Lo spogliatoio è solitario.
Dietro il muretto delle docce invece, dall'angolo più remoto, sento una
voce di donna, o meglio una vocetta:
"Scusi, scusi----?"
Esco fuori a razzo e controllo sulla porta. Eh si, non mi sbagliavo: è
proprio la doccia degli uomini!
Rientro sicuro del fatto mio e la vocetta riprende:
"Scusi? Lei? Ma dura così poco l'acqua delle docce?!"
Mi affaccio e vedo una donna, una femmina, dalla voce di ragazza, non so,
una di sesso femminile comunque si. È tutta insaponata sotto la cipolla
che perde le sue ultime gocciole, gli occhi serrati a non far entrare lo
shampoo. In un nano secondo tiro fuori lo schedino verde degli habitué e
le regalo un ulteriore erogazione. Doccia numero 17, e ti pareva.
"Ah, meno male, è ripartita -esclama la tipa senza minimamente porsi il
problema del perché- mi pareva che durasse troppo poco-- --"
Sul muretto alto sfilano, in bell'ordine decrescente, un bagno schiuma
confezione gigante, uno shampoo neutro, un balsamo alle erbe e
-incredibile ma vero- una lavanda per l'igiene intima.
La manina, tentoni, appoggia il guanto di crine e subito dopo una spugna
affogata nella schiuma di sapone.
Resto attonito come uno stoccafisso e non so cosa fare.
Sento, ahi, e mi riaffaccio. Sempre ad occhi serrati, la tipa s'è ferita
aprendo una fialetta di vetro, un rinforzante pilifero immagino, e si sta
succhiando un dito.
Toc, s'interrompe di nuovo la doccia, e lei fa:
"Oh, no-- --"
Offro un'altra tacca del mio schedino e l'acqua torna.
Lei dice: "Magnifico!"
Decido di fare come se niente fosse e vado alla doccia numero 3. Siamo
soli, lei ed io, in quest'ultimo giorno prima della chiusura natalizia. Io
mi sono attardato oltre l'ora e tutti gli altri sono andati già via.
Sorrido cercando di immaginare quanto possa durare la doccia di una tipa
così. Se ne fa a questo modo ogni giorno si scarnificherà a breve.
Ci metterò un attimo. Devo esser già via prima che lei esca e mi veda.
La osservo di lontano col suo broncio grinzoso colpito dagli spilli del
getto d'acqua. È arrossata da far paura. In alcuni punti pare addirittura
abrasa.
Altro toc.
Controllo: lei è in evidente attesa che la fiala per i capelli faccia
effetto. Appoggiata un po' al muretto, gli occhi sempre chiusi, percepisce
la mia presenza e mi chiede se ho dell'ovatta o almeno un cerotto.
Non rispondo.
La vedo scrollare le spalle.
"Aspetto che riparta la doccia" aggiunge poi
L'osservo.
C'è una donna nuda a pochi metri da me.
Un fiasco, più che una donna. Una donna dalle forme antiche. Neanche mia
madre aveva quella forma. A pera? A fiasco di vino, confermo. Sembra avere
una carnagione bianchissima, sotto alle bollicine di sapone. Le posso
vedere il sesso, perso nei fianchi immensi d'ossa larghe. È giovane, si,
lo è. Anni quanti non saprei. Il seno è piccolo ed insignificante: i
capezzoli pendono verso il basso, la schiena è curva quasi ad inglobare
quella parvenza di femminilità. Le gambe sono decisamente brutte,
prosciuttiformi. Il sedere è piatto e moscio. I peli del pube sono lunghi
e sembrano sparsi a caso.
Perché mai la guardo?
È osceno che io la guardi-- -- Dovrei fuggir via. Eppure resto. Come
incantato.
Lei sbuffa dal naso a becco e si raccoglie abbracciandosi in un brivido di
freddo.
"Ha lasciato la porta aperta?" domanda al mio indirizzo.
Pure!
La mia doccia fa un bel toc liberatorio.
Corro ad infilarmi l'accappatoio e strizzo il costume. Le regalo un nuovo,
ennesimo, tassello ed esaurisco così il mio tesserino.
"Oh -fa quella- stavolta ci ha messo un po' a riprendere!"
Io resto muto.
Seduto sulla panca, avvolto in un vapore irrespirabile, mi appoggio alle
maioliche e mi perdo, per una frazione d'eternità, in pensieri vari.
La tipa s'è sterilizzata sotto il getto bollente ed ha saturato ogni
spazio possibile di visibilità.
Eccola che compare nella nebbia ed io mi accorgo che sono ancora a zero.
Il mio accappatoio è aperto sull' uccello: tanto non mi vedrà perché, allo
stato attuale, è possibile appena distinguere i colori. Il suo è di un
beige molto chiaro. Non poteva essere altrimenti.
La tipa raccoglie uno ad uno, con lentezza esasperante, i suoi prodotti di
bellezza e li infila in una sacca, beige pure quella. Poi si siede di
fronte a me.
Mi pare di essere invisibile e resto immobile ad osservarla.
