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  MARCUS HARVEY Autore: Lucas

Mi chiamo Marcus Harvey. Abito al numero 165 sulla Morris Street,
New York City. Lavoro presso la AG Corporate come membro del
gruppo per le strategie imprenditoriali dell'azienda. Ho
trent'anni.
Sono alto un metro ed ottantaquattro centimetri. Ho i capelli corti e
neri e gli occhi verdi. Peso ottantadue chili ed ho una cicatrice sul
petto. Frequento tutti i posti migliori di questa città e le persone
che
contano. Coloro che muoveranno questo mondo fra qualche anno.
Non ho una relazione fissa e non sono interessato ad averne una.
Sono una persona brillante, un uomo vincente.
La mia segretaria, Amy Coen, si presentò al nostro primo colloquio
indossando un bel paio di pantaloni scuri, un maglione bianco molto
carino ed occhiali dalla montatura nera stile metro-intellettuale. Quel

che diceva, e come lo diceva, le donavano la giusta fottuta aria da
donna della middle class newyorkese, intrisa di preoccupazioni ed
incertezze per il futuro. Il tipo di persona che festeggia il giorno
del
ringraziamento con i propri vecchi ed il classico, immancabile,
tacchino arrostito. Con quella insoddisfazione perenne che io odio.
Un genere di donna che non ho avuto più bisogno di frequentare non
appena il mio stipendio è salito sopra i cinquantamila l'anno e si
sono
spalancante le porte del John Allan's club. Eppure quel suo sguardo,
e
la sua voce, tradivano un desiderio nascosto sotto la polvere della sua

esistenza. E così Amy Coen divenne la mia segretaria personale.
Una settimana dopo che Amy sedeva sulla poltrona nel suo ufficio
adiacente al mio la chiamai.
- Amy - le dissi - si sieda pure.
Lei si accomodò con aria incerta, si sistemò la gonna e mi guardò.
- Sta facendo un ottimo lavoro qui, Amy. La mia precedente
segretaria, la signorina Elyn, non riuscì ad esprimere al massimo le
sue potenzialità, neanche dopo sei mesi di collaborazione.
Posai distrattamente lo sguardo sul suo seno.
- E' stato un vero tormento - aggiunsi in tono scherzoso.
Poi la guardai negli occhi e le sorrisi. Lei ricambiò con cortesia ed
una leggera punta di imbarazzo.
- Grazie Marcus, lei è molto gentile.
Le imposi fin dal primo giorno di chiamarmi per nome.
- Ora Amy, se per favore può portare questo fascicolo al dottor
Carlerson, le sarei molto grato.
Nel darglielo le nostre mani non si incontrarono nel momento giusto,
ed il fascicolo cadde. I fogli si sparpagliarono ovunque. Non
sembrava che avessi provocato volontariamente quel piccolo
incidente, ma non sembrava neanche del tutto accidentale, ed
effettivamente non lo era. Amy mi guardò con un'espressione di
leggera sorpresa, ma solo per una frazione di secondo, giusto il tempo
affinché lo spirito da diligente segretaria prendesse il sopravvento.
La
vidi chinarsi per raccogliere le circa quaranta pagine del rapporto. Mi

alzai dalla sedia e mi avvicinai a lei. Le ero molto vicino e la
osservavo mentre era inginocchiata a raccogliere i fogli, proprio come
una cagna. Era molto più intrigante in quella situazione che nel ruolo

di mia segretaria personale. Mi lanciò uno sguardo sfuggente, si
passò
una mano tra i capelli, forse nel tentativo di sembrare più
rilassata.
Alcuni fogli erano finiti sotto il mobiletto della scrivania, così
dovette
chinarsi fin quasi a strisciare la guancia sulla moquette per poterli
raccogliere. La gonna le era salita leggermente. Finalmente Amy si
alzò con il fascicolo in mano. Lo presi, gli diedi uno sguardo,
scambiai di posto un paio di pagine, sottolineando con un sospiro quel
piccolo errore, le diedi il fascicolo e la guardai uscire, dopo avermi
rivolto un timido "mi scusi". Sentii che chiudeva la porta dietro
di se
con la massima delicatezza, come se si fosse voluta nuovamente
scusare. Rimasi fermo per qualche secondo, solo nel mio ufficio, con
il suo profumo sospeso nell'aria e con la voglia di fotterla.
La settimana seguente fu molto impegnativa per me. Quel testa di
cazzo di Carlerson aveva presentato un controverso rapporto ai nostri
superiori, relativo al mio lavoro. Carlerson non credeva che alcune
scelte di marketing fossero appropriate, che la mia visione fosse
vincente. Tutto il tempo e le energie che avevo dedicato a quel
progetto potevano risultare superflue. E che figura avrei fatto di
fronte al resto del gruppo? Se fai scelte sbagliate in questo lavoro
sei
fuori dai giochi. Gli feci capire che non gradivo questo genere di
azioni nei miei confronti. Carlerson, lui ha avuto un incidente
l'altra
sera, tornando dal Terrace Club o forse dal Jet Lounge. Se ne starà
lontano dalla sua amata poltrona per qualche mese.
Povero Carlerson, mi dispiace molto.
Qualche giorno dopo il triste episodio, un venerdì, passai
nell'ufficio
di Amy per chiederle informazioni su alcune stampe. Mentre Amy mi
riferiva i particolari con la sua solita precisione, una mosca le
girava
attorno, infastidendola. Lei cercava di reagire il meno possibile, ma
lo
sforzo era evidente. Si rivolse a me, con la sua tipica espressione
corrucciata, dicendomi che doveva essere la crema che si era spalmata
sul corpo ad attirare quella mosca. Una giustificazione perfetta. Le
passai lentamente un dito sul braccio, lo annusai, poi presi un
fazzoletto e mi pulii. Lasciai il fazzoletto sporco sul tavolo e feci
per
andarmene. Prima di chiudermi la porta alle spalle, le dissi che dalle
sette sarei risultato irreperibile a chiunque mi avesse cercato, tranne

