo, si contrasse in spasmodica voluttà, e ansimando
rauco si abbandonò all'orgasmo.

Lo abbracciai, mentre il fluido caldo scendeva tra le mie cosce
serrate, e un triste vuoto si faceva strada in me, insieme al rimorso
cocente. E al desiderio frustrato.

Rabbrividendo mi strinsi nelle spalle. Avrei voluto piangere, tanto
era il disprezzo che mi pervadeva in tutte le membra. Giacevo nel
letto, bagnata di sperma tra le cosce. Ti avevo tradito. Il pensiero
mi sembrava insopportabile. Vedevo i tuoi occhi che mi
rimproveravano, la tua bocca aggraziata ammonirmi. Il soffocante
senso di colpa mi faceva inorridire davanti a me stessa. Mi
compressi le tempie con le mani. La colpa era come un dolore
e si ingrandiva sempre di più. Corsi nel soggiorno alla ricerca di
un po' d'alcool, con il terrore di specchiarmi in quello stato. Piangevo
ancora quando gli dissi di vestirsi in fretta e di andarsene.

Vinta da un totale sfinimento mi buttai sul letto ma non riuscii
a prendere sonno. Era tardi quando tu facesti ritorno.
Silenziosamente ti sentii aprire la porta. Io, immobile sul letto,
strinsi gli occhi e feci finta di dormire.


Un mese dopo accadde di nuovo. Tu non c'eri, ricordi? Eri a
Firenze, a trovare un amico, dicesti. La sera stessa Leandro si
presentò, e io non gli dissi di no. Facemmo l'amore per tutta la notte.
Grida, sospiri, urla. In piedi, sul letto, sul tappeto, in bagno. Atti
impossibili, misteriosi, sfrenati. Ancora mi chiedo se fu vera
passione o soltanto ginnastica. Smettemmo che già si intravedevano
i primi chiarori dell'alba.

Quando nel primo pomeriggio stavamo per ricominciare, un trillo
del citofono ci fece sobbalzare. Mi alzai di scatto, allarmata. Un
rapido rincorrersi di sguardi. Il panico era ancora lontano.

In un lampo raggiunsi la finestra che s'affacciava sul portone.
Ancora oggi ringrazio la tua abitudine di dimenticare le chiavi.

Mi voltai verso Leandro, il mio sguardo era fin troppo eloquente.
Si appoggiò allo schienale del letto, l'aria afflitta e sconsolata sul viso.
Attendeva l'inevitabile senza dir nulla. Nella stanza regnava un gravoso
silenzio, come se all'improvviso vi fosse sceso sangue dal paradiso.
La tua figura nella strada rallentò il mio respiro. Poi, di colpo, ti
voltasti.

L'auto di Leandro era posteggiata lì vicino, e ti stavi chiedendo
perché. Gettasti uno sguardo all'insù. Mi ritirai di scatto. Raggiunsi il
letto e stampai la mia faccia sul cuscino, di botto, mentre nell'eternità
piombava dolore cupo e violento. Cercavo nel vuoto le ragioni dell'atto,
laceravo la mente senza un perché.
Di nuovo un trillo, stavolta più insistente. Un fremito mi scosse
mentre lanciavo un grido veemente. Abbracciai Leandro in cerca di
sollievo.

Ah, non l'avessi mai fatto! Come un fiore che s'apre all'istante, mi
afferrò un desiderio acre, bruciante. Ero attratta dall'abisso.
L'immagine è vivida, stagliante.

Afferrai quel manico floscio e in breve lo portai alla completa
erezione. Lo montai con furia, senza dargli respiro. Dopo un nuovo
squillo, un istante incantata a pensarti, ripresi con rinnovato vigore.
In me, albergava una cagna. Grida squillanti come aghi. Nel vuoto
assoluto, ansimando, sentii anche lui venire.

Non ci fu un altro squillo, ma un soave plin plon, il campanello di
casa. Tu eri lì, eri dietro la porta. Trattenni il respiro. Un'eternità.
Avevi capito.
- Io apro - dissi a Leandro per farmi coraggio.
- No! - scattò lui con veemenza.
Ma sapevo che non avrei resistito. Attesi, paziente, che il tempo
fluisse a combinare le cose. Mi alzai. In un attimo avevo indosso i
miei jeans.
Al nuovo squillo, andai alla porta.

- Entra Lavinia, dobbiamo parlare! -
Gettasti uno sguardo di disprezzo a Leandro, il tuo uomo. E gli
ordinasti di uscire.
- Sapevo che sarebbe successo - dicesti. E poi a parlare e a
bere come pazze. A ridere e a piangere insieme.


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