Lei dispiega un grande asciugamano incolore e si tampona via l'acqua. Lo
sistema poi per potercisi sedere sopra. Da un grosso tubetto tira fuori
crema da corpo ed inizia a spalmarsi. I piedi, le gambe, le braccia, con
mani che non amano. Divarica le cosce e si massaggia fino all'inguine,
sollevando prima una e poi l'altra gamba. Il suo ciuffo di peli è una
macchia appena più scura, in tutta quella assenza di colore.
Mi guardo il sesso: rattrappito, è distratto e fissa il pavimento. Ci
mancherebbe il contrario! Mi sorrido da solo.
Poi la tipa si alza e mi gira le spalle. Si massaggia il culo. Come
chiamarlo altrimenti? Non vengono certo in mente vezzeggiativi a
guardarlo. Le mani di lei arrivano sino al punto vita (ma si, chiamiamolo
così) e a quel punto mi piglia come un sentore di panico, quasi una
premonizione.
Infatti, qualche microsecondo dopo, lei inizia a parlare.
"Mi passerebbe un po' di crema sulla schiena?"
Sapeva che c'ero. E infatti, stracazzo, ci sono. Perché ci sono?
Potrei fuggire, potrei far finta di star male, svenire, potrei far finta
di essere sordo.
La tipa già mi porge il tubetto ed io mi alzo a prenderlo. Se mi avvicino
forse mi riconoscerà uomo, maschio -perdiana- e griderà e si chiarirà
tutto----.
Invece quella resta di spalle col braccio proteso all'indietro.
Allora lo prendo, lo spremo sulla mano -il tubo di crema, beninteso!- e me
ne viene giù una tonnellata.
Così gliel'appoggio sulla pelle, al centro della schiena. (La crema, la
crema!)
Tra le sue scapoline alate freme un brivido: "Accidenti che mani fredde--."
Sono ghiacciate di panico, infatti. Sono combattuto tra il ribrezzo e la
pena.
Così chiudo gli occhi e la massaggio, imparandola, mio malgrado, col solo
senso tattile.
Lei non ha piacere alla mia carezza, perché carezza non è. E' come passare
la calce con una cazzuola.
Penso che forse lei non ha mai aspirato a prendere piacere, questo è il
problema. E' un essere non amato, ecco quello che penso. Un essere che non
chiede neanche più.
E allora sento la mano, la mia mano farsi calda e richiamare anche la
sinistra per iniziare a stringere e massaggiare ed accarezzare in perfetta
sincronia: le mie mani esperte e fortunate.
La tipa pianpiano si ammorbidisce e mi rende calore: non è cambiata la sua
immobilità, me sento che il suo corpo inizia a ricevermi. Quasi sento il
rumore dei suoi pensieri: è come quello degli occhi dei sordomuti, che
dicono, senza parole.
Scendo allargandomi sulla curva panciuta del fiasco. La pelle è liscia e
vergine, esangue. Non ha conosciuto tocco di uomo. Ne' ne conoscerà,
penso, cinico. I piedi sono piccoli e anonimi, le mani penzolano inerti.
Non stringeranno mai un cazzo. Di chi mai? Non ne vedo i particolari,
delle mani, ma mi vengono in mente quelle della suora dell'asilo e quelle
dell'anziana signorina, che invano cercava di inculcare nozioni
pianistiche a mia sorella. Zitella, che non poteva nemmeno fregiarsi di
"essere single", perché il termine non era stato ancora escogitato.
"Beh, basta, grazie." E' quasi un ordine della sua vocetta pedante che m'
interrompe il flusso dei pensieri.
Da sotto e da dietro la manina pretende la restituzione del tubetto di
crema e mi sfiora l'uccello.
Glielo rendo e mi preparo a tagliare la corda.
Uno strano formicolio mi avverte che l'uccello s'è svegliato.
" `Cazzo fai??? " lo sgrido, ma quello non intende ragioni e s'impenna.
La ragione mi salva in corner:
"Se fai il bravo, appena usciti ti porto da Simona!"
Simona è la cassiera del bar della multisala non lontana da qui. Quando il
tempo scarseggia quella mi gratifica di pompini superlativi nel bagnetto
con su scritto privato.
Senza più seguire le mosse lente e metodiche della mia compagnia, mi vesto
in tutta fretta, m'accollo in rincorsa il borsone e scappo via senza
neanche salutare.
Mi raggiunge la voce della tipa: " LA PORTA!!"
Non posso tornare indietro, il vapore è scemato ed un residuo ancora
m'insegue.
La sala fuori è deserta. No, quasi.
Con Rita, la segretaria-tuttofare della piscina, c'è una donna di una
certa età, fiascuta anch'essa, noto. Guardano entrambe nella direzione
dalla quale provengo. Ai piedi della signora sconosciuta sta accucciato un
cane pastore tedesco con un' imbracatura rigida stretta su un fascione
bianco con sù un segno rosso a croce.
Prima di chiudermi la porta esterna alle spalle faccio a tempo a sentire
solo poche parole:
"E' una tal testona-- -- -- vuol far sempre tutto da sola-- -- --" |