che per la signora Laward. Alle ore 18 e 45 la signora Laward entrò
nel mio ufficio. Parlammo di alcuni affari che abbiamo in comune
per, vediamo, una quindicina di minuti forse. Finito quel colloquio di
rito, si alzò la gonna e si appoggiò alla scrivania e mi chiese
gentilmente di fotterla. Mentre me la sbattevo, lasciai l'interfono
acceso, in modo che Amy potesse sentirmi. La presi per il collo e
glielo strinsi forte. Mi rivolsi a lei con un linguaggio volgare,
mentre
la penetravo da dietro. Le tirai fuori un seno e lo toccai con forza.
Lei
prese a gemere a voce sempre più alta ed infine la tolsi da la sotto e
le
venni in bocca. In quella stessa bocca con la quale aveva proferito
emozionate parole di cordoglio solo una settimana prima, al funerale
di suo marito. Dio, la signora Clarice Laward è una donna dalla
personalità così forte, così straordinaria! L'accompagnai fuori
dal mio
ufficio e vidi Amy con lo sguardo fisso sul foglio che aveva davanti
ma che scommetto non stava neanche leggendo.
- Amy - la chiamai - porgeresti, per favore, un fazzoletto alla
signora
Laward?
Amy si affrettò con disperato imbarazzo nel cercare quel fazzoletto e
glielo porse. Clarice, che aveva capito a cosa alludevo, si pulì il
risvolto destro della giacca, senza mostrare il minimo imbarazzo.
Qualcosa di me le era rimasta sul vestito. Mi affrettai ad aggiungere
-
lo lasci pure ad Amy, ci penserà lei. E grazie ancora per il tempo che

mi dedica, Clarice. Lei mi rispose con aria seducente - è stato un
piacere, Marcus.
Qualche giorno dopo la invitai a cena fuori. Ero certo che la mia
accolita segretaria non avrebbe saputo rifiutare un garbato invito del
suo superiore. - Preferisce il Michael's o il Delmonico's? - le
chiesi.
Ovviamente Amy non sapeva neanche di cosa stessi parlando. Così la
portai al Delmonico's, sulla Beaver, nonostante la semplicità del
Michael's sarebbe risultata forse più appropriata. Le parlai tutta
la
sera dei fratelli Delmonico, i primi veri imprenditori nel settore
della
ristorazione di tutta l'america. Ho sempre avuto un'ammirazione
sfrenata per uomini di tale calibro e lungimiranza. Le parlai del
grande incendio del 1835 che distrusse il loro primo ristorante sulla
William Street. Le dissi che la cantina di quel ristorante aveva più
di
mille vini a disposizione, alcuni dei quali tra i più pregiati del
mondo.
Amy si profondeva in una snervante danza di No! Davvero? E'
incredibile! Chiamai il cameriere e mi feci portare una bottiglia di
Chteau Margaux da 400 dollari.
Era all'incirca mezzanotte quando entrammo nel mio appartamento.
Amy ridacchiava e camminava barcollando, così la sistemai sul
divano. Andai nel bagno e preparai dell'ecstasy liquida. La versai in

un bicchiere e la mischiai con un po' d'acqua.
- Questo attenuerà il mal di testa - dissi mentre le porgevo il
bicchiere. Lo prese, continuando a ridacchiare. La osservai mentre
cercava di bere invano senza il liquido le uscisse dalla bocca. La
trovavo divertente in quello stato, anche se forse un po' patetica.
L'acido gamma-idrossibutirrico iniziò a fare effetto. Più il tempo

passava più Amy Coen si sarebbe liberata dalle castranti inibizioni
frutto della sua educazione. Le poggiai una mano sulla coscia. Lei
aveva un rivoletto di saliva che le scendeva da un lato della bocca. Il

trucco nero dei suoi occhi si era rovinato, donandole uno sguardo
stralunato. Le tolsi la biancheria intima e tutto il resto, lasciandole

solo la gonna e la sistemai in una posizione oscena. Presi la
macchinetta digitale e scattai una fotografia. Poi un'altra. Le
cambiai
posizione e scattai altre foto.
- Mettiti due dita dentro - le ordinai e Amy lo fece, pronunciando
frasi sconnesse e gemendo, nel tentativo di masturbarsi. Feci altri
scatti. Presi poi un bicchiere e le chiesi di urinarci dentro.
- Tutto quello che vuole Marcus! - mi disse con voce impastata, poi

rise, libera da ogni tabù.
Quando mi stancai di abusare di lei, le somministrai un blando
sedativo e la riaccompagnai a casa. La stesi sul suo letto, stavo per
andarmene quando improvvisamente mi chiese - che cosa mi hai
fatto? Che cosa... .
- Niente - risposi. Era confusa e stordita. C'era forse una punta
di
paura nella sua voce. Evidentemente stava vestendo nuovamente i
panni della Amy Coen che si era presentata quel giorno nel mio
ufficio, per il posto di segretaria. Non sapevo quanto si sarebbe
ricordata di quello che le avevo fatto, né cosa sarebbe successo ma
non aveva importanza, perché avrei saputo gestire ogni cosa. Ne ero
sicuro.
Erano le due passate quando entrai al Light Lounge.
Quella notte dal cuore nero era pervasa di follia ed io mi sentivo
euforico, al *massimo*, pronto ad esplodere.
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Samer Lucas



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